DaniloCattaneo, Ceo di InfoCert

“Soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere quelli della generazione futura”, una frase che fino a qualche decennio fa sembra utopia. Fuffa. Retorica pura. Buona solo per “hippies” e sognatori dei giorni nostri o, peggio, per venditori di fumo.

Sviluppo sostenibile e Agenda 2030, il ruolo delle aziende

Oggi, quella definizione di “sviluppo sostenibile”, oltre ad essere il goal globale statuito dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, è il vero discrimine sui mercati. L’atout che ogni azienda deve avere per poter essere competitiva e attrattiva nei confronti non soltanto dei consumatori ma anche degli investitori.

L’Onu, in sostanza, vuole una società diversa modellata su un pattern rivoluzionario che si basa sul concetto di responsabilità sociale, ambientale, economica. E le aziende, in quest’ottica, hanno un ruolo cruciale e devono allinearsi rispetto a questi obiettivi. Anche perché, se non lo fanno, rischiano di essere tagliate fuori.

L’aggravamento degli effetti dei cambiamenti climatici, l’amplificarsi delle disparità sociali, il consolidamento di una nuova cultura dei diritti e delle pari opportunità, del resto, hanno reso questi obiettivi ormai indifferibili.

Infocert, l’opinione del Ceo Cattaneo su Esg e dintorni

«Sì, ormai la sostenibilità non è più soltanto un tema di corporate social responsibility. È anche un asset strategico di business, di competitività e di accesso al capitale». Danilo Cattaneo è il Ceo di InfoCert – Tinexta Group, la più grande Certification Authority europea, attiva in oltre 20 Paesi.

Una società che eroga servizi di digitalizzazione, eDelivery, Firma Digitale e conservazione digitale dei documenti ed è gestore accreditato AgID dell’identità digitale nell’ambito del cosiddetto SPID, il Sistema Pubblico per la gestione dell’Identità Digitale. A Cattaneo abbiamo chiesto di illustrarci il suo punto di vista su com’è cambiato l’approccio alla sostenibilità rispetto al passato e il perchè i criteri Esg si siano affermati così rapidamente su scala globale tra i parametri di valutazione di ogni realtà produttiva.

«Tutto è iniziato – ha risposto il Ceo di Infocert – quando alcuni fondi americani hanno deciso di disinvestire da società con business non sostenibili, determinando un effetto a catena su scala mondiale. Da allora, non solo i private equity ma anche un numero crescente di grandi aziende ed enti pubblici ha cominciato a preferire chi è attento alla sostenibilità ambientale, sociale e di governance. Chi non comprende che il mero orientamento al profitto non paga più è fuori dal tempo».

Crede che sia una questione anche generazionale?

«Assolutamente sì. Già nell’Antica Roma la popolazione soffriva l’impatto ambientale dello sviluppo, con deforestazioni per la ricerca di legname ed inquinamento delle acque per le attività produttive. Ma i rischi erano su una scala geografica e con un potenziale dannoso infinitamente inferiori a quelli odierni e l’aspettativa di vita media era molto minore dell’attuale. Ecco perché chi è giovane oggi non può non preoccuparsi per il futuro e spinge i governi ad accelerare il cambiamento anche con norme più restrittive. C’è tantissimo da fare e non si può indugiare ulteriormente».

Lei dirige un’azienda che opera nell’ecosistema digitale. Ma siamo sicuri che digitalizzare voglia dire andare verso la transizione green?

«Dipende. Le transazioni digitali in criptovalute richiedono data center sempre più potenti ed energivori con tonnellate di hardware waste. Al contrario, i processi basati sui trust services riducono emissioni di Co2, sprechi di carta e acqua, mobilità frizionale, digital divide e migliorano accessibilità ai servizi, work-life balance, governance e trasparenza: cito come esempio uno studio di IDC che ha previsto che l’uso della PEC – eliminando le pratiche cartacee – genererà, entro quest’anno, un risparmio di ben 3.234 anni-uomo di attesa agli sportelli, 391 milioni di chilometri in auto da e per gli uffici postali e 120.000 tonnellate di CO2. È fondamentale informare e sensibilizzare organizzazioni e utenti finali su benefici simili. Come InfoCert – Tinexta Group, ad esempio, offriamo ai titolari della nostra firma digitale GoSign un misuratore in tempo reale dell’impronta ecologica associata ad ogni loro operazione di sottoscrizione: rendiamo evidente il loro aiuto al Pianeta».

La digitalizzazione spinta implica anche una questione cruciale legata alla sicurezza informatica delle persone, delle aziende e delle istituzioni.

«L’incredibile boom del digitale offre tantissime opportunità, ma man mano che le transazioni si trasferiscono sul digitale, anche i criminali spostano la loro attenzione dalle armi da fuoco alla tastiera. Occorre dunque stare al passo di minacce sempre nuove con contromisure a tutela di sicurezza e privacy. Bisogna però sottolineare con forza che i reati informatici sono nettamente inferiori alle tipologie analoghe del “mondo fisico”. Come partner dei primi dieci operatori del credito al consumo, in InfoCert sappiamo bene, ad esempio, che le frodi su pratiche digitali sono certamente minori delle truffe tradizionali e, soprattutto, l’accertamento dei colpevoli è più frequente e veloce».

Torniamo ai criteri Esg. Sul mercato c’è anche tanto greenwashing: come si fa a distinguere tra sostenibilità vera e finta?

«Il fattore tempo e le certificazioni aiutano a smascherare chi esagera o millanta. Il primo, in genere, consente di osservare e verificare il mantenimento delle promesse. Ma, soprattutto, le seconde – rilasciate da terze parti indipendenti – garantiscono la reale implementazione delle iniziative annunciate e i loro effettivi risultati. Per questo, in InfoCert, abbiamo sostenuto due progetti certificati di riforestazione, con cui abbiamo compensato le 321 tonnellate di emissioni di CO2 generate dai nostri Centri Elaborazione Dati. Ma, al contempo, stiamo lavorando con partner istituzionali e indipendenti per certificare la misura dei benefici derivanti ai clienti dall’uso delle nostre soluzioni quali identità, firma e conservazione digitali o PEC: un dato affidabile e ideale per i bilanci di sostenibilità.

Gli obiettivi di agenda 2030 sono davvero alla portata?

«Sì, ma occorre più sensibilità da parte di tutti gli attori. Come nel caso di Next Generation EU e del PNRR: sono tantissime le risorse destinate anche allo sviluppo sostenibile ma i fondi non bastano da soli senza l’impegno di tutti, anche di imprese e cittadini. Ad esempio, la necessità di ridurre i consumi energetici per la crisi del gas riguarda enti pubblici e aziende ma anche le famiglie. Senza condivisione degli obiettivi si rischia il punto di non ritorno».

Ma le PMI in Italia non sono tutte sensibili ai fattori ESG…
«Vero. Sono quasi sempre grandi aziende e pubbliche amministrazioni a richiederci le soluzioni di Digital Trust in ottica di sostenibilità. Micro e piccole imprese hanno, spesso, una visione troppo a breve-medio termine. Saranno ancora una volta preziose le associazioni di categoria che possono promuovere efficacemente la cultura della sostenibilità verso le imprese cui erogano servizi godendo di fiducia e credibilità».