Bruno Tabacci

«Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere e della responsabilità»: Bruno Tabacci, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Mario Draghi con la delega alla programmazione e neoeletto esordisce citando Aldo Modo in un intervento al Convegno nazionale dell’Andaf, dal titolo solenne e impegnativo: “Estote parati: la democrazia non è gratis”, ancora in carica nel suo ruolo e legittimato dallo straordinario successo elettorale personale conseguito, con 79.142 voti pari al 38,44% nel collegio uninominale di Milano Loreto per la coalizione di centro sinistra: «Alle elezioni politiche del 1948 votò il 93,5% degli italiani aventi diritto. Il 25 settembre 2022 il 63,95. Questa riduzione della partecipazione appare ancora più grave in un momento in cui la guerra, il rischio di recessione, avrebbe richiesto un supplemento di responsabilità, e non aumento di deresponsabilizzazione. Comunque, quel 63,95% ha votato in maniera chiara e nascerà il Governo Meloni, che ci auguriamo tutti sappia rappresentare l’interesse dell’Italia, il cui interesse decisivo si colloca in Europa».

Non teme che la scelta europeista possa essere rinnegata?
Penso sia impossibile tornare indietro. Tra qualche decennio non ci sarà più spazio per nessun singolo Paese europeo all’interno dei 20 Paesi più sviluppati del mondo, neanche per la Germania. Tantomeno per l’Italia. Se guardiamo poi il profilo dei dati demografici si capisce che nel giro di 30 anni, noi siamo destinati a ridurci, al netto delle migrazioni; l’idea che si possa avere una prospettiva al di fuori dell’Europa è un’idea che non ha alcun fondamento, il che vuol dire che noi dobbiamo cominciare dal rilancio dell’Europa e della sua collocazione internazionale. Si tratta di stare in Europa lavorando per aumentare la coesione e l’efficienza delle decisioni. Casomai andando verso il superamento del voto unanime e quindi senza potere di veto e pensando a una struttura federale poiché un bilancio come quello europeo è pari all’1% del suo Pil; il bilancio di un Paese federale come gli Usa, sta tra il 20 e il 25% del suo Pil.

Ma gli attuali trattati europei non andrebbero aggiornati, se non riscritti?
Si tratta di rivederli e renderli capaci di interpretare il ruolo che l’Europa vuole giocare all’interno del mondo, e di riconsiderare le cose che i nostri padri fondatori avrebbero voluto fare già nei lontani anni 50. Penso all’idea di De Gasperi di una difesa europea che, in alleanza con gli americani, desse una prospettiva nuova; sarebbe stato un grande passo in avanti, forse neppure la guerra in Ucraina sarebbe stata possibile se l’Europa avesse avuto la forza di darsi un sistema di difesa proprio. D’altro canto quello che è cambiato nel mondo si vede anche nella dimensione geopolitica: quello che sta facendo Putin è un atto di arroganza non supportato da condizioni economiche che gli consentono di dominare il mondo; infatti il Pil della Russia è pari al Pil della Spagna, con la differenza che gli spagnoli sono 44 milioni, e i russi sono 144 milioni. Il Pil pro capite di un russo è dunque un terzo del Pil pro capite di uno spagnolo.

Concentrandoci sull’oggi, il passo sfidante per tutti è l’attuazione del Pnrr. Ce la faremo?
Facciamo una premessa. Attuare il Pnrr significa realizzare il piano italiano del Next Generation Eu, ovvero la scelta che l’Europa ha fatto – in controtendenza rispetto al suo orientamento precedente – di fare debito comune per contrastare il Covid e che ha premiato ampiamente l’Italia. Si tratta di 10 rate che l’Europa a ritmo semestrale paga all’Italia sui budget che sono stati definiti a fronte di riforme strutturali e target che devono essere raggiunti; nell’insieme 527 obiettivi, divisi in 213 milestone e 314 target. Ci sono stati finora pagati due assegni, il terzo arriverà alla fine di quest’anno in relazione alle altre 55 condizioni cui dobbiamo adempiere anche con il nuovo governo. Se non rispettiamo le condizioni non avremo altri assegni. Il Pnrr è infatti una somma di sovvenzioni e prestiti. Le sovvenzioni non siamo tenuti a restituirle ma i prestiti sì. In Europa i prestiti sono stati sottoscritti da Paesi diversi per 166 miliardi, di questi l’Italia ne ha sottoscritti 122 miliardi, quindi il nostro debito è tre quarti del totale prestato. Se saltasse il Pnrr salterebbe anche il Next Generation Eu, e noi falliremmo come Stato. Il nuovo governo dovrà tenerne conto: il che non significa che non si possono più fare scostamenti e ritocchi al Pnrr, ma solo raccordandoli alla dimensione della scelta della politica Europea. Il Pnrr è una grande opportunità perché interviene su 6 comparti decisivi per fare quello che l’Italia negli anni scorsi non ha fatto.

