Aumentano i conflitti, le contese commerciali tra i 164 Paesi che aderiscono al Wto (World Trade Organization) e, al contempo, si accorciano le rotte marittime transoceaniche, quelle battute dai giganteschi cargo portacontainer (lo ha rivelato uno studio della Conferenza dell’Onu sul commercio e lo sviluppo pubblicato a metà ottobre) e tutto questo agli esperti, agli economisti che guidano gli uffici studi delle organizzazioni internazionali, sembra un segnale pericoloso, forse l’inizio della fine della globalizzazione, la stagione d’oro che ha reso i Paesi ricchi ancora più ricchi e i Paesi poveri molto meno poveri.

Ma è davvero così? Il vostro Globalista è andato a vedere cominciando dal bel palazzo Anni Venti, il Centro William Rappard, che si affaccia sul lago Lemano a Ginevra e che ospita il Wto. E qui, in effetti, si scopre che il numero dei cosiddetti “Dispute Settlement”, dei conflitti commerciali, dei divieti, delle barriere fiscali e doganali alzate tra i Paesi un tempo campioni del libero scambio, è aumentato di ben nove volte tra il 2015 e il 2022.

Per le ragioni più diverse, come si diceva prima: sanitarie, doganali, di protezione dei propri mercati: per esempio, la “tax carbon” che l’Unione europea applica alle imprese extraeuropee costringendole a dichiarare la percentuale di CO2 generata durante il processo produttivo, oppure il più invasivo, commercialmente parlando, Inflation Reduction Act (Ira) americano che privilegia il “made in Usa” grazie a una vera e propria valanga miliardaria di incentivi a vantaggio dell’industria nazionale.

Il risultato, come si legge nel rapporto annuale del Wto sulle rotte marittime, pubblicato anch’esso a metà ottobre, quasi in contemporanea con quello della Conferenza Onu, è che il sistema del commercio globale, così come l’abbiamo conosciuto, si sta frantumando a causa delle tensioni geopolitiche iniziate con lo scontro doganale Usa-Cina ai tempi della presidenza Trump e continuate poi con la guerra in Ucraina fino ad arrivare alla crisi in Medio Oriente di oggi con il conflitto tra israeliani e palestinesi che non finisce mai.

Si sono creati, spiega il capo economista del Wto Ralph Ossa, uno svizzero che ha studiato e insegnato all’università di Chicago, due blocchi: uno occidentale che fa riferimento agli Stati Uniti (perché le politiche trumpiane “America first” sono continuate con Biden) e uno orientale che ha il suo epicentro nella Cina autocratica di Xi Jingping.

L’interscambio tra questi due “blocchi commerciali” è diminuito di due punti (dal 6 al 4%) nel 2022 e questo, dice Ossa, ha generato una diminuzione del Pil mondiale del 5%, insomma una perdita di ricchezza che nei Paesi in via di sviluppo – si pensi alla Nigeria, nuovo gigante economico africano, o all’Indonesia – potrebbe arrivare, se la congiuntura non cambia, a un crollo del pil a due cifre.

La crisi rischia di aggravarsi con la concentrazione di certe produzioni – si pensi alle materie prime per l’industria elettronica e alle tecnologie informatiche, le cosiddette “terre rare” ma il problema investe anche il settore alimentare come ha dimostrato il caso dei cereali dell’Ucraina – in uno dei due poli commerciali che hanno, diciamo così, rotto l’unità dell’interscambio globale.

Riducendo, come ha fatto notare la Conferenza Onu sul commercio mondiale citata prima, le rotte transoceaniche e, al contempo, allungando la catena delle forniture globali, la cosiddetta “supply chain” dell’industria senza frontiere.

Si riducono le rotte transoceaniche, si diceva, ma aumentano le rotte marittime interregionali soprattutto in Asia, attorno al polo cinese, ma anche indiano e indonesiano (attivato, quest’ultimo, dalle scelte delle multinazionali come Apple, Samsung, Sony e Adidas, che hanno spostato le produzioni verso la Cambogia, il Vietnam e il Sud-est asiatico).

