Dopo tanti anni di lavoro, sono molte le persone che contano i giorni che li dividono dalla pensione, istituto che negli anni, specie negli ultimi, ha subito dei radicali cambiamenti. Oggi andare in pensione è molto più complicato rispetto al passato, quando si smetteva di lavorare molto prima e si aveva diritto a vita all’ultimo stipendio percepito. Le crisi, gli squilibri economici e l’incertezza nei confronti del futuro hanno portato a rivedere di molto le modalità di concessione della pensione e l’ammontare della stessa. Vediamo insieme dunque come calcolare la pensione anticipata in un sistema misto.

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Sistema misto e pensione anticipata

Prima di arrivare a calcolare la pensione anticipata, è bene conoscere a fondo l’istituto in tutte le sue caratteristiche. Anzitutto diciamo che sono previsti differenti regimi per le pensioni che incidono sia sull’età pensionabile che sulle cifre percepite. Si tratta del contributivo, del retributivo e del misto. Per quanto riguarda il regime contributivo, questo tiene conto di tutti i contributi effettivamente versati dal cittadino nel corso della sua vita lavorativa. I contributi, chiamati anche montante contributivo, vengono convertiti in rendita in base all’età di pensionamento in rapporto alle prospettive di vita. Nel retributivo, invece, l’assegno mensile viene calcolato tenendo conto delle ultime retribuzioni ottenute dal lavoratore. Vi è poi il misto, ovvero una forma ibrida a metà tra i due differenti regimi descritti.

In Italia i vari regimi si sono alternati. Fino al 1995 era previsto un sistema pensionistico retributivo, ma la sua eccessiva onerosità, unita ad una sempre maggiore aspettativa di vita, hanno portato alla Riforma Dini, che dava il via ad un sistema pensionistico misto. Questo è rimasto fino al 2011, quando si è passati – con la riforma Fornero – al sistema contributivo che ha aumentato l’età pensionabile e diminuito gli assegni previdenziali. Oggi, invece, c’è un sistema misto, che prevede per i lavoratori con almeno 18 anni di contributi maturati entro il 31 dicembre 1995 si applichi il regime retributivo fino al 31 dicembre 2011, mentre il contributivo per i successivi.

Ecco dunque che nel sistema pensionistico misto, per il calcolo della pensione sono molti i fattori da tenere in considerazione. Si tratta del numero totale di anni di contributi, degli anni di contribuzione antecedenti al 1996 e di quelli successivi, dell’età di uscita dal lavoro – per i coefficienti di trasformazione – e delle retribuzioni percepite durante la carriera. Nel misto è dunque necessario effettuare il calcolo pensionistico delle due parti, quella del sistema retributivo e quella del contributivo. Nel primo caso il calcolo prevede una media delle retribuzioni percepite e vale circa il 2% per ogni anno di carriera, mentre nel contributivo è calcolata annualmente una quota destinata ai contributi. Nello specifico, i lavoratori dipendenti hanno diritto ad una quota del 33% della retribuzione annua lorda. Da questi calcoli si passa poi al coefficiente di trasformazione, che serve a convertire il montante dei contributi in pensione. Tali coefficienti variano in base a determinati fattori quali ad esempio l’età di uscita dal lavoro (più si è giovani e meno sarà conveniente andare in pensione). Si riportano di seguito i coefficienti aggiornati riferiti all’età: 57 (4,186%), 58 (4,289%), 59 (4,399%), 60 (4,515%), 61 (4,639%), 62 (4,770%), 63 (4,910%); 64 (5,060%), 65 (5,220%), 66 (5,391%), 67 (5,575%), 68 (5,772%), 69 (5,985%), 70 (6,215%), 71 (6,466%).

Pensione anticipata ordinaria nel sistema misto

La riforma delle pensioni 2022 non ha di fatto modificato quanto fin qui esposto, ma ha solo previsto una flessibilità maggiore che vada a smussare le conseguenze della fine di quota 100. È stata di fatto prevista una forma di pensione anticipata ordinaria che prevede che il calcolo venga effettuato con un metodo misto. Sono richiesti 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini. La liquidazione è prevista entro 90 giorni dalla cessazione del lavoro per chi opera nel settore privato, mentre entro 27 mesi dalla cessazione per chi lavora nel pubblico.