Quale testamento morale, oltre all’attuazione del Pnrr, lascia il governo Draghi al nuovo esecutivo?
Innanzitutto la continuità nel sostegno all’Ucraina. Ho visto delle polemiche sulla consegna delle armi agli Ucraini, io penso invece che la forza con cui hanno difeso il loro territorio debba essere sostenuta dall’Europa e che l’Europa non si debba far dividere sulla questione dell’energia. Draghi ha dimostrato in diciotto mesi come l’Italia economica può raggiungere risultati di crescita straordinari.

Un tema, quest’ultimo, che sta diventando drammatico. Che fare?
Il price-cap da un lato e dall’altro il disaccoppiamento gas-elettricità. Il Ttf, che è il mercato del gas olandese, non funziona. Non vi avvengono delle contrattazioni relative a uno che vuol comprare o uno che vuol vendere con un passaggio di denaro conseguente: no! Sono annunci di intenzioni, tant’è che la speculazione aveva spinto il prezzo del gas per megawattora a 330 dollari ed è bastato che l’Europa annunciasse la volontà di intervenire per ridurlo a 170. Peraltro, già prima dell’attacco all’Ucraina sui rialzi dei contratti spot s’intuiva la manina di Mosca, qualcuno operava sul lato dell’offerta per stressare i prezzi. È evidente che dobbiamo renderci immuni dal ricatto energetico. Con i dittatori si deve discutere, come disse il presidente Draghi, ma discutere non significa legarsi le mani e affidarsi totalmente al loro arbitrio. Sull’energia l’Italia ha dimostrato di saper trovare delle alternative. Si può costruire un assetto delle forniture differente e migliore. Ma anche qui si vede, e deve vedersi, la dimensione dell’Europa: la questione non può riguardare un singolo Paese. Nonostante l’ultima riforma costituzionale abbia attribuito potere concorrente alle Regioni che hanno iniziato a fare i loro Piani Regionali. Mentre oggi ci rendiamo conto che la dimensione energetica è quanto meno continentale. Quindi c’è la necessità di fare un ragionamento che, anche dal punto di vista costituzionale, rimetta le cose a posto perché è chiaro che se dobbiamo andare verso energie rinnovabili più diffuse dobbiamo anche trovare una calibratura diversa sul terreno istituzionale per fare in modo che le licenze conseguenti vengano poi date in tempi accettabili.

E poi c’è l’ambiente…
Nel ’72, Aurelio Peccei, autore di un rapporto per conto del Club di Roma, aveva cominciato a parlare dei limiti allo sfruttamento del pianeta. L’idea che possiamo traslocare tutti altrove non esiste e quindi dobbiamo tenere in ordine il pianeta. Qui si pone un problema grandissimo, che è quello delle relazioni multilaterali che devono coinvolgere il pianeta nel complesso e i suoi abitanti, perché le emissioni di CO2 sono per l’8% a carico dell’Europa, per il 16 a carico degli Usa e per il 32 a carico della Cina. Questo vuol dire che una politica di contrasto ai cambiamenti climatici ha bisogno che ci sia una condivisione, e invece abbiamo una guerra.

Infine i conti pubblici, su cui l’autorevolezza del governo Draghi difficilmente sarà eguagliata.
Il livello schiacciante del debito pubblico italiano ha bisogno della solidarietà europea perché intanto è finanziato dalla Bce e per gran parte nelle mani di altri Paesi europei, a cominciare dalla Francia che ha più del 10% del debito italiano. Draghi lascia alla Meloni un bilancio positivo, parlando dei dati della crescita realizzata nel 2021, il +6,6, e ancora del primo semestre di quest’anno, il +3,4, secondo risultato al mondo dopo il Canada; molto superiore rispetto a quelli di Francia e Germania. E la riduzione del debito pubblico attesa a fine 2022 punta al 145%, dal 155% al dicembre 2020. Bisogna uscire dagli storici record italiani negativi in Europa, dopo aver precisato che il debito cala solo se c’è crescita. Bisogna anche mettere ordine nell’eccesso di bonus e sussidi che sono stati adottati in questi ultimi anni. Sembra che quando c’è un problema l’unica cosa che possiamo fare è quella di inventarci un nuovo sussidio o un nuovo bonus. Non va bene. Quella stagione dei diritti e dei doveri a cui faceva riferimento Aldo Moro deve essere la bussola sulla quale alla fine i cittadini italiani devono guardare.