Se sei intelligente, perché non sei ricco? Questa domanda è stata a lungo argomento di dibattito e scontro da parte degli uomini d’affari contro gli accademici, in particolare tra gli economisti. Il legame tra reddito e quoziente intellettivo, che è certamente solo una misura dell’intelligenza, semplicemente non è così forte come si potrebbe pensare. In altre parole non devi essere intelligente per arricchirti, questi i risultati più o meno sconvolgenti di una recente ricerca. Perché più o meno sconvolgenti? Perché vista la marea di idioti arricchiti che possiamo facilmente trovare là fuori ci si arrivava facilmente a questa conclusione anche senza grandi studi accademici. Uno studio pubblicato da Bloomberg ha dimostrato che molti amministratori delegati hanno raggiunto la loro posizione pur non avendo un alto quoziente intellettivo: ma attraverso il duro lavoro, il carisma, le capacità delle persone di interagire con gli altri ed altre “abilità”, come ad esempio la fortuna di chi ha ereditato da altri l’azienda. 

Gli amministratori delegati di grandi aziende in media si sono classificati all’83° percentile del QI misurato (per gli amministratori delegati di aziende più piccole, il rango era solo il 66° percentile). 

La connessione tra QI e reddito è positiva, ma anche qui piuttosto deludente. Lo studio ha concluso che il passaggio dal 25° al 75° percentile del QI è correlato a un aumento dei guadagni dal 10% al 16%. Può sembrare significativo, ma non spinge di certo in una classe socioeconomica completamente nuova. Insomma non ti fa fare il salto di classe sociale auspicato. Questo potrebbe lasciarci pensare che il QI sia un cattivo proxy per una nozione più generale di “intelligenza”. Ma il QI è la misura di intelligenza più raffinata e comunemente usata al mondo, e si correla con altre possibili misure di intelligenza, come i punteggi dei test standardizzati.

Vari studi, hanno mostrato due risultati significativi. In primo luogo, gran parte della correlazione intelligenza-guadagni si indebolisce in modo significativo e si stabilizza al di sopra degli stipendi superiori a 60.000 euro all’anno. In secondo luogo, e forse più sorprendente, le persone nel primo percentile dei ricchi hanno un QI più basso rispetto a chi sta sotto di loro. Cioè, in altre parole, le persone meno intelligenti spesso guadagnano di più. 

Ma come può essere vero? Una possibilità è che le persone più intelligenti preferiscano una vita più equilibrata piuttosto che lavorare tutto il tempo. O forse preferiscono occupazioni con uno status più alto e una retribuzione un po’ più bassa, cioè gli basta la gloria? Sembro io quando stavo in illustrissime università a fare la fame, ma faceva molta gloria poter dire «insegno all’ateneo». Non si capisce infatti come sia possibile che i ricercatori guadagnino così poco, sono intelligenti perché fanno il lavoro che amano facendo la fame o non lo sono perché se fossero più intelligenti farebbero un lavoro meglio retribuito? 

Interviene anche un fatto culturale. Si pensa che avere più soldi generi invidia e possa rendere più difficile fidarsi di potenziali amici o familiari. 

La fortuna, ad esempio di ereditare, è un’altra possibile ragione per la parziale disconnessione tra QI e reddito, soprattutto ai più altissimi livelli di realizzazione. Sono certa che molti di voi avranno avuto il piacere di interagire con figli di papà non propriamente geni della lampada. 

Chi non eredita, e si costruisce invece da solo, nella maggior parte degli investimenti vive un trade-off rischio-rendimento: cioè, se si desidera avere una possibilità di rendimenti superiori, è necessario correre qualche rischio. Una volta che il rischio (e la fortuna) sono messi in gioco, è facile vedere come due persone di uguale abilità e intelligenza possono finire con risultati molto diversi per la loro diversa propensione al rischio. 

Pensare che la persona più ricca sia più intelligente non è spesso affatto vero. 

Come ci si potrebbe aspettare, i risultati non sono gli stessi per ogni Paese del mondo. Più in generale, i Paesi nordici tendono a raccogliere la maggior parte dei dati sul QI, ma ci sono risultati meno accurati per altre parti del mondo dove è più difficile studiare il rapporto tra introiti e quoziente intellettivo. 

Una lezione di questi studi è chiara: se stai cercando di assumere le persone migliori, non essere ossessionato dalla loro intelligenza. Questo è un errore spesso commesso, soprattutto da persone intelligenti che cercano altri come loro.

E la lezione più grande è che ciò che conta davvero è la capacità di una persona di sintetizzare le sue abilità – non l’eccellenza in una singola abilità.

Quando pensi al tuo futuro, non essere eccessivamente preoccupato – né troppo sconvolto né troppo soddisfatto di te stesso a seconda di risultati del tuo test di intelligenza. Invece, cerca di capire come far lavorare tutti i tuoi talenti in tandem.

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Immaginate di conoscere una docente universitaria che ha insegnato in Bocconi, ma anche a Parigi, New York e Houston. La stessa ha poi ricoperto la carica di direttore marketing di Maserati per 24 Paesi in tre continenti, è stata inserita dalla rivista Forbes tra le 100 donne italiane di maggior successo al mondo. Immaginate poi che questa donna vi dica che oggi le sue lezioni e l’aiutare le persone a trovare lavoro siano diventate semplicemente un hobby. Perché da vari anni ha rimescolato le carte. E vive di trading. Pensate sia possibile? Sì, se stiamo parlando di Silvia Vianello, una delle poche donne trader italiane (anche se vive a Dubai, dove è stata riconosciuta come Top Middle East Woman Leader e Top 50 Prof. in the world). Probabilmente l’unica a rispondere gratuitamente nelle storie sul suo profilo Instagram (profsilviavianello) alle domande degli utenti, raccontando ed insegnando le sue strategie di trading

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