Più morbida della bambagia, più eterea dei pollini che volano in primavera: è la vicuña, forse la fibra animale più pregiata e rara che ci sia. Una partita di queste preziosissime fibre, confezionate in balle negli allevamenti – e quindi ancora molto diversa dai capi pregiatissimi ed esclusivi che a fine ciclo verranno prodotti con esse – fa bella mostra (e odore selvatico) di sé, come una specie di oro tessile, nel magazzino di una delle aziende del gruppo Schneider, vicino Biella, precisamente a Verrone, nel triangolo d’oro dell’industria laniera mondiale. Un’azienda che ne lavora ogni anno – di preziose fibre di vicuña ma anche di merinos, cachemire, alpaca e mohair – per circa 200 milioni di euro, co-leader mondiale in una parte cruciale della filiera tessile, la pettinatura; un’azienda che quest’anno ha compiuto 100 anni, ed è sempre controllata dalla famiglia fondatrice, appunto la famiglia Schneider, ed ha partnership strategiche illustri, da Zegna a Loro Piana a Marzotto

Giovanni Schneider: «tradizione e sostenibilità»

Un’azienda di grandi tradizioni e modernissima insieme, che da qualche mese ha varato una partnership tra azienda e creditore-investitore con il Fondo “illimity Credit & Corporate Turnaround” gestito da illimity SGR per rilanciare – con le ambizioni globali che merita – la propria strategia di crescita, dopo la battuta d’arresto pandemica sofferta dal 2020 in poi. Un’azienda che si è managerializzata e non vuole più fermarsi né tantomeno tornare indietro ma solo progredire e affermarsi sempre più sul mercato.

«Tradizione, qualità e globalità sono e restano le nostre parole chiave» dice Giovanni Schneider, il presidente, che coordina la gestione del gruppo affiancato dalla sorella Elena. «Sono i principi fondativi, ai quali  – prosegue – abbiamo però affiancato già da qualche anno la sostenibilità integrale, in tutte le fasi della nostra produzione». Già: fasi delicatissime, presupposto di fattibilità eccellente per tutta la successiva filiera. 

Come in un time-lapse, osservando l’impresa tessile dall’oculare del gruppo Schneider, si affonda nella più arcaica pastorizia – quella che ancora oggi sovrintende ad esempio all’allevamento brado del cachemire, o appunto della vicuña e della lana merino – e contemporaneamente ci si proietta nel futuro anteriore della manifattura di pregio, tra competenze zootecniche evolute e macchine meccanotessili a forte impronta digitale, quelle che servono per trattare i batuffoli di fibra appena tosata, estratti dalle balle, per arrivare, dopo cardatura e pettinatura, alle lunghissime e morbidissime trecce di fibre pettinate (qui le chiamano nastri…) pronte per i filatoi e per essere finalmente trasformate in stoffe capaci di diventare capi di abbigliamento ricercati e spesso costosissimi.

Uva per l’enologo, lana per noi

«Il nostro mestiere lo equiparo a quello del bravo enologo – sorride Giovanni Schneider – Anche noi, per fare un buon prodotto tessile, abbiamo bisogno di una materia prima di altissima qualità da selezionare con estrema cura. L’uva per l’enologo, la lana per noi. Che dev’essere sapientemente miscelata per ottenere un prodotto omogeno nel tempo e di eccellente qualità. Quando trattiamo gli acquisti con gli allevatori dobbiamo scegliere ad esempio tra i 12 diversi tipi di lana che coesistono su uno stesso animale, con grandi differenze a seconda delle zone corporee, ma se voglio disporre di un semilavorato di qualità regolare devo separarle le une dalle altre. Il nostro limite di tolleranza – per esprimerci in cifre – è il decimo di millesimo di millimetro per finezza; e il millimetro o al massimo i due millimetri per lunghezza media. Perché ogni filatoio regola le sue macchine con estrema precisione, e richiede fibre uniformate». 

Precisione certosina, acqua delicata

Di fabbriche come questa di Verrone ce ne sono soltanto due in Italia, e soltanto 4 in Europa. La maggior parte sono in Asia, e lavorano su volumi più grandi e qualità media inferiore. «Una lana media – spiega Elena Schneider – ha una finezza di circa 35-40 micron, come un capello, ed è lana da tappeti. Una lana merino è spessa la metà, tra i 18,5 e i 21 micron, e noi lavoriamo anche fibre da 10 micron di diametro…».

