Si fa presto a dire “sostenibile”, ma spesso dietro quella parola eterea che è “digitale“, si nascondono tranelli e comportamenti ad impatto negativo su ambiente, società ed economia. Un po’ come un ipermercato che si dica sostenibile, ma lasciando aperti per ore i suoi refrigeratori. O agli Nft (la tecnologia utile ad acquistare un’opera digitale) che, con l’attività di certificazione del possesso, causano emissioni pari a 16 milioni di tonnellate di carbonio, l’equivalente della produzione annua di 2.048 case. E ancora. Sapevate, per esempio, che tante aziende, brave a dichiararsi sostenibili solo perché in modo volontario piantano alberi o fanno investimenti sulle rinnovabili, ricorrono spesso allo streaming ed un’ora di streaming la settimana consuma quanto due frigoriferi sempre accesi? O che i costi energetici complessivi delle cinque BigTech sono comparabili con i consumi di Paesi come l’Ungheria?

«Di fronte a queste incongruenze – afferma Tiziana Catarci, direttrice del Dipartimento di Ingegneria informatica, automatica e gestionale alla Sapienza Università di Roma – occorrono norme più vincolanti, maggiore informazione e alfabetizzazione digitale per avere cittadine e cittadini consapevoli. Serve un Maestro Manzi- il docente che conduceva la trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi negli anni 60, ndr -, del digitale».

Di qui l’iniziativa della Fondazione per la Sostenibilità Digitale che ha attivato una piattaforma online – grazie al supporto del Gruppo Eht – disponibile sul suo sito (https://sostenibilitadigitale.it) e aperta a tutte le organizzazioni del settore pubblico e privato. Un aiuto per ora gratuito agli imprenditori che devono avviare un processo di trasformazione digitale. Alla piattaforma, la Fondazione affianca iniziative di formazione per le imprese.

La Fondazione per prima ha elaborato la prassi di riferimento Uni, il primo documento sviluppato a livello europeo per la valutazione della Sostenibilità Digitale dei progetti di trasformazione digitale. «Nell’impianto complessivo della prassi – fa sapere il presidente Stefano Epifani – ci sono 58 indicatori di prestazione (Kpi) che consentono alle organizzazioni di rendere coerenti i propri progetti di trasformazione digitale con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sdg) di Agenda 2030. La Uni/PdR 147:2023 prende in considerazione undici dei diciassette Sustainable Development Goals  di Agenda2030  e consta, appunto, di 58 indicatori applicabili a tutte le fasi del ciclo di vita di un progetto: dall’avvio, alla pianificazione, all’esecuzione e al monitoraggio. Gli indicatori possono essere aggregati e valutati per rappresentare quanto il progetto implementi il digitale nel rispetto dei criteri di sostenibilità economica, sociale e ambientale di Agenda2030 e, allo stesso tempo, lo usi come strumento per perseguirli al meglio. Gli indicatori proposti nascono da un’analisi nei differenti ambiti (architetture, infrastrutture e applicazioni) che caratterizzano le scelte sulle tecnologie, gli aspetti organizzativi e i criteri di sviluppo di un progetto di trasformazione digitale. La prassi è stata redatta da Fondazione per la Sostenibilità Digitale e Unicon il supporto di enti e aziende, tra le quali Enel, Aci Informatica, Cisco, Blu Digit – Italgas, MM.

«La sostenibilità – afferma Giuseppe Rossi, Presidente Uni – va declinata in tutti i suoi aspetti e la pervasività delle soluzioni digitali, nonché il ruolo della transizione digitale nell’evoluzione socioeconomica del Paese rende necessaria l’analisi puntuale dei loro impatti. La normazione tecnica volontaria supporta le transizioni green e digitale, dando un contributo al perseguimento degli obiettivi Onu 2030 e quindi è ben lieta di mettere a disposizione gli strumenti necessari – in questo caso gratuiti- realizzati anche con la diretta collaborazione degli stakeholder”.

