Che cos’è la digitalizzazione? La domanda, dal sapore vagamente “marzullesco” si rivela però essere molto meno banale di quanto potrebbe sembrare. Se, infatti, le grandi aziende italiane hanno da tempo avviato l’integrazione delle tecnologie, delle competenze e delle organizzazioni necessarie per il nuovo paradigma, lo stesso non si può dire di quelle Pmi che sono però la stragrande maggioranza (numerica) in Italia. Troppo spesso, infatti, si pensa che basti acquistare un nuovo macchinario, ultra performante, per aver completato il processo di transizione. Poi però non si hanno le competenze necessarie o, peggio ancora, arriva una bolletta quadruplicata a causa di una crisi energetica e l’avveniristico sistema viene messo in un angolo in attesa di momenti migliori. «La digitalizzazione non è solo una questione tecnologica – spiega Economy Alessandro Cencioni, managing director di Protiviti – soprattutto quando si parla di piccole e medie imprese. Non è facile replicare lo schema che viene usato nelle grandi aziende anche con quelle di dimensioni più contenute: spesso si fatica a comprendere il ruolo del responsabile IT. E la stessa proprietà, nella maggior parte dei casi, non ha la visione e le competenze necessarie e si mantiene in una dimensione decisamente analogica».

Se si dovesse disegnare un diagramma che racconti al meglio le componenti che permettono la digitalizzazione di un’impresa, a sorpresa – ma neanche troppo – non troveremmo la tecnologia come principale priorità. «Sono tre le aree più significative – chiosa Luca Risi, anch’egli managing director di Protiviti – che concorrono alla digital transformation di un’impresa, l’organizzazione, le persone ed infine le tecnologie. Prima di tutto c’è l’organizzazione, nel senso della componente umana. Se c’è scarsa propensione all’innovazione già abbiamo un problema non indifferente. Serve quindi che l’azienda individui fin da subito degli ambassador cui affidare il cambiamento culturale. Non devono essere per forza i top manager, ma devono necessariamente essere dipendenti che abbiano una forte proattività».

Altri temi fondamentali sono rappresentati dalle competenze digitali, che sono difficili da reperire sul mercato e da sviluppare internamente. Infine c’è la componente di transizione dei modelli e delle piattaforme dal vecchio al nuovo. L’evoluzionismo darwiniano deve, dunque, applicarsi anche all’aziende. E se pensiamo alle Pmi è facile immaginare che la trasformazione sia più complessa anche per un’impossibilità a dedicare tempo e risorse al cambiamento.

In molti casi la trasformazione è vista esclusivamente come l’adozione di un nuovo sistema in sostituzione di quelli in uso, si tende spesso ad adottare un approccio di pura migrazione dei modelli operativi esistenti tra sistemi e non si coglie invece l’opportunità reale di revisione innovazione sia dei processi, dell’organizzazione, del modo di lavorare. Infine c’è anche da tenere in considerazione il tema tecnologico, ma in senso più “filosofico”.

Va tenuta in conto l’incapacità di saper comprendere e cogliere per tempo i trend che caratterizzano ed abilitano le trasformazioni, specie se pensiamo in generale al tessuto delle pmi: in esse, infatti, si evidenzia ancora un approccio timido al digitale, sostanziato per esempio da una adozione ancora piuttosto limitata del cloud o di tecnologie di gestione e trasformazione dei dati in insight (approccio data driven).

Ma facciamo un passo indietro: che cosa prevedono le norme in materia di digitalizzazione?

In questo caso il “libro mastro” è doppio. Da una parte c’è l’Europa che, con il Digital Compass, impone quattro punti fondamentali entro il 2030. Prima di tutto, almeno l’80% di tutti gli adulti dovrà possedere competenze digitali di base e dovranno esserci 20 milioni di specialisti ICT impiegati nell’Ue, con una maggiore presenza di donne. Facile a dirsi, meno a farsi visto che nel 2019 gli specialisti erano 7,8 milioni e il tasso annuo di crescita è del 4,2%. Secondo: entro il 2030 tutte le famiglie dell’UE dovrebbero disporre di connettività in dimensioni di gigabit e tutte le aree popolate dovrebbero essere coperte dal 5G; la produzione di semiconduttori all’avanguardia e sostenibili in Europa dovrebbe essere il 20% della produzione mondiale; 10.000 nodi perimetrali altamente sicuri dal punto di vista climatico dovrebbero essere distribuiti nell’UE; e l’Europa dovrebbe avere il suo primo computer quantistico. Terzo: entro il 2030, tre aziende su quattro dovrebbero utilizzare servizi di cloud computing, big data e intelligenza artificiale; più del 90% delle PMI dovrebbe raggiungere almeno il livello base di intensità digitale. Peccato che secondo i dati della fiera A&T di Torino l’utilizzo dei dati sia ancora “critico” per il 71% delle piccole e medie imprese.

