Dagli avvisi dell’albo pretorio di Borgo d’Anaunia, 2.501 abitanti fra i monti della Val di Non, provincia di Trento, spunta un bando per istallare nella centrale idroelettrica municipale un centro composto da “20 apparecchiature del tipo supercomputer più il noleggio di altre 20, il servizio di gestione delle attrezzature nonché l’acquisto della potenza di calcolo prodotta”.  Ma a che servirà mai quest’armamentario in una valle finora nota per i suoi stupendi laghi e per la ciaspolada, la corsa sulle racchette da neve che si disputa a gennaio? 

L’obiettivo, sembra, è di istallare un centro di supercalcolo per fare il mining di Bitcoin.  Non è detto che l’operazione vada in porto ma fin d’ora val la pena di invitare i pur ottimi valligiani a meditare sull’impresa. Certo, i fortunati che dispongono di un surplus di elettricità hanno senz’altro interesse a sfruttarlo. È quanto aveva pensato nel giugno del 2020 Askar Zhumagaliyev, ministro dell’Innovazione del Kazakhstan, presentando un progetto per attirare i “minatori” di criptovalute nell’ex repubblica sovietica. 

Il piano aveva le carte in regola: i minatori hanno in pratica bisogno solo di computer estremamente potenti al lavoro per decriptare i blocchi di transazioni della blockchain, il sistema informatico non centralizzato alla base della criptovaluta. Ci vogliono computer, una connessione a Internet affidabile, abbondante energia elettrica a basso costo, ingredienti che in Kazakhstan abbondavano: la sterminata nazione asiatica «ha una capacità energetica più che doppia rispetto alla domanda e, con un prezzo di  5,5 centesimi di dollari per kWh, il prezzo dell’elettricità kazaka è tra i più bassi del mondo, circa un quarto di quello italiano e metà di quello cinese». E così il Kazakistan è presto schizzato al 9% circa del mercato mondiale. Poi le cose sono andate fuori controllo. 

Nel maggio del 2021 la Cina, che ospitava quasi il 50% dell’attività mondiale di ricerca dei bitcoin, ha messo al bando il mining. È iniziato così il grande esodo dei miners verso il Kazakistan. Giganti del settore come Bit Mining, Canaan o Xive hanno annunciato il trasloco di migliaia di computer dalle megalopoli cinesi alle aree nei pressi di Nur-Sultan, la capitale. La quota kazaka nell’attività mondiale di mining è raddoppiata nel giro di un’estate, fino a raggiungere il 18% nell’agosto del 2021. 

Ma le vecchie infrastrutture elettriche non sono più state in grado di sostenere il brusco aumento dei consumi ed il Paese si è trovato nell’inedita situazione di importare elettricità dalla Russia, a caro prezzo, perché i consumi, cresciuti dell’8% in un solo anno, avevano sorprendentemente superato la produzione delle centrali a carbone e a gas. Di qui l’aumento delle tariffe che, a sua volta, è stato il detonatore della rivolta popolare che ha messo a dura prova il regime.

Chissà come andrà in El Salvador, la terra promessa del Bitcoin, valuta di Stato al fianco del dollaro come ha voluto il presidente Bukele. Basta scaricare sullo smartphone il wallet ufficiale fornito dal governo, di nome Chivo (che sta per “figo” nel gergo locale) per avere diritto a sconti sulla benzina e a 30 dollari una tantum, un capitale in un Paese molto povero. Anche in questo caso la chiave di volta è l’energia, quella sprigionata dall’attività geotermica del territorio andrà ad alimentare l’attività di mining che si svilupperà attorno a Bitcoin City, una metropoli che dovrebbe sorgere nell’Est del paese, in una regione ricca di vulcani. Almeno così spera il presidente. Ma nell’attesa la fiducia degli investitori è crollata, tanto che il debito estero è cresciuto del 40%. Insomma, forse è meglio limitarsi alle ciaspole.