Il Covid ha rallentato anche la banda larga: a rischio 1,1 miliardi d'investimenti

La rete unica ha senso nelle aree rurali o semirurali, dove però devono essere coinvolti anche i medi operatori dotati di infrastrutture in fibra ottica, molto meno nelle grandi città. Parola di Federico Protto, ad di Retelit, uno dei principali operatori italiani di servizi dati e infrastrutture nel mercato delle telecomunicazioni, dal 2000 quotato alla Borsa di Milano, nel segmento Star dal 2016. Il progetto di fusione tra le reti di Telecom e Open Fiber, caldeggiato dal governo anche con un emendamento ad hoc al decreto legge fiscale, sembra entrato nella fase operativa con il primo incontro tra gli ad Luigi Gubitosi e Elisabetta Ripa. In questa fase cruciale Protto spiega a Economy quali sono la visione e le richieste di una media azienda come Retelit, dotata di 12500 chilometri di fibra ottica che collegano 9 reti metropolitane e 15 data center in tutta Italia: «Da un lato abbiamo il modello rete unica, dall’altro quello della competizione infrastrutturale» mette in evidenza l’ad di Retelit, «nelle grandi città e anche nelle zone popolose e con un’industria sviluppata, dove oggi ci sono già diverse infrastrutture di rete messe a reddito, è difficile trovare i vantaggi del primo». In questa zone l’assenza di competizione infrastrutturale non è un fatto positivo: «Nel centro di Milano per esempio oggi puoi scegliere tra diversi operatori con più reti» osserva Protto, «il che porta concorrenza e quindi prezzi più convenienti per l’utente finale». Le cose cambiano nelle aree rurali o semirurali, dette a fallimento o semifallimento: «In queste zone gli operatori si trovano a dover fare investimenti anticipando la domanda» spiega l’ad di Retelit, «oggi avere la fibra in ogni unità abitativa non è necessario. Ma se anche oggi forse la domanda non c’è, si dice, ci sarà nei prossimi anni: su questo sono abbastanza d’accordo. Questo periodo transitorio però può durare 1 o 4 anni, e intanto gli operatori devono fare i conti, non possono stare ad aspettare la domanda e pagare gli stipendi fra 1 o 4 anni». In queste zone, quindi, la rete unica è un modello che può essere adottato in modo proficuo: «Mettere a fattor comune gli investimenti in queste aree» sottolinea Protto, «e quindi creare infrastrutture cui tutti gli operatori accedano tramite tariffe regolate, potrebbe avere un senso».

Le aree rurali e semirurali sono dette “a fallimento” perché gli operatori si trovano a dover investire anticipando la domanda

È il meccanismo del Rab (), che stabilisce a priori quale rendimento debba avere il capitale investito nell’infrastruttura in un regime di monopolio, come accade in Italia per esempio per i servizi di trasmissione dell’energia elettrica forniti da Terna. Una logica che non piace agli internet provider di Aiip, associazione di oltre 60 operatori piccoli e medi di telecomunicazioni e internet, che in una nota ha messo in guardia: «L’introduzione di meccanismi di remunerazione automatica degli investimenti sulla rete (il Rab), con il prezzo imposto forzosamente a favore del nuovo monopolista, rischia di minare l’efficienza e premiare invece la rendita di posizione a danno dei concorrenti e degli utenti». Ma l’ad di Retelit insiste: un conto è applicare questa logica in una grande città, un altro è farlo in una zona rurale o semirurale. «In queste zone in realtà esiste già l’infrastruttura» rimarca Protto, «ma viene offerta in maniera tendenzialmente disaggregata: ognuno propone la propria, così il mercato non ha un’idea chiara di quali siano prezzi e disponibilità. Quindi in questo caso per noi mettere a fattor comune gli investimenti e le infrastrutture esistenti è virtuoso, specie perché operatori come il nostro hanno a disposizione tanta infrastruttura, quindi costruirla ex novo sarebbe oggettivamente uno spreco». Secondo l’ad di Retelit insomma nelle zone in cui la domanda più in ritardo non giustifica grandissimi investimenti, la concorrenza infrastrutturale può essere non opportuna, e il modello rete unica potrebbe funzionare.

A patto di coinvolgere i medi operatori, e anche i piccoli comunque dotati di infrastrutture: «È un aspetto assolutamente importante, che accelererebbe in maniera enorme lo sviluppo» afferma Protto, «a una sola condizione però: gli investimenti degli operatori medi come noi o di quelli piccoli sono investimenti privati. Se siamo disposti e ben contenti di valorizzare la nostra infrastruttura esistente in un progetto di ampio respiro, è chiaro che deve essere remunerata secondo gli investimenti fatti. Tanto più nel nostro caso, visto che siamo quotati alla Borsa di Milano, e rispondiamo al mercato».