Tutto questo è misurabile, come ha fatto la Conferenza Onu, con il numero dei container trasportati: numero che diminuisce del 5% sulle rotte transoceaniche Est-Ovest mentre aumenta del 6,7% sulle rotte asiatiche. Visto dai porti degli Stati Uniti, quelli che negli anni del Covid erano letteralmente bloccati dalle navi portacontainer, la situazione è la seguente: nel 2022 il numero di container proveniente dall’Asia è sceso dall’8 al 4% mentre quelli in arrivo da Taiwan e dal Messico sono aumentati del 5% (il Messico è diventato il primo partner commerciale degli Usa).

È proprio questa “frammentazione” del commercio mondiale che preoccupa la direttrice del Wto, l’economista nigeriana Ngozi Okayo-Iweala (che è stata ministro delle finanze del suo Paese e poi dirigente della Banca Mondiale). Nella presentazione dello studio curato da Ossa scrive: “Bisogna fare tutti gli sforzi per tornare al libero scambio globale, l’integrazione commerciale è lo strumento più potente per favorire la pace e migliorare la qualità della vita di milioni di persone”.

In effetti, l’export mondiale è cresciuto dal 19 al 29% nel periodo 1981-2019 e ha fatto scendere la popolazione che viveva con meno di 2 dollari al giorno dal 55 al 10%.

È la prova, come già sostenevano ingenuamente gli illuministi come Montesquieu, che la libertà dei commerci è il migliore vaccino contro le guerre. Oggi la direttrice del Wto Okayo-Iweala cita i filosofi del ‘700, ma non ha una ricetta per fermare la “frammentazione” in un mondo che ai cargo portacontainer sembra preferire le cannoniere, le porta-aerei americane che fanno rotta su Israele dove anche la banca centrale ha indossato l’elmetto. Continuate a seguire il Globalista.

La Banca centrale israeliana scende in campo contro Hamas

Non solo Tsahal, il finora invincibile esercito israeliano, ha sguainato le sue “Swords of Iron”, le spade di ferro contro i temibili miliziani di Hamas. Anche la Banca centrale di Israele già lunedì 9 ottobre, due giorni dopo gli assalti terroristici al confine con Gaza, ha messo in campo tutto il suo dispositivo bellico: 45 miliardi miliardi di dollari (30 in contanti e 15 sotto forma di prodotti derivati e altri strumenti finanziari) per difendere la valuta nazionale, lo shekel, che lunedì aveva perduto il 2% sui mercati.

Non solo: l’istituto guidato dal 2019 da Amir Yaron, un economista scelto personalmente dal premier Netanyahu, ha annunciato che venderà 30 miliardi di attivi esteri che è il volume medio degli scambi sullo shekel sui mercati monetari di Tel Aviv, Londra e New York secondo le rilevazioni della Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, proprio per sostenere la moneta.

L’operazione serve a rassicurare i mercati sulla tenuta della valuta israeliana nel momento in cui lo scenario di guerra (ricordiamolo: è il quinto conflitto dalla nascita dello stato ebraico) potrebbe spingere gli investitori internazionali, che detengono 80 miliardi di attivi alla Borsa di Tel Aviv, alla fuga.

Al momento non ci sono segnali in questo senso: la Borsa di Tel Aviv, che domenica 8 ottobre, dopo il blitz di Hamas, aveva perso il 6,5%, già lunedì 9 segnava un rimbalzo dell’1%. E nessuno è interessato a colpire lo shekel, il “franco svizzero del Medio Oriente”, che è anche la moneta più utilizzata dai palestinesi dopo il dollaro. Per difenderla la banca centrale israeliana ha “riserve di cambio” per 203 miliardi di dollari.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.

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