MARCO FORTIS FONDAZIONE EDISON

«Questa ripresa economica italiana lungamente sminuita al rango di un semplice rimbalzo è in realtà molto vigorosa, e conferma la qualità del tessuto imprenditoriale del nostro Paese. è dunque un’occasione da non perdere per accelerare il progresso del Paese»: Marco Fortis, economista di lungo corso, docente alla Cattolica di Milano e direttore della Fondazione Edison, si distingue sempre per le sue analisi mai conformiste e sempre suffragate dai dati e dalle loro riclassificazioni più dense e aderenti al vero. In quest’intervista con Economy spiega da cos’è composto questo boom e come fare per valorizzarlo al meglio. «A novembre l’indice Pmi manufacturing Italia ha raggiunto il suo massimo storico mentre quelli di Germania e Francia sono diminuiti. Il Fondo monetario nel gennaio scorso ci accreditava di un +3%, ai minimi del G20, mentre a settembre abbiamo già acquisito il +6,2%, doppiando quella stima».

Ma lo shortage e i rincari delle componenti e delle materie prime non ci stanno rallentando?

Solo un minimo, rispetto agli altri grandi Paesi industriali. Rincari e shortage stanno affliggendo soprattutto i Paesi che hanno produzioni di massa come l’auto per la Germania. L’Italia non ha avuto lo stesso problema perché da noi l’auto è il 7 per cento dell’esport, mentre per la Germania è il 17%. Anche l’elettronica e gli apparati  elettrici, che insieme all’auto totalizzano un terzo dell’esport totale tedesco, sono afflitti dalla carenza di componenti. Noi invece esportiamo di tutto, anche settori non colpiti dagli shortage: nautica, macchine utensili per imballaggio, arredamento, che si possono produrre in quantitativi limitati, dove si possono realizzare in proprio anche le componenti che mancano.

Ma come si spiega questa ripresa così marcata? Erano anni che ci piangevamo addosso…

Alcuni si commiseravano, ma tanti altri investivano. Per 4 o 5 anni sono stati fatti in Italia investimenti importantissimi, nella ristrutturazione dei processi produttivi, dei magazzini, della distribuzione, utilizzando al meglio Industria 4.0,  che va considerato senza mezzi termini il più grande strumento di politica industriale italiana degli ultimi 40 anni. E dunque dal 2015 in poi abbiamo avuto la più forte crescita della produzione industriale tra i Paesi del G7, ma anche un netto aumento della produttività del lavoro.

Ma come: non sentiamo sempre dire che la produttività è bassa?

Sarà bassa la produttività del sistema nel suo complesso, non quella della manifattura. La crescita della produttività è stata marcatissima, escludendo dai calcoli le microimprese, quelle con meno di 20 dipendenti, si colloca su livelli straordinari. Nei 5/6 della nostra industria manifatturera la produttività del lavoro è più alta di quella tedesca nelle imprese dai 20 ai 250 addetti, ed escludendo il settore auto è più alta anche nelle imprese oltre i 250 addetti. Togliendo dal computo l’auto, la nostra produttività è maggiore di quella tedesca nella chimica, nella farmaceutica, nell’alimentare, nella meccanica.

Altro che Italietta…

Quest’idea di un’Italia fatta di poveretti che non sanno competere l’ho sempre combattuta. Ho visto imprese da 50 milioni di ricavi capaci di investirne in due o tre anni 20 in macchinati nuovi. Ho conosciuto un imprenditore che in piena pandemia ha lanciato una fabbrica smart che ha sviluppato 10 milioni di ricavi… Se misuriamo gli investimenti italiani fissi lordi da 2015 in poi, nel G20 siamo il paese cresciuto di più insieme alla Cina. Il Veneto ha investito quanto la Cina dal 2015, proporzionalmente, e nei primi 3 trimestri del 2021, rispetto all’ultimo trimestre del 2020, gli investimenti fissi lordi sono cresciuti dell’8,5%, sopra i livelli precrisi, i migliori tra i Paesi del G20 dopo l’Australia, e colossi come Germania e Stati Uniti dietro di noi con tassi di crescita della metà.

Insomma ci sono tanti imprenditori italiani che hanno fiducia nel futuro?

Gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto, cresciuti del 10%, sono investimenti sul futuro. Come anche le costruzioni, cresciute di oltre il 10%, c’è un boom edilizio straordinario, che a sua volta è anche boom della manifattura, visto che produciamo in Italia gran parte delle componenti per la nostra edilizia edilizia.

Quindi è un momento magico.

Indubbiamente, e quel che poi conta è anche la grande confidenza dei mercati e delle istituzioni sul fatto che grazie a Mario Draghi e a un minimo di Pnrr fatto bene riusciremo a realizzarlo e che le risorse non saranno sprecate. L’Italia tra i Paesi G7 più la Spagna promette di essere il 2° Paese per crescita sia nel ’22 che nel ’23, molto davanti a Usa, Giappone, Francia, Germania. La stessa Spagna ha avuto un ‘21 deludentissimo rispetto a noi. Hanno avuto molte delocalizzazioni, ben più di noi. Ed anche la gestione della pandemia, almeno finora – articolo chiuso il 21 dicembre ’21, ndr – è stata di grande qualità.

Tuttavia, professore, lei da formatore sa bene che c’è carenza di risorse umane qualificate…

Nel manifatturiero, ma anche nel commercio e dovunque sia diventato centrale il digitale, si ha un’enorme domanda incrementale di tecnici che sappiano usare le nuove macchine, i robot e l’intelligenza artificiale. In questo quadro, l’Italia non è mal collocata: dopo Svezia, Danimarca e Finlandia siamo il Paese Ue che ha la maggior percentuale di imprese che usano il cloud, altra conseguenza virtuosa di Italia 4.0. E siamo anche il 4° Paese per il ricorso a cloud sofisticati. Tutto questo comporta che le imprese hanno bisogno di nuove professionalità e non ne trovano a sufficienza, per la crisi degli istituti tecnici, il loro abbandono da parte dei giovani, con il personale che finisce col formarsi dentro le imprese più che nelle scuole. Ma occorre un vero salto culturale: oggi le imprese sono uffici con dentro un sacco di computer che fanno funzionare dei robot. Bisogna far capire ai giovani che questo è lo scenario. Oggi un bravo ingegnere neolaureato può diventare in tre mesi, come ho visto accade nel distretto della rubinetteria, il braccio destro dell’imprenditore perché sa far girare al meglio le macchine e i sistemi! In questo senso l’immagine del tecnico come figura chiave dell’impresa va rilanciata.  In questo la Germania è stata avanti a noi, la sua formazione tecnica specializzata è molto efficiente.

Possiamo farcela?

Si, ma è una rivoluzione da compiere e non basteranno tempi brevi. È però un dato di fatto che è meglio avere lo shortage di competenze in un comparto manifatturiero moderno che avere personale a sufficienza in aziende tecnologicamente decotte. Ripeto: il Nord-Est, l’Emilia Romagna, sono macchine da guerra oggi, grazie agli investimenti. Ci siamo prenotati 5-6 anni di crescita. La Germania impiegherà due anni per raggiungerci. Se guardiamo ai dati sull’export da gennaio a settembre e li confrontiamo con quelli degli ultimi 7 anni, ebbene: fatto 100 il dato del 2015, l’Italia è a 123, la Germania a 112. Siamo bravi imprenditori, questa è la realtà. E la prima volta che sono stati messe a disposizione misure fiscali capaci di favorire investimenti, hanno saputo approfittarne in tanti.

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Sergio Luciano, direttore di Economy, è nato a Napoli nel 1960, laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finaza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.