Edoardo Ginevra, presidente della sezione di Milano dell’Associazione Italiana dottori commercialisti

«Che si tratti di un momento molto delicato per le imprese è di tutta evidenza: gli anni della pandemia, la crisi internazionale, la dinamica inflattiva, la fine dei aiuti emergenziali, le difficoltà negli approvvigionamenti delle materie prime e dell’energia, le tensioni nei mercati, hanno interrotto sul nascere il tentativo di ripresa post Covid acuendo ed esasperando le difficoltà di molte imprese». Edoardo Ginevra, il presidente della sezione di Milano dell’Associazione italiana dottori commercialisti, fa il punto all’indomani dell’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa de dell’insolvenza. Che, appunto, coglie le imprese italiane in un momento molto delicato: l’osservatorio Rischio Imprese di Cerved indica, in questa fase di ripresa post-Covid, un peggioramento dello stato di salute delle imprese italiane. Tra il 2021 e 2022 le società a rischio default sono stimate in quasi 100 mila unità.

Lei che idea si è fatto ?
Alcuni settori stanno soffrendo più di altri ma la preoccupazione è generalizzata. Il Report Cerved individua, infatti, come a rischio default circa il 16% delle società di capitali oggetto di misurazione, un numero già enorme ma preoccupazioni altrettanto rilevanti è ragionevole averle anche rispetto alla più ampia platea delle imprese che operano come società di persone, ai lavoratori autonomi ed ai professionisti. In caso contrario la fotografia sarebbe parziale.

Come intervenire in aiuto del sistema delle imprese?
Non è più il tempo di contributi a pioggia ma bisogna aver la capacità di indirizzare le risorse disponibili (sempre più scarse per la verità), gli incentivi e gli aiuti verso quelle imprese la cui difficoltà è momentanea e figlia della congiuntura. La prospettiva non può che essere quella di voler tutelare e sostenere l’impresa e tutti i suoi stakeholder (dipendenti, fornitori, creditori, ecc.) nell’interesse ampio di tutti soggetti nei cui confronti la crisi dell’impresa può generare ulteriori effetti a catena.

Il 15 luglio scorso è entrato in vigore il codice sui rischi d’impresa dopo diversi travagli. Ma a che punto siamo in Italia rispetto ai sistemi di previo controllo delle crisi d’impresa?
Il Codice della crisi d’impresa intende perseguire la condivisibile finalità di anticipare quanto più possibile l’emersione della crisi di impresa o dei sui sintomi preliminari  al fine di una sua tempestiva gestione e, se possibile, soluzione della stessa. L’idea di fondo è quelle che le imprese, contando su un assetto amministrativo adeguato (adeguato non solo alle dimensioni e alla natura dell’impresa, ma anche in funzione dell’obiettivo della capacità di rilevazione tempestiva della crisi), abbiamo la capacità di intercettare i segnali di crisi e intervenire per tempo. A tale fine sono istituiti specifici obblighi in capo non solo agli organi di gestione, ma anche agli organi di controllo, ai revisori contabili ed alle società di revisione.

Agli organi di controllo sono assegnati nuove incombenze e responsabilità, l’impressione è che si cerchi il capro espiatorio, che ne pensa?
Affinché il meccanismo individuato dal legislatore possa funzionare adeguatamente e raggiunga gli obiettivi di sistema che abbiamo descritto, è necessario che il sistema di early waring e il tempestivo ricorso ai rimedi per la gestione delle fasi incipienti della crisi siano effettivamente presidiati da figure professionali altamente qualificate e competenti in grado di svolgere adeguatamente le funzioni di controllo. Nello scenario attuale, caratterizzato invece da remunerazioni sostanzialmente inadeguate e da rischi di responsabilità illimitati, è però concreto il pericolo che la disponibilità ad assumere ruoli chiave per il monitoraggio e per la prevenzione della crisi e dell’insolvenza delle imprese italiane sia manifestata in larga misura da soggetti carenti delle necessarie qualità. L’attuale sistema risarcitorio italiano, fondato sul principio della responsabilità illimitata di Sindaci e Revisori, non solo non fornisce un corretto quadro di incentivazione affinché professionisti qualificati siano indotti ad assumere ruoli di sindaco o revisore, ma non risulta neppure tutelante per i danneggiati, le cui aspettative di compensazione vengono sistematicamente deluse dall’insufficienza patrimoniale dei responsabili e da un sistema assicurativo non efficiente.

Su questo tema come Aidc Milano siete intervenuti con una proposta di riforma elaborata insieme all’Associazione studi legali associati e Gruppo di ricerche Iuss Pavia. In cosa consiste?

La proposta di riforma legislativa avanzata dal gruppo di lavoro intende agire sia sul fronte della limitazione quantitativa delle soglie di responsabilità degli organi di controllo – da modularsi in funzione del grado della colpa del danneggiante e della natura delle società interessate –, sia sulla restrizione del campo d’applicazione del regime di solidarietà passiva. In concreto – ferma la responsabilità solidale dei sindaci con quella degli amministratori per i danni da quest’ultimi cagionati al patrimonio sociale o a terzi in conseguenza della colpevole inerzia dei Sindaci che non abbiano adeguatamente vigilato sull’operato degli Amministratori – ad avviso del gruppo di lavoro è necessario contrastare la tendenza ad estendere l’istituto della solidarietà oltre i confini che le sono propri.

E quindi in concreto?
I sindaci e i revisori dovrebbero essere ritenuti responsabili, eventualmente in concorso con gli amministratori, esclusivamente dei danni che sono diretta conseguenza della loro condotta individualmente considerata e sempre e solo nel limite del proprio contributo effettivo. Quanto alla posizione dei sindaci, la proposta è quella di considerare una modifica del secondo comma dell’art. 2407 cod. civ. il quale andrebbe sostituito con il seguente testo: “Ciascun sindaco è individualmente responsabile, in solido con gli amministratori, per i danni cagionati dalla violazione dei doveri su di lui incombenti nel limite del proprio contributo effettivo. Salvo il caso di dolo o colpa grave, il danno risarcibile è limitato a ________ per ciascun sindaco. Tale limite è _________ (duplicato/triplicato/quadruplicato) in caso di carica ricoperta in società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio”. Quanto alla posizione dei revisori, analoga modifica dovrebbe essere apportata al primo comma dell’art. 15 D. Lgs. 39/2010.

A livello europeo ci sono esperienze simili?
Risale ormai a quattordici anni fa la raccomandazione della Commissione europea n° 162/39 dove già, in tema di revisione, si affermava che la responsabilità in solido illimitata può scoraggiare le imprese e le reti di revisione dall’entrare nel mercato della revisione dei conti di società. La raccomandazione è stata recepita in diversi ordinamenti, tra cui Austria, Belgio, Germania, Grecia, Slovenia e, prima della Brexit, Regno Unito. Non ancora in Italia. Significativo l’esempio della Germania dove la recente riforma del 2020 ha seguito due direttrici principali: da un lato, la previsione per le società di adottare un assetto organizzativo interno adeguato all’attività, funzionale ad una sana gestione dell’impresa e al perseguimento della stabilità delle attività, nonché a facilitare il flusso di informazioni e il monitoraggio dei rischi; dall’altro, il ripensamento dei limiti di responsabilità. La prima direttrice come immediatamente evidente, in linea con gli obiettivi e le previsioni del nostro codice della crisi, la seconda direttrice affronta l’aspetto qui evocato e sin qui trascurato in Italia con le conseguenze di sistema che ho provato a descrivere.