Se Trump piange, Biden non ride stretto tra l’Asia e i quattro Gafa

Se è vero che con l’elezione di Biden, che giurerà il 20 gennaio, gli Stati Uniti sono rientrati a pieno titolo nell’agenda della policy globale (con un occhio di riguardo alle relazioni euro-atlantiche, si capisce), è altrettanto vero che il centro di gravità permanente dell’economia del pianeta, soprattutto in quest’era post-pandemica, restano la Cina e i Paesi del sud-est asiatico. Vale la pena di tornare alla fine di novembre quando, ad Hanoi, Vietnam, Pechino ha firmato il più grande accordo commerciale della storia, il Rcep (Regional Comprehensive economic partnership) che impatta sul 30% della popolazione mondiale e sulle economie più sviluppate del Pacifico, dal Giappone alla Corea del sud, dall’Australia alla Nuova Zelanda, i cui pil industriali pesano per 5.300 miliardi di dollari, mille in più della ricchezza prodotta dalla vecchia Europa e dagli Usa insieme. Ed è proprio Washington a gestione trumpiana la grande sconfitta in questa poderosa partita della globalizzazione che ha visto l’odiata Cina di Xi Jinping battere l’Occidente e aggregare attorno alla propria economia perfino gli alleati storici dell’America, il Giappone la Corea e l’Australia.

Una vittoria geopolitica che ha messo in luce tutti gli errori della politica trumpiana se si pensa che il grande accordo commerciale di Hanoi, il Rcep, è stato reso possibile proprio dalla decisione dell’ex presidente americano di uscire dal trattato transpacifico (Tpp) lasciando così spazio al regime global-comunista di Pechino. Ora tocca a Biden trovare la strada tra il libero scambio che ha permesso la crescita cinese e le guerre commerciali che ormai non la fermano più. Si tratta di riscrivere le regole del multilateralismo, ridefinire i principi del Wto, rivedere gli equilibri monetari del Fmi in un mondo post-dollaro e, “last but not least” attrezzarsi per le sfide del secolo XXI, cioè i cambiamenti climatici e la gestione dei Big Dat). In una parola, la sfida non è la fine della mondializzazione, ma una nuova stagione di ri-globalizzazione.

Come fermare i monopoli nell’era digitale

Non funziona più come ai tempi dello Sherman Act (luglio 1890) quando bastava una legge federale per smantellare il monopolio del colosso petrolifero Standard Oil (e frantumarlo in 34 aziende distinte) o quando la legge antitrust consentiva quasi un secolo dopo (nel 1982) di dividere la potente e monopolista At&t in otto compagnie telefoniche. Oggi la partita è infinitamente più complicata. Certo, bisogna fare in modo che i colossi di Internet (i Gafa, l’acronimo che fotografa lo strapotere di Google Amazon Facebook Apple, ancora più pervasivo in tempi di pandemia, smart working e acquisti on-line) paghino le tasse sui mercati dove fanno i loro business (sul punto la Commissione europea con la danese Vestager e il francese Breton stanno facendo un buon lavoro e confidano nel neopresidente globalista Biden), ma la strada antitrust scelta dalle autorità americane, la Federal Trade Commission e una dozzina di Stati, cioè lo smembramento dei “baroni” della Silicon Valley sul modello della Standard Oil o della At&t, sembra francamente fuori dal tempo.

Google o Facebook non trattano petrolio e non gestiscono reti (fisiche) di telecomunicazioni. E quindi spezzarle in tante piccole Google o tante piccole Facebook non avrebbe nessun senso economico. E non darebbe nessun vantaggio ai consumatori. Bisogna inventarsi altri mezzi per battere i monopoli nell’economia digitale.

Investire in infrastrutture non rende

A proposito di regole economiche che non valgono più (o molto meno) ce n’è una che, indirettamente, ha ricordato anche il nostro Mario Draghi nei dotti conversari (con relativi paper di fine lavori) del G30 di metà dicembre.

Negli anni d’oro delle politiche di piano la regola economica voleva che uno dei migliori investimenti in termini di sviluppo delle comunità fosse quello in infrastrutture. Questa regola novecentesca dell’infrastruttura come “innesco” della crescita resiste. Tant’è che nel piano di rilancio dell’Unione Europea (Recovery Fund più Next Generation Eu) una quota significativa delle risorse è destinata proprio alle infrastrutture e lo stesso ha fatto il governo inglese lanciando un fondo pubblico di 100miliardi di sterline per l’apertura di nuovi cantieri. Eppure non sono pochi gli economisti che hanno cominciato a metterla in dubbio. Quel che vale non è la massa di risorse impegnate in piani infrastrutturali, ma la redditività dei singoli progetti (su quest’ultimo punto Draghi al G30 è stato chiarissimo). La prova? Le infrastrutture si trasformano spesso in buchi finanziari spaventosi. Gli esempi non mancano. Il Big Dig, l’interramento di cinque chilometri dell’Interstate 93 che attraversa il centro di Boston: doveva costare 2,6 miliardi di dollari, il cantiere si è chiuso dopo 16 anni con un esborso di 15 miliardi. Non meno è costata la linea della metropolitana della Seconda Avenue a New York. Per non dire dell’aeroporto di Berlino-Brandeburgo il cui costo è triplicato in nove anni di ritardo. Gli inglesi, pragmatici, hanno sì creato un fondo di 100miliardi per i cantieri ma, contemporaneamente, hanno aperto una banca nazionale delle infrastrutture. Perché un banchiere d’investimento ha la vista più lunga di un ingegnere.