Investire vino redditizio

Niente più Brunelli di Montalcino e Baroli e niente più Champagne e rossi Saint Emilion. E probabilmente bisognerà pure rinunciare ai Rioja spagnoli e ai Malbec argentini. Il mondo globale del vino, che vale 250 milioni di ettolitri con 80 milioni di tonnellate di uve prodotte e 7,4 milioni di ettari di vigneto (dati dell’Oiv, l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino che sta, ça va sans dire, a Parigi), rischia di sparire o di cambiare radicalmente le sue caratteristiche (agricole ed economiche) se non si riuscirà a fermare (o rallentare) quei famosi due gradi di riscaldamento che a suo tempo furono indicati dalla Cop21 di Parigi come la “dead line” climatica invalicabile per la salvezza del pianeta.

Se questo non accadrà – ed è l’allarme lanciato dai ricercatori dell’Inrae, l’istituto pubblico francese che si occupa di ricerca in agricoltura, e dai tecnici di Bordeaux Sciences Agro che mette insieme e gestisce il lavoro delle università di Bordeaux e di Borgogna – se questo non avverrà, com’è purtroppo probabile, tutto il sistema agroindustriale della viticoltura – quello che anni fa il nostro “Gambero Rosso” definì con felice espressione la “wine economy” – cambierà profondamente con conseguenze pesanti sia dal punto di vista agronomico sia da quello economico (basti dire che solo in Italia la wine economy vale due punti di Pil e che il 65% del vino che circola nel mondo è prodotto in Europa, soprattutto in Italia e in Francia).

Insomma, il riscaldamento globale ridisegnerà le caratteristiche della viticoltura globale. Come si legge nei paper degli agro-scienziati di Bordeaux e della Borgogna, lo scenario è il seguente: i vigneti spariranno dai paesi storicamente vocati alla viticoltura come Italia Francia e Spagna e – forse – compariranno nelle pianure della Polonia o sulle colline della Gran Bretagna. Una vera rivoluzione agraria con conseguenze che gli esperti dell’Oiv di Parigi sintetizzano in una battuta: non è che la vigna non resista al caldo, anzi; sono i viticoltori e tutto il sistema produttivo della wine economy che non resisteranno al crollo dei rendimenti con i grappoli che rinsecchiscono, le uve che perdono aromi e acidità e quindi non sono più adatte alla fermentazione. E quindi diventare vino.

Infatti, per dirla con madame Agnès Destrac, ingegnere dell’Inrae di Montpellier, con il riscaldamento globale e quei due gradi in più non sarà più conveniente coltivare la vigna e fare il vino in tutta l’Europa mediterranea e in California. Resisteranno (forse) le aziende di Bordeaux affacciate sull’Atlantico e che possono godere della frescura oceanica ma la gran parte delle aziende costiere in Spagna e in Italia sono destinate a sparire (mentre i vigneti potrebbero trasferirsi, entro la fine del secolo, sulle coste del Mar Nero, Crimea e Ucraina, grazie al clima più fresco). E per dirla ancora con le parole degli enologi di Bordeaux, si assisterà alla più grande migrazione viticola della storia con le vigne che riempiranno le pianure della Polonia e della Biolorussia, le colline della Danimarca e dell’Inghilterra (qui, per dire, la viticoltura è già cresciuta del 400% negli ultimi vent’anni con 3.200 ettari coltivati che oggi fanno concorrenza agli Champenois francesi).

In ogni caso non sarà un cambiamento semplice perché l’industria del vino ha regole precise e al momento intangibili con severissimi disciplinari di produzione per cui è impossibile impiantare vigneti e fare il vino fuori dal perimetro delle zone indicate nei disciplinari pena la perdita della denominazione d’origine (che, come si sa, ha un importante valore economico). Bisognerà riscrivere tutto e rifare tutto mentre gli agronomi cercheranno di mettere a punto vitigni in grado di resistere al calore eccessivo pur conservando aromi e acidità come si diceva prima.

È quello che l’industria del vino francese, tecnicamente la più avanzata del mondo insieme con quella californiana, sta cercando di fare con i progetti Vitadapt e GreffAdapt lavorando con la tecnologia degli innesti (greff in francese)  che generano vitigni che hanno bisogno di meno acqua anche perché la semplice irrigazione dei vigneti, dicono gli agronomi dell’Istituto delle scienze della vite e del vino dell’università di Bordeaux, un’eccellenza del settore, non è la soluzione ideale alla luce dei problemi, anche sociali che potrebbero sorgere in futuro con il riscaldamento globale,  per il corretto uso dell’acqua.

L’oro verde del Messico

Volete un esempio? Spostiamoci nel Michoacan, uno dei 31 Stati del Messico, che si affaccia sull’Oceano Pacifico ed è il primo produttore mondiale di avocado, il frutto che in questa stagione quasi estiva non manca mai nelle insalate (e nelle diete ipocaloriche). Partiamo da questo dato: per fare un chilo di avocado ci vogliono almeno mille litri (un metro cubo) di acqua. Ora se si pensa che la produzione di avocado in Messico, quindi nella zona di Michoacan che ne rappresenta i sette decimi, è arrivata a 2,5 milioni di tonnellate l’anno…

(il 49% destinato all’export verso gli Stati Uniti e da qui verso l’Europa, fatturato 3miliardi di dollari), si fa presto a capire quale prezzo (ambientale e sociale) il paese sudamericano sta pagando per il suo “oro verde” che ha creato ricchezza, creato una borghesia agraria con grandi risorse finanziarie e poco rispetto dei diritti sociali (insomma, i soliti “fazenderos”), ma che ha praticamente prosciugato le falde acquifere.

Tutta la regione è in una situazione di “stress idrico”  come si legge nei documenti del governo che però non riesce ad avviare un piano per rispondere ai bisogni della popolazione mentre il sistema della produzione degli avocado che ha la sua capitale a Uruapan, la seconda città della regione, con società di export che comprano i frutti dai piccoli coltivatori a pochi pesos al chilo per poi rivenderli a 100 pesos (4-5 euro) alle grandi compagnie americane, scivola nelle mani della criminalità. La quale brucia le foreste secolari per poi piantare gli avocado sulle ceneri e che scava pozzi abusivi per avere l’acqua che serve alla coltivazione. “La domanda estera eccessiva che passa attraverso l’intermediazione americana” ha denunciato un sindacalista di Uruapan intervistato sotto falso nome dall’inviato del quotidiano francese Les Echos “ha creato un sistema di violenze, dolore e violazione dei diritti”. E così il Michoacan è diventato lo Stato più pericoloso del Messico con più di 2mila omicidi nel 2023.

Tutta colpa di un frutto tropicale che ha già distrutto il 6% delle foreste della regione e intaccato le falde sotterranee. Eppure, l’accordo commerciale firmato da Messico Stati Uniti e Canada nel 2018 (durante il G20 di Buenos Aires), l’Usmca che è in sostanza la riscrittura del vecchio Nafta, prevede che ciascun paese nel momento in cui esporta i suoi prodotti agricoli deve pensare (anche) a proteggere le sue acque e le sue foreste. “Nessuno se ne ricorda più, né tampoco i i 35mila produttori di avocado e le società di export di Uruapan” denuncia Julio Santoyo, uno scienziato che lavora al Consiglio ecologico dello stato di Michoacan. Che sta pagando il prezzo più alto per 3miliardi di dollari di avocado esportati negli Stati Uniti (e da qui in Europa).

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.

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