Young smiling father works from home typing on his computer while holds his son while they both watch screen.

L’unica colpa di Elisabetta Franchi è quella di aver detto –  nell’intervista rilasciata al Foglio per la firma di Fabiana Giacomotti, collaboratrice di punta anche della nostra rivista Investire – quello che migliaia di imprenditori pensano, praticano o cercano di praticare, ma non dicono per pura ipocrisia: che cioè preferiscono non puntare sulle donne in età fertile per ruoli importanti in azienda in modo da prevenire il rischio che una gravidanza le porti via dal lavoro intralciando il corso organizzativo ordinario della vita aziendale.

Congedo parentale, cos’è e come funziona

E’ una cattiva azione? Sì. E’ una scemenza? Sostanzialmente sì. E’ un reato? Forse potrebbe esserlo ma non risulta sia configurato. E’ un malcostume che lo Stato potrebbe prevenire e contrastare? Assolutamente sì. La soluzione c’è ed è semplice, ma con buona pace dello sfoggio di “gender paritarism” di tutti gli ultimi governi succedutisi in Italia negli ultimi anni non è stata applicata se non in modo embrionale: si chiama congedo parentale obbligatorio, ed è una norma energica e divisiva, come lo è stata quella sulla quote rosa, ma sarebbe molto incisiva sul sistema. Utile, insomma.

Significa, banalmente, che tra i lavoratori dipendenti di ogni inquadramento, dirigenti e top-manager compresi, nel caso della nascita di un figlio legalmente riconosciuto, ad assentarsi dal lavoro per necessità continuerà ad essere la madre nei periodi biologicamente più appropriati, prima e dopo del parto, ma successivamente e per un pari periodo di tempo, o comunque per un tempo sufficientemente lungo (diciamo tre mesi?) dovrebbe assentarsi per assistere il neonato al posto della madre, anche il padre.

Anziché perpetuare il fenomeno statisticamente molto rilevante del periodo di maternità prolungata che molte mamme chiedono.

I padri mancherebbero dal lavoro per meno tempo

Allora sì che l’obiezione della Franchi cadrebbe: perché in caso di nascita, a doversi assentare non sarebbero più le sole madri ma anche i padri. Certo, sorgerebbero polemiche a non finire. Ma a pensarci bene si potrebbe bilanciare la norma, prevedendo per i padri un periodo di congedo obbligatorio più breve (appunto tre mesi) di quello concesso alle madri poiché in fondo i padri, essendo generativamente attivi per natura più a lungo (anche le donne oggi volendo possono generare in età molto avanzata ma si tratta di minoranze statisticamente irrilevanti) pagherebbero questo vantaggio con il poter essere “costretti” ad assentarsi dal lavoro fino a fine carriera, fino alla pensione, in caso di paternità. Costerebbe all’erario? Certamente sì: non tantissimo, ma un po’ sì. E sarebbero soldi ben spesi.

Altrimenti, che lo dicano o meno, molti imprenditori continueranno a fare come la Franchi ha per lo meno ammesso di fare.

P.S.: si potrebbe obiettare che in questo modo si disincentiverebbe ulteriormente la natalità. Ma infatti, lo Stato non può risolvere tutti i problemi della società. Ma attutirli sì. E a favore della natalità supporti ce ne sono, semmai si tratta di aggiungerne.