Il tempo trascorso sui social è diventato il nuovo terreno di scontro tra piattaforme digitali, governi e famiglie. Dietro uno scroll infinito, una notifica o un video riprodotto automaticamente non ci sarebbe soltanto una scelta dell’utente, ma un modello economico costruito per aumentare la permanenza online. Ed è proprio questo meccanismo a finire sotto accusa in migliaia di cause legali contro i giganti del web.
Dagli Stati Uniti all’Europa, passando per Regno Unito, Canada e Australia, cresce la pressione sui grandi social network accusati di aver progettato sistemi capaci di favorire comportamenti compulsivi, soprattutto tra i minori. Al centro del dibattito ci sono i possibili danni alla salute mentale, la gestione dei dati personali e la responsabilità delle aziende nel prevenire fenomeni come dipendenza digitale, ansia e isolamento sociale.
Social network e minori, l’Europa apre alle sanzioni
La Commissione europea – si legge su Il Sole 24 Ore – ha già acceso un faro sul funzionamento di alcune delle principali piattaforme nell’ambito del Digital Services Act (Dsa), la normativa che regola le responsabilità delle grandi aziende digitali.
Secondo le valutazioni preliminari dell’Unione europea, il design di piattaforme come Facebook e Instagram potrebbe favorire meccanismi di dipendenza attraverso strumenti come lo scroll senza fine, l’autoplay dei contenuti e sistemi di raccomandazione basati sugli algoritmi. Nel mirino anche la capacità delle piattaforme di impedire efficacemente l’accesso ai minori di 13 anni.
Se le violazioni dovessero essere confermate al termine delle procedure aperte dalla Commissione, le società coinvolte rischierebbero sanzioni molto pesanti, fino al 6% del fatturato annuo globale.
Una prospettiva che rende il tema non soltanto sociale, ma anche economico: per le Big Tech una multa di queste dimensioni potrebbe incidere significativamente sui risultati finanziari e sulle strategie future.
La guerra legale contro i giganti del web
Il fenomeno è partito dagli Stati Uniti, dove negli ultimi anni si è moltiplicato il numero delle azioni legali contro le piattaforme social. Le accuse riguardano diversi aspetti: dalla mancata tutela dei minori alla scarsa moderazione dei contenuti, dalla violazione della privacy alla diffusione di disinformazione.
Secondo i promotori delle cause, il problema non sarebbe soltanto nei contenuti pubblicati dagli utenti, ma nella stessa architettura delle piattaforme. Algoritmi e strumenti di coinvolgimento sarebbero progettati per massimizzare il tempo trascorso online, aumentando così ricavi pubblicitari e valore economico dei dati raccolti.
Una dinamica che mette sotto pressione un modello di business basato sull’attenzione degli utenti, considerata ormai una delle principali risorse dell’economia digitale.
In Italia prima azione collettiva contro Meta e TikTok
Anche in Italia il tema è approdato nelle aule giudiziarie. Il 14 maggio si è svolta davanti al Tribunale delle imprese di Milano la prima udienza dell’azione inibitoria collettiva contro Meta e TikTok, promossa dal Movimento italiano genitori insieme a un gruppo di famiglie e allo studio legale Ambrosio & Commodo.
L’obiettivo dell’iniziativa non è ottenere un risarcimento economico, ma chiedere alle piattaforme di modificare alcune caratteristiche dei loro servizi. Tra le richieste figurano la rimozione o la revisione dei meccanismi ritenuti più problematici, come lo scroll infinito, l’autoplay, le notifiche compulsive e gli algoritmi di profilazione, oltre a sistemi più efficaci per verificare l’età degli utenti.
Le famiglie chiedono inoltre maggiore trasparenza sui rischi legati all’utilizzo intensivo dei social, soprattutto per gli adolescenti. La prossima udienza è prevista per il 19 novembre.
Il modello economico dei social finisce sotto esame
La battaglia legale contro le piattaforme digitali mette in discussione uno degli elementi centrali dell’economia dei social network: la capacità di trattenere gli utenti il più a lungo possibile.
Più tempo trascorso sulle piattaforme significa infatti più dati raccolti, maggiore possibilità di mostrare pubblicità e più valore per gli investitori. Proprio questo meccanismo, secondo gli accusatori, avrebbe spinto alcune aziende a privilegiare strumenti capaci di aumentare il coinvolgimento anche a costo di creare effetti negativi sugli utenti più vulnerabili.
Le società tecnologiche respingono le accuse e sostengono di aver introdotto negli anni strumenti per proteggere gli adolescenti, migliorare la sicurezza online e offrire maggior controllo alle famiglie.
















