L'autore Agostino Scornajenchi, presidente di Andaf

To make a long story short: se sei un soggetto riconosciuto Esg, avrai tanti vantaggi, il denaro costerà poco, la tua vita sarà felice. Gli uffici comunicazione sono scatenati: ormai i rettangoli colorati dei 17 obiettivi Esg delle Nazioni Unite li troviamo anche sulle scatole dei biscotti. Tutto bene? Mica tanto. Prima o poi tutti si trovano inevitabilmente fermi allo stesso bivio. Quei finanziamenti concessi sulla base di mirabolanti promesse di benefici a favore dell’umanità saranno davvero meritati? Quei risparmi dichiarati di C02 connessi a questo o a quell’investimento saranno effettivamente realizzati? Chi scrive ha il sospetto che se si potessero consolidare le dichiarazioni relative ai risparmi sulle emissioni di C02 sbandierati dalle aziende dovremmo respirare ossigeno puro. Siamo sicuri di non correre il rischio che il finanziatore un bel giorno torni da noi a chiederci conto di come sono stati utilizzati i suoi soldi? In effetti, la finanza sostenibile è un’onda impetuosa. Ma sono ancora poche le aziende che riescono ad emettere strumenti finanziari Green a fronte di una domanda enorme da parte del mercato. Questo disallineamento fra domanda e offerta è però solo temporaneo. Tante aziende si affacciano a questo mercato, il numero degli emittenti green cresce. La finanza sostenibile da strumento un po’ elitario (quasi chic) diventerà presto strumento di lavoro per tante aziende. E quel giorno ahimè arriveranno anche i problemi. Perché quel giorno gli investitori dovranno ricominciare a scegliere come allocare i propri soldi fra soggetti che ormai saranno tutti pronti a declamare la qualità sostenibile delle proprie iniziative. E che faranno a quel punto per allocare i loro capitali? Dovranno scegliere. E per farlo, nel nostro mondo, esiste un modo solo, antico e implacabile: guardare i numeri.

Le iniziative Esg devono quindi essere valutate. I benefici dichiarati a seguito di investimenti in attività sostenibili devono essere misurati. In modo il più possibile certo, oggettivo e ripetibile. E per questo è necessaria l’adozione di standard riconosciuti. La situazione è piuttosto fluida. I numerosi rating providers per la misurazione dell’attitudine Esg delle aziende (che oggi sul mercato sono più di 200) offrono valutazioni ampiamente disomogenee tra loro. Al contrario i valori espressi dagli assessment delle agenzie di rating creditizio (ne esistono circa un centinaio) tendono ad essere normalmente allineati. Certo sono frequenti valutazioni diverse (anche perché ogni agenzia di rating ha il suo ricettario segreto su come elaborare i giudizi) ma notch più, notch menoci si riesce ad orientare. Nel mondo Esg la prospettiva di un allineamento analogo fra giudizi è purtroppo ancora molto lontana. Il che determina anche un problema di ampia portata, e con implicazioni etico-morali non trascurabili. Se le valutazioni di rating Esg possono variare da quasi 0% a quasi 100%, chi sceglieremo il giorno in cui dovremo effettuare il nostro assessment? L’agenzia più severa o quella più morbida? Tante domande, poche risposte. Non esiste ancora consenso unanime nel ritenere che l’adozione di comportamenti Esg, sia collegata attraverso una chiara relazione causa/effetto con l’aumento del valore aziendale. Su questi temi convivono abbondante aneddotica e scarsa sistematicità dei comportamenti. Gli investitori di società più Esg-oriented riescono effettivamente ad ottenere rendimenti superiori, ad esempio grazie allo sconto sui tassi di interesse sui nuovi finanziamenti, ma è pur vero che nella maggioranza dei casi una differenza di cinque punti base non riesce a cambiare la vita degli investitori e, in secondo luogo, la performance rimane in questo senso molto industry specific. Ci torniamo fra poco.