«E’ un mestiere dalla precisione certosina, insomma; nato e cresciuto qui nel Biellese perché a cavallo tra diciannovesimo e diciottesimo secolo c’era abbondante forza motrice idrica ed un’acqua sorgente leggerissima (quella della minerale Lauretana o della birra Menabrea) che, contenendo pochissimo calcio, permette un lavaggio delicatissimo ed efficace della lana». 

Storia di una passione di famiglia

Invece la storia aziendale inizia 100 anni fa sull’abbrivio che gli imprime il bisnonno di Giovanni e Elena Schneider, Daniele, entrato nel settore tessile italiano lavorando per il gruppo Marzotto, dove da montatore di macchine diventa poi dirigente, finché la famiglia Sella gli offre di gestire il Lanificio di Tollegno

Il figlio di Daniele, Jean, nel 1918 si congeda da militare alla fine della Grande Guerra e chiede di andarsene lontano dai Paesi che aveva conosciuto in grigioverde. Punta sull’Australia, dove nel frattempo si era diffuso l’allevamento di pecore merino, perché quella razza, un tempo esclusiva del re di Spagna, vi aveva attecchito bene, grazie alle cure dei primi coloni gratificati con questi regali zootecnici della corte madrilena. La razza merino è resiliente, chiede poca acqua, grandi estensioni di pascolo e pochi predatori: perfetta per l’Australia.

Nonno Jean visita tutti i lanifici biellesi, si offre di selezionare per loro, appunto in Australia, la lana di miglior qualità; e così ogni anno parte da Sidney o Melbourne, raccoglie i loro ordini e spedisce dopo qualche mese tutte le lane richieste dai clienti. . Fino agli Anni Ottanta, il modello aziendale resta prevalentemente questo. Jean Schneider compra e vende tra Australia da un lato e Biella e l’Inghilterra dall’altro lana sucida, come si dice in gergo, ovvero grezza. Ma ben presto le aziende tessili clienti iniziano a chiedere di più, vogliono lana già pettinata, pronta per i filatoi. E quindi la generazione successiva inizia a integrare queste altre fasi produttive nel suo mandato aziendale. Anche perché essere puri commercanti comportava il rischio di non poter garantire alcun servizio ai clienti nelle fasi di mercato critiche…

Concorrenti che cooperano per la qualità

Nell’80 nonno Schneider passa a miglior vita. Il figlio, Marco, laureato in ingegneria aeronautica, sceglie di provare a fare lo stesso mestiere del padre ma da ingegnere decide di introdurre anche alcune fasi della produzione, e con un partner molto bravo, Pier Luigi Loro Piana, acquista prima un’azienda a Rieti e poi la pettinatura di Verrone. Gli affari procedono bene e la Schneider si espande all’estero, con impianti in Cina e in Argentina. Nel 2000 Loro Piana esce dal capitale degli stabilimenti italiani, poi con la crisi del 2007-2008, Rieti viene chiusa e spostata in Egitto e  nel 2012 Marco Schneider propone all’amico Pier Luigi di rientrare nel capitale dell’unico stabilimento italiano rimasto, ma non da solo: insieme ai gruppi Zegna e Marzotto, con un complessivo 45% del capitale di Verrone e con un committment sui volumi di lane pettinate da acquistare: «La nostra è stata una delle primissime esperienze di cooperazione tra concorrenti nel comparto» sottolinea con qualche orgoglio Giovanni Schneider.

E siamo ad oggi, alla nuova fase di crescita progettata dalla famiglia e suggellata  dall’ingresso del socio istituzionale, il Fondo di Illimity SGR. «Il nuovo sviluppo fa leva sulla riconosciuta leadership qualitativa e la collega con un impegno totale nella sostenibilità» spiega Laura Ros, l’amministratore delegato che la proprietà ha voluto da alcuni mesi per guidare con il maggior distacco emotivo proprio di un manager l’azienda nella nuova sfida. Si conferma e si rilancia l’impegno nella selezione del prodotto all’origine, in tutti i migliori paesi produttori, dalla Mongolia alla Nuova Zelanda, oltre naturalmente all’Australia e l’Argentina dove peraltro Schneider gestisce 20 fattorie certificate GOTS e RWS, che fanno della filiale argentina il più grande distributore al mondo di lana certificata. E si rinnova il presidio di vere e proprie esclusive industriali, come l’egiarratura del cashmere in Mongolia (ovvero il prelievo delle fibre più fini del sottopelo del cashemire distinguendole da quella del manto esterno) o la concessione per la tosa della vicuña sulle Ande in Argentina.

