E’ stato salutato da molti come la panacea di tutti i mali che attanagliano l’economia italiana (ed europea) e – dai più pessimisti – come l’ultima possibilità concessa ad un’economia in crisi di crescita e asfissiata da un enorme debito pubblico (come quella italiana) di ritrovare nuova linfa sulla strada della ripresa.

Si tratta del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, l’arcinoto Pnrr (germogliato come declinazione del Next Generation Eu, piano da 750 miliardi di euro varato dall’Europa dopo la Pandemia di Covid del 2020), che attraverso impieghi articolati su 6 missioni quali infrastrutture – principalmente – e digitalizzazione, coesione sociale e salute, transizione ecologica e istruzione, si pone l’obiettivo di dare il via ad un percorso di crescita per le economie del Vecchio continente.

Fin qui la teoria (e per giunta da tutti risaputa). Ma nella pratica? Non è tutto oro quello che luccica visto che da quanto è emerso da un recente studio a cura di Deloitte solo il 2% delle imprese italiane riesce a partecipare ai bandi. A finire sotto accusa è la poca chiarezza con cui sono stati redatti senza contare la difficoltà nel reperire informazioni da parte delle imprese che aspirano a parteciparvi.

Risultato? Molti bandi vanno deserti – questo è il paradosso – con buona pace della tanto agognata immissione di risorse fresche per rilanciare l’economia.

Basta dare uno sguardo ai numeri per avere una fotografia nitida del fenomeno. Su 100 imprese italiane 75 sono interessate a partecipare ai bandi, 22 hanno già deciso a quali gare vorrebbero prendere parte, e soltanto due hanno effettivamente presentato domanda. Lo studio di Deloitte fa emergere una divaricazione tra la volontà degli imprenditori di sfruttare le risorse e la effettiva possibilità di accedere alle opportunità del Piano.

Su 200 imprese italiane – sono i risultati che si leggono nel documento finale – con più di 10 dipendenti e firmato da Stefano Alfonso e Luca Bonacina. «Uno degli ostacoli che impediscono alle aziende italiane di sfruttare le opportunità riconducibili ai fondi», si legge tra le righe dello studio, «è il notevole impegno richiesto in termini di tempi e risorse». Proprio questo è il cuore del problema; è bastato chiedere ad imprenditori e amministratori delegati delle aziende italiane per capire quanto sia difficile per loro partecipare ai bandi e quindi accedere ai fondi.

Il primo ostacolo che segnala il 57% del campione riguarda i requisiti di ammissibilità e valutazione ritenuti «troppo specifici o poco chiari». In pratica, sei su dieci delle imprese che vorrebbero accedere ai fondi del Piano si trovano a essere escluse per via di cavilli che sembrano fatti apposta per sbarrare la partecipazione o a non potervi accedere per colpa di un deficit nella comprensione di quanto il bando richieda.

«Proattività e flessibilità sono le parole che meglio descrivono il sistema imprenditoriale italiano in questo momento. Ad oggi  – dichiara a Economy Stefano Alfonso – già un terzo delle imprese intervistate ha rivisto la propria pianificazione strategica e i relativi piani d’investimento alla luce delle opportunità del Piano “Italia Domani” nell’ottica di rivitalizzare le proprie attività e sviluppare approcci al mercato innovativi, digitali e sostenibili in linea con i cambiamenti, sempre più repentini e di difficile previsione, del contesto esterno».

Un altro tema “caldo” è quello segnalato dal 44% degli intervistati, ossia l’assenza di adeguate informazioni che si aggiunge ad un’eccessiva frammentazione delle fonti da cui reperire informazioni. E non solo perché a quelle ufficiali si sommano quelle “ufficiose”, ma perché anche rimanendo nell’ambito dei portali istituzionali, sottolinea la casa di consulenza, è necessario navigare tra una foresta – spesso fitta – di siti governativi per cercare le comunicazioni che interessano loro, o addirittura fare ricorso a terze parti che si fanno carico della comunicazione. Facile capire come il rischio di non trovare le informazioni che servono sia molto alto. Altro punto critico che è emerso con forza riguarda le tempistiche: il 43% degli imprenditori pensa che i tempi di realizzazione richiesti per portare a termine le opere siano troppo stringenti, così come viene considerata scarsa l’assistenza – dal 38% del campione – che gli enti forniscono alle imprese nel percorso di partecipazione. Un freno mica da poco considerando che il nostro è da sempre visto come il paese della burocrazia che frena la crescita.