E qual è l’effetto sul valore? È opinione diffusa che per le aziende Esg compliant il costo del capitale tenda ad abbassarsi. Non è però dimostrato che ciò corrisponda ad un effettivo incremento del valore dell’azienda e della marginalità. E con il rischio nemmeno tanto remoto di dover registrare comportamenti poco virtuosi…. L’abito green talvolta viene indossato solo per proporre prodotti a prezzi più alti. Ricordate il Biologico?

Ma qui non ci occupiamo di comunicazione e di marketing. Andiamo avanti.

Di questo e molto altro si è discusso nel corso della 13° edizione del Forum Bilancio, organizzato congiuntamente dalla Scuola di formazione Ipsoa e da Andaf il 3 marzo scorso. In questa occasione il professor Antonio Salvi, ordinario di Finanza aziendale all’Università di Torino e membro del comitato tecnico Andaf Financial Reporting Standards, ha introdotto il concetto di reverse causality: essere buoni aiuta a fare profitti o chi fa più profitti può permettersi di essere più buono?

La misurazione della performance Esg rappresenta una delle sfide più complesse che la classe manageriale dovrà affrontare nei prossimi anni. La transizione ai principi contabili internazionali avvenuta una ventina d’anni fa a confronto è stata un gioco da ragazzi. In fondo, si è trattato di passare dal principio del costo, che aveva bisogno solo di una ordinata archiviazione delle fatture di acquisto, al principio del fair value. Il valore di un asset non è più la somma dei costi sostenuti per realizzarlo, ma il valore attuale dei flussi di cassa che quell’asset può generare in condizioni di continuità gestionale. Ma in fondo, niente di più di una spruzzatina di matematica finanziaria sulla solida intelaiatura ragionieristica. Certo anche la valutazione di un fair value può essere complessa: ma una volta definiti con oggettività i parametri del calcolo (tasso, rischio, tempo), i risultati tornano ad essere convergenti. Il fair value è espresso in un formato monodimensionale: il denaro. Quando si parla di indicatori Esg, invece, il formato diventa multidimensionale. Oltre al valore espresso in Euro (o in altra valuta) bisogna considerare, con modalità integrativa e non sostitutiva, altre grandezze: il risparmio di C02, le polveri emesse o non emesse, i metri quadri di suolo consumato… Insomma l’esercizio si complica parecchio.

A peggiorare il quadro, dobbiamo tenere a mente che la performance correlata agli indicatori Esg è tipicamente industry specific e la sua misurazione assume un carattere di stretta soggettività, dipendente in gran parte dal tipo di attività svolta dall’azienda. Un’azienda di trasporto ferroviario, che sposta uomini e mezzi utilizzando treni elettrici in sostituzione di auto e camion, certamente dà un contributo positivo ai fini del raggiungimento dei target Esg. Un’azienda che produce armi, che servono a generare offesa agli uomini, sembrerebbe non potersi fregiare del titolo di sostenibile. Ma le armi servono anche a difendersi, non solo ad attaccare. Quindi quello che importa non è cosa fa l’azienda ma come l’azienda fa il suo mestiere. Tutti hanno diritto a vedere premiati i propri comportamenti virtuosi, tutti hanno il dovere di contribuire. Ovvio che tutti partono da punti di partenza diversi e soggettivi.

Tante domande dicevamo, e purtroppo ancora poche risposte. In questo tuttavia abbiamo preso un impegno. Andaf rappresenta l’esperienza dei prepares, degli addetti ai lavori. Su queste tematiche ci confrontiamo ogni giorno. L’esperienza dei singoli diventa l’esperienza di tutti. Per questo daremo il nostro contributo attivo – anche grazie alla collaborazione con altre associazioni, università, istituzioni – partecipando attivamente alla definizione di quelle regole di rappresentazione e misurazione semplici, oggettive e verificabili per una corretta fotografia dalla sostenibilità delle nostre aziende e delle nostre attività.