Big tech

C’è chi lha definito linverno delle Big Tech: con il più recente annuncio di 10 mila licenziamenti da parte di Amazon sale infatti a 120 mila il numero di persone che hanno perso il proprio posto di lavoro sia nelle sedi centrali statunitensi delle multinazionali del digitale sia nelle sedi periferiche. Persino in Italia.

Il fenomeno è da inquadrare nellalveo dei processi di digitalizzazione di interi sistemi economici per i quali le piattaforme digitali hanno un valore non tanto, direttamente, in termini di posti di lavoro impiegati quanto, indirettamente, nellindotto che alimentano e quindi nel lavoro che sono in grado di innescare. Del resto, il saldo netto di questo cambiamento deve tenere in considerazione le forme di disintermediazione che la Rete produce e i fattori di centralizzazione e concentrazione regionale da cui tali forme sono connotate, anche in Italia.

È innegabile però che le ristrutturazioni in corso siano effetto di una presa datto della congiuntura negativa. Se la pandemia aveva infatti aumentato il ricorso a consuetudini digitali come il commercio elettronico e se tali comportamenti sono proseguiti anche dopo la fine della crisi, le aspettative di crescita delle grandi piattaforme online hanno dovuto scontare il graduale ritorno alla normalità. E da questa fase rivedere i loro piani di investimento alla luce di uno scenario che nel frattempo ha subito il peggioramento dettato dal rincaro dei costi dellenergia, dallinflazione e dai conseguenti effetti recessivi che, in misura diversa a seconda dei mercati, hanno pesato sui conti delle aziende e prodotto decisioni che fino a pochi mesi fa sarebbero state sorprendenti.

Il difficile post pandemia degli e commerce

Forse il primo campanello di allarme era stato suonato da Klarna, una fintech svedese che offre metodi di pagamento innovativi e da Shopify, la società canadese che mette a disposizione di migliaia di imprese e professionisti un software e-commerce molto popolare, la quale, alla fine di luglio, aveva annunciato il licenziamento di circa 1.000 lavoratori, il 10% della sua forza lavoro globale. A comunicarlo lamministrazione delegato dellazienda, Tobi Lutke, che aveva imputato tale decisione proprio a una valutazione erronea della durata del boom delle-commerce e alla normalizzazione dettata dal ritorno alla normalità dopo la parentesi pandemica.

Titoli di coda sul successo di Snapchat

La fine dellestate è poi coincisa con le decisioni, da parte di Google, Microsoft e Apple, di rallentare i loro piani di assunzione per lanno in corso e con la notizia secondo la quale Snap, la società cui fa capo la piattaforma Snapchat, ha annunciato il licenziamento del 20% del suo staff di oltre 6.000 dipendenti. Lazienda ha deciso inoltre di ridurre i costi rallentando la produzione di contenuti originali come i giochi e le app Zenly e Voisey.

Se Amazon ha da ultimo annunciato il licenziamento di 10 mila dipendenti e avvertito che tale ristrutturazione durerà anche nel 2023, è pur necessario considerare che tale organico rappresenta l1% della sua forza lavoro globale: nel nostro Paese in particolare, secondo uno studio di The European House Ambrosetti, Amazon è la realtà privata che ha creato più posti di lavoro negli ultimi 10 anni. In media, dallavvio delle attività in Italia nel 2010, ogni settimana Amazon ha creato più di 26 posti di lavoro a tempo indeterminato.

Il mito delle magnifiche sorti e progressivedei giganti della Rete si è in ogni caso affievolito con la conferma da parte di Mark Zuckerberg di ridurre il personale anche per via di investimenti azzardati sul fronte del Metaverso. A queste notizie occorre infine aggiungere le decisioni di aziende come Netflix e Substack di ridurre i costi legati alla produzione di contenuti originali e ai compensi offerti agli autori. Si completa così un quadro dalle tinte opache e in questo scenario matura la consapevolezza che, laddove la pandemia ha accelerato la crescita per molti big del digitale, il peggioramento degli indicatori economici e lincertezza legata alla crisi e al suo termine abbiano un impatto di cui non possono non tenere conto le grandi piattaforme e tutti i soggetti che operano online.

Tra guerre e processi la dura vita dei giganti del big tech

Le ragioni di questo cambiamento sono da attribuirsi sia ad elementi di contesto, dalla guerra in Ucraina alle difficoltà di approvvigionamento dei chip, sia alle difficoltà in cui si trovano i settori sui quali insistono i modelli di business delle Big Tech – dal mercato della pubblicità agli acquisti online e non c’è dubbio che il digitale appaia quanto mai reale quando, come oggi, ne subisce come mai prima dora levoluzione. A rincarare la dose del momento critico per le grandi aziende della Silicon Valley sono poi le indagini, le sentenze e ancor più le sanzioni che le Autorithies, Antitrust e Privacy, hanno comminato loro sulle due sponde dellAtlantico.

A pagare sarà anche l’indotto

Come detto però, occorre considerare leffetto di queste decisioni sullindotto: lespansione delle piattaforme digitali è stata infatti una leva di sviluppo non trascurabile, avendo generato valore e posti di lavoro direttamente ma anche tramite gli ecosistemi che ha contribuito a creare: in Italia, 290 mila persone sono occupate, secondo Ambrosetti – The European House, nel solo segmento del Digital Retaile un peggioramento delle aspettative di crescita delle piattaforme digitali può accrescere lincertezza di intere filiere.
A stemperare una lettura esclusivamente pessimista del fenomeno, con il rischio sempre presente sui mercati finanziari che essa diventi una profezia che si autorealizza, giova ricordare un altro aspetto: in Italia, come confermato dagli ultimi dati sulle vendite online (+20% rispetto al 2021 secondo lOsservatorio del Politecnico di Milano), gli spazi di crescita delleconomia digitale sono ancora ampi e offrono opportunità per le imprese e i lavoratori. Per limitarci allindotto prodotto da Amazon, il marketplace supporta lampliamento del business di più di 20.000 PMI con un valore stimato di 60.000 posti di lavoro creati in Italia grazie a tali attività.

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Il valore delle piattaforme digitali e la congiuntura che le sta frenando debbono pertanto essere valutate nellambito dei processi trasformativi delleconomia che facilitano e quindi anche nella possibilità di re-impiego delle risorse che eliminano o che, per via dei processi di disintermediazione, contribuiscono a erodere.

Il saldo netto di questi fattori deve infine essere valutato tenendo conto della concentrazione delle competenze che il digitale implica e del rischio che queste risultino concentrate in alcune regioni a livello nazionale, ma anche europeo limitando in tal modo gli effetti positivi sullinnovazione dei territori e sulle possibilità occupazionali rese possibili.

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In Italia il Nord Ovest è più tecnologico

Uno degli osservatori più acuti della contemporaneità, Yuval Noah Harari, ricorda infatti di considerare sempre la dimensione regionale dellimpatto occupazionale dello sviluppo della tecnologia. Pertanto è necessario sottolineare, riprendendo lanalisi sul Digital Retail di Ambrosetti The European House già citata, quanto più del 46% del fatturato del mercato del digital retail sia concentrato nel Nord-Ovest con in testa la Lombardia che pesa per il 39% del totale. Date le caratteristiche del nostro Paese, occorre sempre considerare dunque il rischio che il fenomeno che sta rivoluzionando il modo in cui lavoriamo e vendiamo non abbia ricadute diffuse sullintero territorio, soprattutto se a farne le spese è proprio il commercio locale, il tessuto delle nostre città.