Alberto Conforti, managing director Livolsi & Partners

Nonostante la guerra russo-ucraina, le sanzioni economiche e il conseguente isolamento economico e diplomatico di Mosca rispetto ai Paesi più ricchi del mondo, Belpaese incluso, le relazioni di partnership produttive e commerciali tra le imprese italiane con quelle locali, le istituzioni e la Federazione russa si mantengono improntate al reciproco riconoscimento di capacità di fare business di qualità. Nel primo trimestre 2022 rispetto a quello del 2021, la guerra in corso in Ucraina ha determinato una diminuzione dell’export tra Italia e Russia di circa il 30%, per una perdita di quasi due miliardi di euro. Tuttavia, delle circa 480 imprese italiane che svolgono attività in Russia, il 69% (contro il 42% delle corrispettive del resto del mondo) non abbandona il Paese oltre gli Urali, continuando a esercitare il proprio lavoro (36% contro il 21% mondo), prendendo tempo, rinviando investimenti, ma seguitando a fare affari (20% contro 12%), oppure ridimensionando i collocamenti e riducendo al minimo le operazioni commerciali (13% contro 9%). I dati sono forniti da uno studio internazionale, che ha monitorato le risposte di oltre 1.000 aziende, e rielaborati per quanto concerne la situazione delle Imprese italiane dalla Livolsi & Partners, rappresentante esclusivo in Italia della Zona economica speciale  di Stupino, vicino a Mosca, e in Cina dell’Associazione degli industriali della regione di Zhejiang e del Parco Industriale sino-italiano di Deqing.
Sul territorio dello Stato con capitale Mosca, agiscono circa 480 imprese italiane, per un export di circa otto miliardi di euro. Il nostro è il settimo Paese fornitore della Russia per una quota di mercato del 4,1%, mentre quella russa è la quattordicesima piazza di destinazione del nostro export, pari all’1,5% del valore nazionale. Quasi 30 aziende, equivalenti al 6% del totale, sono presenti con impianti produttivi stabili: Todini Costruzioni, Barilla, Pirelli, Marcegaglia, Leonardo, Tecnimont, Coeclerici, Costa Crociere, Enel, Eni, Danieli, Parmalat, Mapei, Menarini, Salini, Perfetti, Angelini, Alfasigma, Chiesi, Kedrion, Italfarmaco, Recordati, Zambon, Dompé. Tra le medie e piccole, sono censite nel settore produttivo, circa 150 imprese (31% del totale), sul posto con cooperazioni produttive o attraverso joint venture, in quello commerciale circa 300 imprese con uffici di rappresentanza, corrispondenti al 62% delle imprese complessive.


A fare calare nei primi tre mesi dell’anno l’import/export tra Italia e Federazione russa del 30% per una perdita di circa due miliardi di euro, è stato il sistema delle sanzioni bidirezionali, architettato dalla coalizione occidentale da un lato, in particolare da UE, UK e USA da un lato, dall’altro dalla Russia. Nel 2021 si era assistito a una ripresa dell’export verso il Paese ex sovietico, che aveva raggiunto i livelli del 2013, precedenti alla annessione della Crimea. Le attuali sanzioni, che non colpiscono i contratti in essere prima della loro introduzione (febbraio/marzo), riguardano diversi settori: armamenti, finanziamenti pubblici, telecomunicazioni, Oil & Gas, aviazione e spazio, siderurgia, lusso, enti e istituzioni pubbliche, privati. Da parte russa, oltre al divieto di import/export di merci e materie prime (il cosiddetto “Ordine 100”), vigono la Commissione governativa per il controllo degli investimenti esteri, l’obbligo di dare priorità ai soggetti russi e (Legge 233) e quello di convertire l’80% degli introiti in valuta estera in rubli. Dal lato dei Paesi dello schieramento occidentale sono in corso il divieto di formalizzare contratti e/o esportare prodotti, operare attraverso piattaforme interazionali di pagamento (Swift) rispetto a un gruppo di banche e interagire con soggetti pubblici/privati sanzionati.


Nonostante le reciproche sanzioni economiche messe in atto dallo schieramento occidentale, con USA, UE e UK in testa, e dalla Russia (vedi scheda sotto), le imprese italiane, a eccezione di quelle operanti nel settore energetico e dei servizi (dall’ Eni alle Assicurazioni Generali, ad esempio) che hanno deciso di rimanere in Russia, evidenziano quattro tipologie di permanenza e una di chiusura. 1 – Imprese che continuano la loro attività (36% rispetto al 21% del resto del mondo); 2 – Imprese che prendono tempo, rinviano l’investimento, ma seguitano a fare affari (20% italiane, 12% mondo); 3 – Imprese che ridimensionano gli impieghi e riducono al minimo le operazioni commerciali (13% e 9%); 4 – Imprese che limitano la maggior parte delle mansioni valutando quando riprendere (16% e 31%); 5 – Imprese che bloccano tutte le attività ed escono dal mercato (13% contro 26% mondo).
“In merito agli scenari possibili – afferma Alberto Conforti, managing director e responsabile del “Dipartimento internazionalizzazione” della Livolsi & Partners – le grandi imprese che già producono in Russia, avranno un accesso facilitato al mercato quali parte del cluster di aziende russe fornitrice di prodotti, ma potrebbero avere problemi a fare rientrare in Italia i propri profitti. Le medie e piccole imprese, presenti con joint venture con partner russi, e con produzione in parte in Italia e completamento in Russia, risentiranno del costo del traporti per la parte realizzata Italia, e in prospettiva commerciale i profitti si ridurranno a causa della svalutazione del rublo. In difficoltà le medio e piccole imprese eminentemente commerciali, penalizzate dai prezzi della logistica e della svalutazione del rublo”.
“Per le imprese residenti – continua Conforti – che decidono di continuare l’attività in Russia, prevediamo quale possibile scenario sia un proseguimento normale delle attività con l’obbligo di utilizzare unicamente il rublo come valuta e l’impossibilità alla data di convertire rubli per il rientro dei profitti sia il mantenimento del fatturato o in leggero calo. Per quelle che decidono di sospendere le attività, e che avranno l’obbligo della salvaguardia dell’occupazione con gli oneri accessori previsti, ci sarà una riduzione sensibile del fatturato e dei prodotti. Per le imprese residenti che lasciano il Paese, è attualmente in discussione la procedura di “nazionalizzazione”, non ancora approvata dal Governo, che presume la cessione degli asset e della forza lavoro a una società russa che abbia “contiguità” produttiva con l’impresa straniera, attraverso l’attivazione di una procedura definita “bancarotta intenzionale”, che include sanzioni amministrative e penali verso gli azionisti e i manager con posizioni di responsabilità”.

Ubaldo Livolsi, presidente Livolsi & Partners

“Si può stimare – interviene Ubaldo Livolsi, fondatore della Livolsi & Partners – una forte riduzione dell’export, soprattutto da parte di quelle Pmi che non hanno una presenza strutturata in Russia e hanno privilegiato il “trading in settore tipici del made in Italy” rispetto alla localizzazione commerciale/produttiva. La riduzione dell’export deriva dall’aumento dei prezzi delle importazioni per la Russia, dai costi dei trasporti, dalla svalutazione del rublo e dalla difficoltà di avere garanzie bancarie a supporto dei contratti (lettere di credito). L’impatto coinvolgerà anche le filiere associate alle imprese esportatrici che soffriranno di un calo dei contratti, mentre le aziende che hanno un fatturato verso la Russia significativo avranno problemi a riposizionarsi in tempi rapidi”.