di Gaetano Stella, Presidente di Confprofessioni

Il motore si è inceppato. Se fino al 2019 l’Italia vantava il maggior numero di liberi professionisti in Europa, l’onda lunga della pandemia prima e la più recente congiuntura economica negativa incidono pesantemente su un settore che negli ultimi quattro anni (2019-2022) ha lasciato sul campo oltre 83 mila professionisti, perdendo la propria leadership a livello europeo. Negli ultimi due anni, in particolare, i professionisti italiani si muovono in controtendenza rispetto al resto d’Europa, dove i tassi di crescita occupazionale dei professionisti aumentano a un ritmo del 3,5%, sulla spinta di Francia e Paesi Bassi che, rispettivamente, registrano picchi del 12% e del 21%. La crescita trasversale della libera professione in Europa è di per sé un segnale positivo e conferma come il settore libero professionale rappresenti un pilastro fondamentale nei sistemi economico-sociali sempre più basati sull’economia della conoscenza.

Al tempo stesso, tuttavia, rappresenta un campanello d’allarme per il nostro Paese che, nonostante l’incalzante processo di terziarizzazione della nostra economia, non riesce a valorizzare pienamente l’apporto di competenze dei professionisti nei processi di sviluppo del Paese.

Dall’analisi dei dati dell’VIII Rapporto sulle libere professioni di Confprofessioni, curato dal prof. Paolo Feltrin e presentato nelle scorse settimane al Cnel a Roma, emerge una realtà economica che appare incastrata nelle debolezze strutturali dl nostro Paese. Il settore delle libere professioni paga le conseguenze di un’economia penalizzata da un tasso di occupazione tra i più bassi a livello europeo (a causa della persistente frattura tra le regioni del Nord e quelle del Sud del Paese) e da un preoccupante decremento della popolazione giovanile, che poi si riflette nel boom dei neet (i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano) e nella scarsa propensione dei giovani verso i percorsi universitari: fenomeno che, nonostante un leggero recupero negli ultimi anni, colloca l’Italia al fanalino di coda in Europa.

Ed è proprio il tema dell’istruzione universitaria la principale spina nel fianco delle libere professioni che, in prospettiva, rischia di deteriorare ulteriormente il mercato del lavoro e il ricambio generazionale in un settore dove un professionista su due ha più di 50 anni. I dati del rapporto Confprofessioni confermano una dilatazione dei tempi dell’istruzione che determina un ritardo nell’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro; inoltre, la marcata tendenza di numerosi giovani laureati a emigrare all’estero al termine del ciclo universitario concorrono ad aggravare sul piano macroeconomico e sul mercato del lavoro gli squilibri determinati dalle dinamiche demografiche.

Il fenomeno raggiunge livelli allarmanti nel settore professionale, dove si registra un’emorragia di neolaureati verso la libera professione (con un’incidenza che passa dal 22% al 18%). Il numero di laureati che ha intrapreso un’attività professionale è passato dai 20.795 del 2018 ai 18.644 nel 2022, con una variazione negativa di oltre 10 punti percentuali. E la diminuzione appare assai più marcata proprio nei tradizionali bacini elettivi delle libere professioni: giuristi, architetti, ingegneri civili, dottori in scienze agrarie e forestali e veterinari; discipline che fino al 2014 costituivano l’approdo naturale per oltre la metà dei laureati, ma che oggi arrivano a coprirne appena un terzo.

In questi anni abbiamo assistito, insomma, a un netto travaso dall’occupazione professionale a quella del lavoro dipendente, anche a causa delle difficoltà che i giovani professionisti incontrano in un sistema economico sempre più competitivo che si trasforma con estrema rapidità e che richiede importanti investimenti in tecnologia, network e conoscenza: investimenti che difficilmente sono alla portata di un giovane neolaureato che si affaccia sul mercato del lavoro con l’ambizione di crescere professionalmente.