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Apro all'estero... senza muovermi dal desk

La Brexit non ferma le imprese che vogliono internazionalizzarsi: complice la snella burocrazia, spingersi oltremanica rimanendo in Italia è possibile. Come ha fatto Achab con meno di 10mila sterline

Franco Oppedisano
Apro all'estero... senza muovermi dal desk

Basta uno smartphone per aprire una nuova società in Inghilterra. Anche se sei un'impresa italiana. Anche in tempi di pandemia. A volte le cose sono più semplici di quanto possa sembrare: lo dimostra l’esperienza, recentissima, di Achab, una Pmi italiana che distribuisce software e ha deciso di provare ad espandere le proprie attività oltremanica, nonostante la Brexit. In un paio di mesi ci è riuscita,  usando solo i ritagli di tempo. «Abbiamo assoldato una società che assiste le aziende facendo anche l’incasso fatture e le buste paga, abbiamo fatto un paio di telefonate e mandato qualche mail. niente di più» spiega il ceo dell’azienda Andrea Veca, che sostiene che tutta l’operazione è costata meno di 10mila sterline. In Inghilterra il notaio non esiste, la partita iva non è indispensabile fino a un fatturato di 85mila sterline, e la maggiore ossessione del governo britannico sembra essere il riciclaggio e l’identificazione dei soggetti coinvolti nella nuova società. 

«La burocrazia cartacea è ridotta a zero, ma hanno voluto guardarmi in faccia in una videocall» aggiunge Veca. «Ho dovuto mandargli il passaporto e una bolletta del gas di casa mia per verificare che il mio indirizzo fosse davvero quello indicato nei documenti. Ma parte questo passaggio che ci ha portato via più di due settimane, aprire l’incorporation è stata una banalità: è bastato compilare, firmare e inviare alcuni moduli fotografati con il telefonino. Anche per i cedolini dei quattro dipendenti non c’è stato nessun problema burocratico». 

Tutto è andato liscio come l’olio, a parte un piccolo inconveniente, non del tutto trascurabile: «In questi tre mesi» ammette Veca, «non siamo ancora riusciti ad aprire un conto in banca. Non si capisce se per il Covid o per la Brexit, la banche grandi, quelle high street, non concedono appuntamenti e senza quest’ultimo il conto non si può aprire. Abbiamo provato con un istituto di credito meno tradizionale. Ma il fatto che fossimo italiani ha creato qualche imbarazzo, e quindi stiamo cercando altrove». 

Dall’inizio dello scorso anno, nessuno di Achab Italia ha mai messo piedi in Inghilterra. Solo telefonate e videocall. Ma i primi segnali sono incoraggianti. Anche perché Achab, fondata nel 1994 con un fatturato in Italia di 10 milioni di euro e 29 dipendenti, cerca in giro per il mondo software e servizi cloud da proporre a chi eroga servizi di Information Technology puntando su quello che si chiama Managed service provider, che in Inghilterra ha preso piede da tempo. «La maggior parte di coloro che forniscono servizi in Italia», spiega Veca, «lavora in maniera reattiva, ovvero quando qualcosa si scassa lo vanno a riparare. I clienti non sono felici perché il vero costo che devono pagare è l’indisponibilità dei servizi, e non lo sono neanche i fornitori perché la loro agenda è dettata dalla sfortuna dei clienti. Devono correre a spegnere gli incendi, ma fanno i pompieri non i periti del tribunale che indagano sul perché sia scoppiato. Il cliente è sempre più furioso, vuole spendere sempre meno e il fornitore lavora sempre peggio e ha sempre meno soldi». 

Il managed service provider, diffuso oltremanica e in ascesa anche in Italia, si basa su un’altra logica: il cliente è seguito ogni giorno con piccoli interventi migliorativi, realizzati anche con il software fornito da Achab, che dovrebbero poter evitare problemi seri ai sistemi informatici. In questo modo cambia anche i modello di tariffazione: da quella a tempo al canone. «Così», conclude Veca, «cliente e fornitori condividono l’obiettivo: non avere problemi. Il primo paga per non averli, mentre per il secondo rappresentano un costo, non un ricavo come era nel sistema tradizionale».

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