Abigail Disney

Ma quanto pagano in tasse i super- ricchi, quelli che possono definirsi a pieno titolo miliardari in dollari o in euro? Molto poco, tra lo 0 e lo 0,5% del totale tassabile, secondo quanto rilevato dal “Tax Observatory”, istituto di ricerca parigino che da anni  si batte per l’introduzione di una minimum tax per le multinazionali. In cifre, l’Osservatorio sostiene che una patrimoniale pari al 2% alla ricchezza dei 2.750 proprietari più ricchi del pianeta potrebbe generare un incasso pari a 250 miliardi di dollari all’anno. Oggi, calcola lo studio, i Paperoni del pianeta versano in varie forme 44 miliardi di dollari in tutto al fisco. Con una minimum tax del 2%, il prelievo salirebbe a 214 miliardi.

«È ora di estendere ai miliardari quel che abbiamo chiesto alle corporations – chiede il Nobel Joseph Stiglitz nell’introduzione allo studio degli economisti dell’Osservatorio Fiscale – È suonata l’ora per una global minimum tax da imporre ai più ricchi, vuoi per ragioni di gettito che di eguaglianza: la disparità di trattamento a favore di questa casta aumenta l’ineguaglianza, indebolisce la credibilità delle istituzioni e mina il contratto sociale alla base della democrazia». 

Belle parole ma destinate al vento, si potrebbe obiettare. Non solo per i mille ostacoli, più o meno legali, che le varie legislazioni garantiscono a difesa delle ricchezze (basti pensare alle trappole descritte dai Panama Papers) ma anche alla forza delle lobbies pronte a scendere in campo contro la pretesa di “tassare i ricchi”, come puntualmente avvenuto in Usa dopo le prime timide mosse dell’amministrazione Biden.

Eppure non mancano gli eretici. Tra questi un posto d’onore lo merita la signora Abigail che di cognome suona Disney. Sì, la pronipote del mitico Walt non ha esitato a chiedere davanti al Campidoglio una riforma fiscale che preveda tasse più alte per i patrimoni più ricchi, a partire dal suo. Non è una fisima di una signora bene. Abigail Disney milita in Patriotic Millionaires, un movimento di miliardari che, tra l’altro, finanzia studi per varare una legislazione fiscale che cancelli i vari scudi a protezione delle ricchezze occulte. Non è un movimento di poco conto. Al club sono iscritti negli Stati Uniti 250 soci che vantano un reddito pro capite di almeno un milione di dollari e, secondo requisito, un patrimonio liquido di almeno 5 milioni. Ma l’idea ha superato le frontiere Usa: in sintonia con Patriotic Millionaires nel Québec opera Ressource en Mouvement, Resource Generation in Uk e Tax me now in Germania. Un pacchetto di sigle dietro cui si muovono militanti ricchi di iniziative al punto di affittare una carovana di camion con l’effigie di Jeff Bezos e la scritta: “prova a farmi pagare le tasse se ci riesci”, tanto per sottolineare la tirchieria fiscale del patron di Amazon.

Ma a che si deve questo pentimento generale? «Voglio vivere in un mondo migliore e più sicuro. E non sarà possibile se quelli come me non pagheranno il giusto» dichiara Morris Pearl, uno dei direttori generali di BlackRock. La sua decisione di aderire a Patriotic Mililionaires risale al 2013, quando serviva come sherpa ad Atene nel pieno della crisi greca. «Vedevo dalla finestra gente disperata in strada e i miei colleghi, all’apparenza, erano impassibili». La crisi intanto arricchiva anche Gary Stevenson, astro emergente di Citibank a Londra tra il 2008 e il 2012: «Grazie al calo dei tassi – dice – ho fatto più quattrini di quanti ne posso spendere in una vita. Ora vorrei restituire qualcosa alla società».

Ma non è facile, ha scoperto Claire Trottier. Come insegnante all’università di Montreal pagava in tasse molto di più di quel che non le succede oggi, da consulente di ricche aziende di famiglia. Lo Stato, non solo in Canada, ha la mano leggera sui dividendi, meno sul lavoro.