Ci siamo mai chiesti come stiamo? La risposta? Bene, ma non benissimo. L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo, ma tra contrazione del tasso di fertilità e innalzamento dell’età media, per soddisfare i crescenti bisogni di salute e assistenza, secondo Meridiano Sanità, nei prossimi trent’anni la spesa sanitaria dovrebbe crescere del 56,7%. E invece ristagna. «Eppure, investire nel Sistema Sanitario Nazionale conviene: ogni euro di risorse pubbliche investito in sanità ne genera quasi due di produzione in valore» spiega a Economy Fabio Landazabal, medico, classe 1974, che ha iniziato la sua carriera in GlaxoSmithKline – al primo posto per 8 anni consecutivi nell’Access to medicine index con oltre 90 mila dipendenti in 92 Paesi, 6,1 miliardi di confezioni di farmaci e vaccini e 6,2 miliardi investiti in ricerca e sviluppo – e oggi è Presidente e amministratore delegato di Gsk Italia, oltre a far parte del Comitato di presidenza di Farmindustria e presiedere il Gruppo prevenzione vaccinale e antimicrobico resistenza. «Partendo da una spesa sanitaria pubblica di 131,3 miliardi di euro, pari al 6,7% del Pil, il valore della produzione interna diretta, indiretta e dell’indotto ad essa ascrivibile è stimato in 242 miliardi di euro. Occorre aumentare gli investimenti nell’ambito della salute, driver di crescita socio-economica del Paese», sostiene.

Già, ma come?

Accelerando l’attuazione di Pnrr e Fondi Europei; potenziando il capitale umano; proseguendo nella trasformazione data-driven della sanità; con una nuova governance e un nuovo modello di finanziamento della spesa farmaceutica pubblica; con il potenziamento dell’Agenzia Italiana del Farmaco; semplificando le norme per i trial clinici. E implementando modelli sperimentali di finanziamento a carattere pubblico-privato, con una cornice normativa unica per i partenariati. Serve attrarre e incoraggiare gli investimenti nazionali ed esteri sostenendo ricerca, industria e accesso all’innovazione: nel 2022, l’Italia è stata la 18ma destinazione al mondo per capitali esteri con 20 miliardi di dollari, rispetto ai 35 della Spagna e ai 36 della Francia.

Ecco, appunto: quanto apporta l’industria farmaceutica in Italia?

Tanto: grazie all’innovazione farmaceutica, in Italia è diminuita del 40% la mortalità per le patologie croniche in 20 anni. In termini economici, nel 2022, l’Italia ha raggiunto un valore di produzione farmaceutica di oltre 49 miliardi di euro e 46,7 di export: il 42,8% in più rispetto al 2021. È un settore da 68mila occupati, ad alto tasso di innovazione, con investimenti pari a 3,3 miliardi di euro: 1,4 destinati agli impianti di produzione e 1,9 alla ricerca e sviluppo. E le aziende a capitale estero associate a Iapg e Eunipharma sono un motore trainante, con oltre il 60% della produzione.

E GlaxoSmithKline, in particolare?

Siamo in Italia dal 1904 a Siena con i primi vaccini e dal 1932 a Verona con i primi farmaci: oggi contiamo su oltre 3.600 dipendenti di 47 nazionalità diverse: il 65% di laureati e il 51% di donne di cui, a sua volta, il 44% occupa posizioni manageriali. Nel 2022 l’azienda ha impiegato 355 milioni in lavoro e retribuzioni, sviluppando un fatturato di 1,2 miliardi di euro di cui il 40% per l’export di prodotti e servizi. E l’impegno per il periodo 2020-2025 è di 800 milioni di euro, di cui il 59% destinato ai vaccini ed il 41% ai farmaci, mentre alla sola ricerca va il 14% del totale.

Qual è la “geografia” di Gsk in Italia?