«Le istituzioni sono chiamate a gestire una comunicazione più efficace a tutti i livelli – sostiene Stefano Alfonso di Deloitte – così da incrementare la consapevolezza sul Pnrr e sul relativo stato di attuazione». Un tema che si affianca ad un deficit organizzativo interno che riguarda la stragrande maggioranza delle imprese italiane, ossia individuare all’interno delle organizzazioni chi debba occuparsi di individuare e poi seguire il bando giusto (il 40% si affida a figure interne; stessa percentuale delle aziende che per capirne un po’ di più si affida alle associazioni di categoria). In fondo, questo tema è uno specchio di quanto succede negli enti pubblici – leggere la voce Comuni – ai quali è demandata la redazione dei progetti che devono essere finanziati e che spesso al loro interno non hanno figure professionali adeguate. E se le aziende possono ricorrere nella stragrande maggioranza dei casi a figure esterne – il 78% degli intervistati ha scelto di affidarsi a studi professionali, società di consulenza etc., – i Comuni non sempre hanno l’autonomia economica per poterlo fare.

Solo ombre? Certo che no. Tanto è vero che gli imprenditori – come si evince leggendo lo studio di Deloitte – non sono “spaventati” dagli obblighi derivanti dalla partecipazione ai bandi, a cominciare dal monitoraggio, rendicontazione e controllo e neanche dalla eventuale lentezza nel trasferimento delle risorse dagli enti pubblici alle aziende private una volta svolto il lavoro.

«Sono convinta che i fondi del Pnrr, se utilizzati bene e tempestivamente, possano rappresentare una straordinaria opportunità per il sistema paese e per le aziende. Sia sul fronte della produttività e sia sul fronte di un maggiore impegno sulla sostenibilità che a mio avviso non può più essere rinviato – sottolinea Teresa La Marca, direttore generale del gruppo Nolanplastica – anche se è necessario che le istituzioni mobilitino le energie migliori e favoriscano tutti i processi di sburocratizzazione possibili per consentire l’accesso ai bandi. Ma, nel complesso, bisogna guardare al Piano come ad una opportunità».

Inoltre, per il 68% degli intervistati il Pnrr avrà sicuramente un impatto positivo per il sistema Paese, senza contare che la quasi totalità del campione è convinta che accedendo ai fondi garantirebbe alla propria azienda un futuro positivo. Il 60%, infatti, ritiene che aumenterà significativamente i budget dedicati all’innovazione e alla digitalizzazione nel medio termine grazie al Pnrr e anche sul fronte della sostenibilità la visione è positiva visto che il 66% dei capi azienda coinvolti nello studio ritiene che i fondi del Pnrr avranno un impatto positivo sul fronte della sostenibilità aziendale.

Oltre 4 aziende italiane su 10 percepiscono la sostenibilità come la chiave per l’ampliamento delle opportunità di business. Questa dinamica è anche corroborata dal fatto che secondo il 55% degli intervistati entro il 2030 i benefici di un modello di business sostenibile avranno già superato i relativi costi. In questo contesto, per 2 manager su 3 le riforme e gli investimenti previsti dal Pnrr svolgeranno un ruolo chiave nel migliorare gli sforzi di sostenibilità delle proprie organizzazioni e per circa un dirigente italiano su 1 la sostenibilità e la transizione verde sono aree prioritarie da finanziare, in caso di disponibilità di ulteriori fondi. Alla luce delle misure previste dal Piano “Italia Domani” e dei cambiamenti attesi, il 27% delle aziende dichiara di aver già avviato un processo di ripensamento del proprio approccio alla sostenibilità, talvolta radicale, mentre il 59% delle aziende ne aumenterà i budget.