investimenti sostenibilità

E’ proprio vero che «il bene si fa ma non si dice», come sosteneva Gino Bartali. Almeno a giudicare da come si muove la maggior parte delle imprese che hanno scelto di diventare Società Benefit, inserendo nello statuto l’oggetto sociale del “beneficio comune” perseguito nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni. 

In Italia sono già 2.626 le realtà ad aver optato per questa particolare forma di impresa introdotta – primi in Europa – con la legge 208 del 28 dicembre, meglio conosciuta come Legge di Stabilità 2016. 

I vantaggi? Nessuno: le Società Benefit, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non godono di particolari benefici fiscali se non di un marginale credito d’imposta relativo alle spese di costituzione o di trasformazione. Quanto all’immagine, il comunicarsi sotto l’ampio cappello del “beneficio comune” non ha prezzo. 

Peccato che oltre allo statuto e all’individuazione di uno o più soggetti (il “Responsabile del perseguimento del beneficio comune”) che controllino il perseguimento delle finalità definite nell’oggetto sociale, la legge imponga l’obbligo di trasparenza, ovvero la redazione di una “relazione di impatto” annuale sulle modalità di perseguimento del beneficio comune, da allegare al bilancio e pubblicata nel sito internet della società, se esistente. 

La relazione, dice la legge, deve includere la descrizione degli obiettivi raggiunti, la valutazione dell’impatto dell’attività aziendale sul beneficio comune e l’indicazione dei nuovi obiettivi per l’anno in corso. E qui casca l’asino.

Basta guardare i risultati dell’indagine sulle relazioni di impatto pubblicate fino al 2021 condotta dagli studenti del corso “Corporate governance e scenari di settore delle imprese” del Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università degli Studi Roma Tre. 

Sono state considerate le 521 aziende presenti nell’elenco delle Società Benefit alla data dell’11 novembre 2022 curato da B-Lab Italia e Assobenefit. Di queste, il 20,34% sono state escluse poiché sono società risultate inesistenti, in liquidazione, prive di un sito internet o perché, divenute Benefit nel 2022, non hanno provveduto all’adempimento relativo alla relazione di impatto. 

E le altre? Salta all’occhio la mancata pubblicazione della relazione d’impatto da parte della maggior parte del campione: su 415 imprese analizzate, solo il 36,87% (153 società) risulta averla pubblicata nel 2021, mentre il 63,13% (262 società) non ha presentato alcun documento. 

E per quanto riguarda l’area scelta per la pubblicazione all’interno del sito web, solo il 45% (69 imprese su 153) ha caricato il documento in una sezione specifica dedicata alla comunicazione con gli stakeholder esterni (sezione “Governance” o “Sostenibilità”), mentre il 55% ha preferito creare una sezione dedicata all’essere Benefit e includere lì la relazione di impatto. 

«Certamente la mancata indicazione della sezione in cui pubblicare la relazione di impatto non è di ausilio agli stakeholder nel trovare le informazioni e, dunque, l’accountability è limitata», commenta la professoressa Giorgia Mattei. Che punta il dito anche contro il «variegato range di approcci possibili da utilizzare nella redazione della relazione»: il 70,59% delle imprese utilizza il Bia (B Impact Assessment), in alcuni casi in combinazione con altre metodologie; il 3,92% il Sabi (Strumento di Autovalutazione della Buona Impresa); il 13,07% il Gri standards (Global Reporting Initiative Standards); l’1,31% utilizza la Matrice del Bene Comune; l’11,11% utilizzano altri approcci, alcuni dei quali risultano carenti sia in termini di aree di analisi rendicontate, sia nella quantificazione degli obiettivi e delle performance realizzate. 

Il che, sottolinea Mattei, «non agevola la comprensione delle azioni delle singole aziende e non aiuta la comparabilità spaziale del documento. Dai risultati è possibile notare come per alcune realtà, la redazione della relazione di impatto costituisca ancora un mero adempimento, tra l’altro non sempre atteso, piuttosto che un momento di confronto con gli stakeholder».

Non solo Roma: anche Milano “indaga” sulle Società Benefit. L’ha fatto, in particolare, GoodPoint, società (benefit, ça va sans dire) di consulenza che supporta le aziende proprio nel mettere a fuoco il loro impatto sociale e nel percorso per acquisire la qualifica di Società Benefit. 

Nella sua ricerca qualitativa, presentata qualche settimana fa nel capoluogo lombardo, GoodPoint da un lato ha analizzato 579 finalità di beneficio comune, su un campione rappresentativo in termini di dimensioni delle organizzazioni italiane; dall’altro ha messo in luce le modalità di valutazione e rendicontazione dell’impatto, analizzando 105 relazioni di impatto. 

Ebbene: solo il 36% delle Società Benefit utilizza le Finalità di Beneficio come chiave di lettura delle attività svolte e dell’impatto generato nell’anno, oltre la metà (56%) si limita a rendicontare le attività svolte, ma non l’impatto generato, il 30% coinvolge gli stakeholder nella valutazione, l’87% si dà Obiettivi di miglioramento per l’anno seguente e solo il 37% delle grandi Società Benefit integra Bilancio di Sostenibilità e Relazione di impatto.Questo quanto alle “quantità”. 

Quanto alla “qualità”, rispetto al beneficio comune la ricerca evidenzia una “rilevanza nel reporting inferiore rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare”, un’osservazione dell’impatto “molto poco presente”, e una misurazione con pochi indicatori (anche riguardo gli obiettivi) e poco coinvolgimento degli stakeholder. Insomma: non ci siamo. «La nostra speranza», dice Nicoletta Alessi, presidente di Goodpoint, «per questa ricerca nata anche e soprattutto dalla nostra esperienza, è che possa essere di aiuto al “mondo” Società Benefit e lo porti a crescere, migliorare e creare una opportunità per dare una “casa” a tutte quelle imprese che non si riconoscono nel puro scopo di lucro. Le aziende, infatti, vivono un contesto complicato quando si parla di sostenibilità, impatto, responsabilità e fare ordine diventa una necessità. La nostra ricerca può essere utile tanto per chi vuole intraprendere questo percorso dall’inizio offrendo spunti e semplificazioni, quanto per chi già ha fatto la trasformazione a Società benefit e vuole capire meglio la direzione da prendere con la consapevolezza di non essere soli in questo percorso, ma di avere tante altre realtà con cui confrontarsi e condividere la strada».