Agroalimentare: Italian sounding e Brexit, nemici che possiano battere

La qualià paga. Letteralmente. Quella del pomodoro, per esempio. O meglio, del Pomodorino d’Oro, il premio lanciato nel 2000 per stimolare gli agricoltori a raggiungere l’eccellenza di qualità nella produzione di pomodoro. Francesco Mutti, amministratore delegato dell’omonimo gruppo, primo trasformatore italiano in termini di capacità produttiva dell’ “oro rosso”, a novembre ha elargito riconoscimenti monetari per 130mila euro ai primi 40 agricoltori che si sono distinti per gli alti standard del pomodoro conferito (almeno 500 tonnellate a testa la quota minima). «Da anni investiamo milioni di euro nella materia prima e su una categoria che è spesso banalizzata», evidenzia il patron di Mutti, fresco di nomina alla presidenza di Centromarca, l’Associazione italiana dell’industria di marca. Cinquant’anni, laurea in Finanza & Management all’Università di Cardiff, Cavaliere del Lavoro, Mutti è dal 1994 alla guida dell’azienda di famiglia (278 milioni di euro di fatturato nel 2017), realtà di punta dell’industria agroalimentare italiana, presente in 96 paesi del mondo e leader nazionale nel comparto del rosso. Grazie alla politica d’incentivi e premi per le buone pratiche in campo, Mutti nella campagna 2018 ha corrisposto ai suoi mille conferitori circa il 6% in più rispetto all’indice di prezzo pattuito. La ricerca della qualità si traduce in una politica di premium price con un +16% rispetto alla media del mercato del nord dell’Italia (+9% rispetto alla media di mercato per effetto della selezione e +7% tra premi, incentivi e servizi). Ma per le produzioni tipiche del Sud Italia, l’indice di prezzo può arrivare fino a +30% rispetto al prezzo base di acquisto.

«Ogni carico di pomodori che riceviamo nei nostri tre stabilimenti è sottoposto a numerosi controlli rigorosi», aggiunge l’amministratore delegato: «Tutto è trasformato in poche ore in polpa, passato e pelati, dal momento della consegna che avviene in genere ogni anno dal 20 luglio alla seconda metà di settembre, in base alle variazioni climatiche». Parliamo dell’80 per cento del pomodoro rosso (Mutti lavora solo quello maturo): la rimanente parte, destinata ai sughi pronti, viene lavorata in un secondo momento, durante l’inverno. I numeri sono impressionanti: 2.845 milioni di quintali di pomodoro trasformati nello stabilimento principale di Montechiarugol, in provincia di Parma; oltre 2 milioni di quintali nel nuovo sito produttivo (acquisito a fine 2017) di Collecchio; infine, quasi 500mila quintali in quello di Fiordagosto-Oliveto Citra (Salerno), dedicato alle specialità tipiche del Sud, come il pomodoro lungo e il ciliegino. E ancora: la materia prima è italiana e proveniente da aree certificate con coltivazioni open air. Non in serra dunque: una differenza ambientale di rilievo, tale da spiegare la grande cremosità e densità della passata Mutti.

Una storia ultracentenaria, quella del marchio, iniziata nel 1899 con il bisnonno Marcellino Mutti, la cui famiglia si trasferì dalla collina alla pianura di Parma, acquistando un altro podere rispetto a quello iniziale e arrivando fino a possedere 13 stabilimenti alla fine dell’Ottocento. Allora era indispensabile, infatti, avere sul territorio più impianti di lavorazione, vista la difficoltà di trasporto della materia prima se non con i cavalli o i buoi. Nel 1951 arrivò il concentrato di pomodoro in tubetto di alluminio, un formato davvero innovativo rispetto alla latta. Introduzione che proietta l’azienda ai vertici dell’industria conserviera, superando la diffidenza iniziale per un formato fino allora riservato solo a paste, creme e dentifricio: una rivoluzione firmata Ugo Mutti che conquistò il favore dei consumatori, grazie alla straordinaria praticità e facilità di conservazione. Nel 1971 la polpa di pomodoro in finissimi pezzi, ottenuta attraverso un processo di lavorazione a freddo.

Ogni carico che arriva nei tre stabilimenti è sottoposto a numerosi controlli rigorosi e lavorato in poche ore

Oggi il gruppo Mutti è presente in oltre 83 paesi al mondo, con un fatturato netto totale nel 2017 di 278 milioni di euro (190,9 in Italia, e 87,2 all’estero) e con una previsione di raggiungere i 330 milioni di euro a fine 2018 anche grazie a un consolidamento dovuto a un’acquisizione. L’export cresce addirittura del 20%, e pesa per il 33% circa soprattutto in Francia e nei paesi del Nord. Non solo Europa tuttavia: Mutti sta affermando con una distribuzione selettiva e qualitativa la sua penetrazione nei mercati dell’Australia, Russia e Stati Uniti, dove nel 2017 è stata fondata la Mutti Usa Inc. E questo grazie all’ingresso nel capitale dell’azienda, con una partecipazione del 24,5%, di Verlinvest, fondo belga, società di private equity sponsorizzata dalle famiglie Les Spoelberch e Méviuon, tra gli azionisti principali del colosso della birra AB-InBev. «Hanno investito una quota di mercato con una prospettiva a lungo termine che ci permetterà di crescere all’estero», commenta l’ad. Da noi Mutti predomina il mercato di alta gamma nella lavorazione del pomodoro da un decennio, «ma il nostro Paese risente di una certa flessione per la riduzione dei consumi e mutazione degli stili di alimentazione. Cresce invece la domanda in Germania, ad esempio, ma non nei paesi dove è più radicata la dieta mediterranea».

Oggi il gruppo è presente in 83 paesi e ha un fatturato di 278 milioni di euro. l’export cresce del 20% l’anno, specie nel nord europa

Non mancano, infine, le novità dell’ultima ora. Come la completa conversione alla raccolta meccanizzata del prodotto raggiunta con la campagna 2018, attiva su tutte le tipologie di pomodoro in ogni area di produzione. Questo con l’obiettivo di evitare qualsiasi forma di lavoro manuale non qualificato (vedi l’annosa questione del caporalato che affligge il settore nel Sud Italia) e sostenere l’adozione delle migliori pratiche agricole. La cernita del pomodoro, anche di quello più difficile da raccogliere con questa innovazione, il ciliegino, è effettuata con selettori a riconoscimento ottico. Un’innovazione che non penalizza l’occupazione, ma la qualifica: un aumento del personale stagionale si registra difatti nei tre stabilimenti.

«Per la verità – precisa Francesco Mutti – nell’Italia settentrionale la raccolta del pomodoro rosso è meccanizzata da trent’anni, mancava solo il Sud, dove abbiamo investito molto in termini tecnologici e culturali. Perché la tecnologia non basta se poi i terreni non sono predisposti dall’agricoltore per la raccolta meccanizzata».