A Verona abbiamo la sede direzionale e quella della consociata Viiv Healthcare che si occupa esclusivamente di Hiv-Aids oltre a un Centro internazionale di arti grafiche per il packaging. A Parma c’è un sito specializzato in prodotti sterili ad alto contenimento, anticorpi monoclonali per Oncologia, Lupus, Asma grave e Covid, produzioni pilota di farmaci innovativi per studi clinici, antivirali per Hiv/Aids, con export in circa 120 Paesi diversi. A Siena, invece, abbiamo il Centro ricerche vaccini internazionale che ha scoperto e sviluppato il vaccino contro la Meningite B e il Centro ricerche Gvgh per la prevenzione delle malattie neglette nei Paesi in sviluppo, che recentemente ha scoperto e sviluppato un vaccino contro la febbre tifoide attualmente impiegato in diversi Paesi bisognosi. Da Rosia (Siena) esportiamo vaccini in oltre 100 Paesi. In cifre, si tratta nel complesso di 95,6 milioni di farmaci e vaccini prodotti a Parma e Rosia, 355 milioni investiti in lavoro e retribuzioni, 1,2 miliardi di fatturato di cui circa il 40% per export di prodotti e servizi.

Insomma, la prevenzione innanzitutto. Anche per vincere la sfida dell’invecchiamento della popolazione…

L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo: seconda in Ue, con 83,6 anni, dopo la Spagna. Una società che invecchia significa successo, ma anche sfida. L’invecchiamento della popolazione determina infatti un aumento della disabilità legata alle malattie croniche. Invecchiare in buona salute dovrebbe essere l’obiettivo prioritario. In quest’ottica ci sono ancora molti passi da compiere.

Quali?

I programmi di immunizzazione “durante il corso della vita” sono una delle misure più efficaci per mantenere la salute pubblica, l’economia e la società. Secondo Altems l’impatto di influenza, malattia pneumococcica e herpes zoster nella popolazione italiana occupata, malattie oggi prevenibili grazie alla vaccinazione è di circa 1,1 miliardi di euro l’anno, di cui 185 milioni relativi alla parte fiscale e 915 milioni a quella previdenziale. Tuttavia, quasi l’80% dei Paesi europei spende meno dello 0,5% della spesa sanitaria per i programmi di immunizzazione; escludendo i vaccini contro Covid-19.

Però la spesa per vaccini è più che raddoppiata dal 2014 al 2022, passando da 4,79 a 10,84 euro pro capite.

Ma la vaccinazione degli adulti rappresenta la parte minore. L’Italia investe appena lo 0,7% della spesa farmaceutica totale (20,5 miliardi nel 2022) nei vaccini per adulti: circa 144 milioni di euro, valore che è pari solo al 9,8% dei casi potenziali evitati grazie alle vaccinazioni in età adulta e nei fragili. Ma confidiamo nel Ddl anziani, le cui deleghe dovranno essere adottate entro il 1° marzo 2024, che tende a semplificare e potenziare il sistema dell’assistenza alle persone anziane fragili e non autosufficienti. E ci sono altre categorie di adulti a rischio se non protetti: come i pazienti oncologici, immunocompromessi, con patologie cardiovascolari, respiratorie o diabete. Basterebbe il vaccino.

Basterebbe, ma non si fa. C’è una soluzione?

C’è, ed è il progetto della Direzione Generale della Prevenzione del ministero della salute che vuole invertire il paradigma secondo cui è l’invecchiamento che causa le malattie, mentre spesso sono il risultato di quanto non prevenuto, non curato o curato male: un “calendario della salute” con le tappe più importanti della salute della persona, dall’allattamento alle vaccinazioni dell’età adulta. E anche se tanti sono indecisi perché assaliti dalle fake news è necessario ribadire sempre di più l’importanza strategica dello strumento, anche alla luce dei dati, che ci restituiscono l’evidenza scientifica della sua efficacia e sicurezza. Certo, sarebbe auspicabile consentire le vaccinazioni negli ospedali, negli ambulatori e nelle Rsa, per proteggere i più fragili, come raccomandato con le ultime circolari ministeriali. Serve sempre più una strategia di medio e lungo termine: una sorta di piano Marshall per le scienze della vita.