«Come Fondazione per la Sostenibilità Digitale – spiega Salvatore Marras, coordinatore del progetto. siamo ben consapevoli di quale impatto abbiano i processi di trasformazione digitale sulla sostenibilità sociale, economica e ambientale, poiché sempre più decisioni individuali, organizzative e governative dipendono proprio dall’elaborazione di dati e algoritmi per misurare le loro prestazioni».

«Tecnologie come l’intelligenza artificiale – aggiunge Marco Barra Caracciolo, Presidente e Ceo di Bludigit, società IT del Gruppo Italgas – i big data, l’IoT e altre piattaforme digitali hanno il potenziale di generare benefici significativi per la società e il sistema produttivo ma, proprio per questo, è fondamentale considerare l’impatto di queste tecnologie e sfruttarle per la transizione ecologica e lo sviluppo sociale sostenibile ed equo».

Lo scopo della prassi – fanno sapere dalla Fondazione – è, anche, quello di andare oltre il principio Do No Significant Harm (Dnsh), adottato dalla UE per i piani nazionali di Next Generation Europe, che si limita a richiedere alle organizzazioni di adottare misure appropriate per evitare o minimizzare i danni significativi o irreversibili causati dall’attuazione di loro iniziative. La Uni/PdR 147:2023, invece, è un documento che stabilisce prescrizioni tecniche e fornisce un primo riferimento volontario su temi non ancora consolidati dalla normativa tecnica. Sono tre i passaggi che un’organizzazione con l’obiettivo di sviluppare un processo di cambiamento deve affrontare: analisi degli impatti di sostenibilità del progetto nei risultati, analisi degli impatti di sostenibilità nei processi, identificazione degli specifici obiettivi di sviluppo sostenibile sui quali impatta il progetto».

Da parte della Fondazione si parte, dunque, dall’assunto che l’intelligenza artificiale non debba essere considerata una commodity a cui si accede in modo inconsapevole, ma una tecnologia che richiede consapevolezza, competenza e capacità critica. Torniamo a qualche mese fa e al clone di Tom Hanks: l’AI non deve più giocarci questi scherzi. Occorre che sul digitale ci sia massima consapevolezza.

Di qui il cosiddetto Manifesto per la Sostenibilità Digitale dell’Intelligenza Artificiale, una guida per approcciare l’AI in modo consapevole, responsabile e sostenibile, lanciato dalla Fondazione, che tutte le organizzazioni (pubbliche e private) dovrebbero utilizzare nello sviluppo e adozione di sistemi di AI e che include, tra le principali indicazioni, la trasparenza, la non discriminazione nella strutturazione e applicazione dell’AI, l’equità, la sostenibilità economica, sociale e ambientale, l’interoperabilità e portabilità delle tecnologie di AI, la possibilità di revoca dell’azione, il rispetto della privacy, la sicurezza delle informazioni, la riconoscibilità di ciò che è stato creato con l’AI, la necessità di una formazione consapevole sulla conoscenza delle tecnologie digitali, fra cui l’AI, la valutazione su opportunità e rischi tra possibili danni ed elementi di vantaggio, l’attribuzione delle giuste responsabilità per chi trae vantaggi dall’AI”.

Per chiudere, «Il digitale – ci ricorda Epifani – è uno dei migliori strumenti che abbiamo a disposizione per gestire le complesse sfide poste dalla sostenibilità. Ma ancora oggi, purtroppo, più di un quarto dei cittadini italiani sottostima il digitale. Parliamo del 27% della popolazione, un dato che è cresciuto di sei punti rispetto alle rilevazioni dello scorso anno, quando a sottostimare l’impatto dei servizi digitali era circa un italiano su cinque. Si tratta di un dato preoccupante che mette in evidenza quanto sia urgente, da parte delle Istituzioni, formare adeguatamente i cittadini per fornire loro i giusti strumenti tecnologici e, in parallelo, culturali».

di Cinzia Ficco