Quarto, nei prossimi 8 anni tutti i principali servizi pubblici dovrebbero essere disponibili online; tutti i cittadini dovranno avere accesso alla propria cartella clinica elettronica; e l’80% dei cittadini dovrebbe utilizzare una soluzione di identità digitale.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, invece, assegna complessivamente 40 miliardi alla digitalizzazione del Paese, con particolare riguardo alla connettività, alla pubblica amministrazione e al cloud.

Proprio la pubblica amministrazione rappresenta il tema più significativo per il nostro Paese. «È evidente – chiosa Cencioni – che nella pubblica amministrazione si è investito molto poco dal punto di vista delle assunzioni con competenze native.

Va però detto che oggi ci sono tanti strumenti che la PA sta allestendo per supportare questo cambiamento. È un percorso culturale prima ancora che tecnologico, di messa a tera di progetti. E il Pnrr rappresenta una grandissima opportunità perché permette di investire molto dal punto di vista della governance e del controllo. Il dato sta diventando sempre più nodale nelle attività delle imprese, ma è fondamentale proteggerlo perché è come se si stesse aprendo un libro a disposizione di chiunque abbia mezzi e interessi per cogliere le informazioni.

Un ulteriore segnale positivo arriva anche dall’istituzione dell’Agenzia per la Sicurezza Informatica». Un tema, quello della cybersecurity, reso ancora più evidente e cogente dalla guerra tra Russia e Ucraina e dalla convinzione che un ulteriore campo di battaglia, oltre a quello fisico, sia rappresentato dal cyber spazio. Basti pensare all’attacco che ha bloccato i server di Trenitalia, o all’attivismo di Anonymous contro i russi. «La sicurezza cibernetica – spiega Risi – sta scalando le classifiche dei top risk. Tra l’altro ci troviamo in un momento di cambio di paradigma con il progressivo switch verso il cloud che rappresenta un’opportunità ma anche un’incognita. Stiamo assistendo ad una convergenza delle funzionalità e delle tecnologie anche innovative sulla “nuvola”. Sempre più vedremo una razionalizzazione delle piattaforme all’interno delle quali saranno integrati strumenti di Robot Process Automation, Process Mining, Workflow Automation, Machine Learning e intelligenza artificiale. Di fronte ad un percorso di così grande rilevanza è impensabile poter accelerare la transizione».

Un tema che sta diventando di stringente attualità è quello dei costi dell’IT, che già ora – e a maggior ragione in futuro – diventeranno il principale centro di spesa per le aziende. Ma la gestione di questi costi cambia completamente. Un tempo si acquistava un macchinario o un software e lo si ammortizzava negli anni. Oggi invece si comprano servizi modulari. «Qui diventa difficile capire come si comporta il cashflow – aggiunge Cencioni – perché i costi diventano spese operative e non rientrano più sotto il cappello del Capex. Urge quindi misurare il beneficio dell’investimento in tecnologia, il suo Roi anche rispetto ai prodotti accessori. Cambia molto la variabilità delle voci di spesa e serve acquisire una nuova competenza: quella che permette di capire se si sta pagando il giusto per il servizio che si riceve. Urge lo sviluppo di modelli di controllo e degli strumenti che siano disegnati in maniera da monitorare questi fenomeni».

Dunque, il ruolo della consulenza non è più soltanto quello di un intervento spot per consigliare l’acquisto di questo o quel macchinario, ma guidare l’impresa durante tutto il processo di trasformazione digitale. Fondamentale, quindi, partire dall’identificazione della comprensione degli obiettivi strategici per comprendere quali sono i motivi che spingono le aziende a compiere un passaggio di questo tipo.

«La tecnologia – conclude Risi – deve aiutare a raggiungere un obiettivo. Noi come Protiviti offriamo dei servizi qualificati che, partendo appunto dalla comprensione delle esigenze delle aziende, supportano la definizione e selezione delle soluzioni opportune e l’implementazione del programma di trasformazione per raggiungere gli obiettivi. Due sono i punti su cui ci focalizziamo: automatizzare in maniera intelligente i processi aziendali ed estrarre valore dai dati delle imprese. Primo punto, quindi, è la definizione dell’orizzonte tecnologico, stabilendo il grado di maturità dell’impresa. Quindi supportiamo i clienti nella definizione della strategia, stimando costi e ritorni d’investimento. Solo a questo punto procediamo alla selezione delle tecnologie, che siamo in grado di configurare nel caso di piattaforme appartenenti al nostro ecosistema di partner. Supportiamo le aziende anche nel processo di definizione delle strategie organizzative: project e change communication management. Infine, è fondamentale l’elaborazione di Key Performance Indicator che permettano di tenere sotto controllo l’evoluzione e l’efficacia dell’adozione delle tecnologie. Solo a quel punto potremo verificare se e come l’intero processo è migliorato».