Laura Ros

«L’azienda è da sempre molto vicina agli allevatori e al mondo rurale – sottolinea Ros – La strategia è stata ed è quella di coltivare al massimo il rapporto con gli allevatori, che consideriamo un vero asset. Sono mondi che parlano lingue diverse, ma bisogna saperne essere interpreti. Oggi tematiche come il benessere degli animali ed il rispetto per l’ambiente sono cruciali. Quindi sostenibilità ambientale ma anche sociale, anche se comporta molto impegno: ad esempio, il nostro impianto in Cina rispecchia i requisiti ambientali europei»

Questo insieme di valori è stato configurato in un vero e proprio modello gestionale attraverso il varo del progetto “Authentico” che “ci permette – aggiunge Laura Ros – di tracciare e garantire le fibre che compriamo e trattiamo. I nostri più agguerriti concorrenti mondiali sono i cinesi, che non hanno però ancora la necessaria trasparenza: con loro la nostra chiave competitiva deve essere la massima serietà. Dobbiamo poter sempre dire ai marchi che noi possiamo dare loro le garanzie che chiedono”.

Autenticità, garantita della filiera e sostenibilità

“L’idea del progetto Authentico è già di nostro padre – ricordano Giovanni e Elena Schneider –  che aveva una volta visto in asta due bellissimi quadri dello stesso autore a prezzi molto diversi perché i venditori non potevano certificare tutti i passaggi di proprietà e, quindi, l’autenticità di uno di essi… Ecco: noi invece vogliamo essere garanti dell’intera filiera per diventare partner dei nostri clienti. E la formula funziona: ormai diverse aziende utilizzano il nostro protocollo per la tracciabilità. E la prossima sfida è l’agricoltura rigenerativa, per convincere gli allevatori ad utilizzare pratiche di allevamento che riducano le emissioni di CO2”. Anche perché se l’inquinamento da gas serra generato dalla filiera tessile è forte, quello che arriva dal comparto lana è limitato: su 110 miliardi di chili di fibre tessili prodotti al mondo annualmente, il 70% sono fibre sintetiche, soprattutto poliestere, e quindi sono parte integrante della filiera petrolifera; il 20% circa è cotone, mentre la lana è lo 0,7% e, anche sommata a tutte le altre fibre naturali, seta, lino, mohair, raggiunge appena l’1%. Se qualcuno può vincerla, questa sfida, sono proprio loro – gli Schneider – che, accudendo da cento anni gli allevatori, riescono ad interagire con essi, ovunque, meglio di tanti, forse meglio di tutti: non a caso i pochissimi allevatori che producono le lane più fini del mondo, sono tra i loro fornitori. E agli oltre 1.000 allevatori partecipanti e in costante crescita, la logica di Authentico piace: perché può implicare contratti d’acquisto pluriennali con le fattorie, tutti tracciati, che aggiungono stabilità alla filiera. E riducono il rischio di mercato.

Da quando nel 2014 fratello e sorella hanno assunto la guida dell’azienda, le cose erano andate migliorando fino alla gravissima battuta d’arresto della pandemia

“A quel punto abbiamo contato i danni e ci siamo guardati attorno nel mondo – raccontano Giovanni e Elena – decidendo di cercare un nuovo partner esterno che ci aiutasse a scardinare alcune dinamiche tradizionali, e siamo contenti di aver trovato il Fondo e del rapporto costruito con Illimity SGR. Oggi il nostro obiettivo strategico è vedere la nostra azienda crescere e prosperare, magari anche pensando in grande e considerando alleanze con altri attori della filiera, per diventare parte di una realtà ancora più forte e assicurare, così, che l’eredità della nostra famiglia sopravviva a lungo, ben oltre le sfide della globalizzazione …”.