Guerre, colpi di stato, insurrezioni, dittature militari, devastazioni, scontri tribali, ferocie d’ogni genere. E ancora: alluvioni, siccità, cambiamenti climatici improvvisi che sconvolgono intere regioni. Eppure, l’Africa è il continente che cresce di più con una velocità quasi asiatica, il 4,6%, un decimale in più rispetto alla Cina che il Fondo Monetario Internazionale ha “bloccato” al 4,5%.

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Uno scarto minimo ma significativo. E tale da far dire a un manager italiano, Diego Masi, un carriera da comunicatore (è stato presidente di J.W. Thompson Italia) e un passato da politico (è stato deputato nel partito di Mariotto Segni e sottosegretario nel governo D’Alema, 1998), appassionatissimo dell’Africa (al punto da creare un’associazione, Alice for Children, da anni impegnata nella formazione dei giovani di Nairobi a cui si insegna l’informatica e…la cucina italiana, che questo sarà “Il secolo africano” che è il titolo del suo ultimo saggio (editore Mimesis) e che spiega le ragioni di tanto ottimismo già nel sottotitolo “La vera ricchezza sono i giovani” (su questo punto torneremo più avanti).

Insomma, Diego Masi, un politico-comunicatore milanese che a fine carriera è volato in Kenya e c’è rimasto, innamorato del paese e dei giovani che a migliaia lo circondano e lo applaudono quando arriva nella scuola di Alice for Children a Nairobi, e Rémy Rioux, direttore dell’Afp, l’Agence française de développement, che ogni anno a gennaio presenta il suo studio sull’economia africana (da cui abbiamo ricavato i dati sulla crescita del continente), e con loro tutti gli economisti senza nome del Fmi e della Banca Mondiale autori dei paper da cui ricaviamo i dati di dettaglio sulla situazione economica dei 54 Paesi africani, sono convinti che un Continente con 1,4miliardi di abitanti e una demografia in continua crescita (i 900milioni di giovani del nostro Diego Masi) non potrà che diventare un punto di riferimento dell’economia globale.

“L’Africa si sta risvegliando” ha scritto Rémy Rioux nello studio annuale preparato dall’Afp sull’ “economie africaine 2026”. E per spiegarlo ha fatto notare che in questo primo quarto di secolo, dal 2000 ad oggi, il pil dei 54 paesi del continente si è quadruplicato passando dai 700 miliardi di dollari del 2000 agli oltre 3mila dollari di oggi con un tasso di crescita 2026 del 4,6%, come s’è detto, che è il ritmo medio di tutti i paesi in via di sviluppo come insegnano gli economisti del Fmi e della Banca Mondiale (anche se alcuni sostengono che l’Africa dovrebbe crescere del 7% per affrontare tutte le complicazioni dell’economia globale: sul punto torneremo più avanti).

Come si spiega tanto dinamismo? Semplice: l’economia globale in questi anni ha dovuto fare conti con una serie di crisi a ripetizione, dalla crisi finanziaria dei subprime con il fallimento della Lehman Brothers (2008) alla pandemia del Covid (2020) fino alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. L’Africa non ha conosciuto questi choc ed è cresciuta.

I paesi dell’Africa dell’Est sembrano i più dinamici con tassi di crescita annunciati per il 2026 del 6,7% mentre quelli del Sahel sono “fermi” (virgolette obbligatorie) al 4,5%. In ogni caso, dicono il Fmi e la Banca Mondiale, 12 paesi africani (su 54) avranno quest’anno una crescita superiore al 6%. In questo gruppo di “virtuosi” dell’Africa sub-sahariana un posto particolare spetta alla Costa d’Avorio con un deficit (sul pil) di appena il 3% e un debito (sempre sul pil) del 60%. Grazie a questi risultati l’agenzia Fitch ha alzato il rating di Abidjan collocando il paese al secondo posto tra le economie del continente, appena sotto il Marocco.

Vediamo i passaggi di questo piccolo exploit. In questi anni la Costa d’Avorio ha diversificato la sua economia, uscendo dalla monocoltura del cacao (che oggi pesa per il 15%) e puntando sull’agro-industria, le costruzioni (per esempio, la metropolitana di Abidjan), le telecomunicazioni, grazie soprattutto all’apporto dell’industria petrolifera (il giacimento di Baleine sulla costa atlantica, scoperto dall’Eni, che produce oggi 60mila barili di petrolio al giorno e che potrebbe arrivare a 150mila nel 2027).

E poi c’è l’oro: nuove miniere sono state appena scoperte con una potenzialità di 100 tonnellate annue. Petrolio, gas e oro sono una garanzia per il futuro della Costa d’Avorio si legge nei paper della Banca di sviluppo dell’Africa occidentale (Boad, fondata nel 1973 con l’obiettivo di strappare una dozzina di paesi dell’area dalla povertà). Ma la vera garanzia per lo sviluppo della Costa d’Avorio è la sua stabilità politica rappresentata dal suo presidente Alassane Ouattara eletto a ottobre scorso per la quarta volta. Ouattara, che ha studiato economia negli Usa e che è stato direttore generale del Fmi, ha promesso di strappare dalla povertà il 37% del suo popolo che vive nei villaggi del nord, lontano dal benessere della capitale Abidjan. Vedremo.

Il caso positivo della Costa d’Avorio non deve, però, far dimenticare i tanti problemi strutturali del continente. A cominciare dal debito pubblico. Una ventina di paesi (su 54) sono già sovra-indebitati o sul punto di diventarlo e questo sottrae risorse per lo sviluppo.

A pagarne le conseguenze sono i giovani che rappresentano il 60% della popolazione (secondo certe proiezioni nel 2050 l’Africa avrà 2,5miliardi di abitanti, ma già l’1,4 miliardi di oggi non sono uno scherzo) e che non hanno nessuna voglia di sopportare le ingiustizie sociali come scrive Masi nel suo libro “Il secolo africano” e come si è visto di recente in Madagascar, in Marocco, in Kenya dove la cosiddetta Generazione Z, affamata e iperconnessa, è scesa in strada sfidando il potere e la repressione dei governi. Nei prossimi mesi, scrive ancora Masi, questa generazione di giovani si farà sentire. Ecco perché bisognerà osservare con attenzione le elezioni legislative e presidenziali in calendario quest’anno in una dozzina di paesi dall’Algeria al Benin, dall’Etiopia al Marocco, dalla Repubblica democratica del Congo alla Somalia al Sud-Sudan all’Uganda allo Zambia.

Queste elezioni scrivono gli analisti di Chatam House (uno dei think tank di politica estera più importanti al mondo, fondato a Londra nel 1919 e posto sotto il patrocinio della Corona britannica), saranno un indicatore importante del tasso di democrazia dei paesi africani.

Ma su questo terreno della democrazia e dei diritti civili le cose al momento non vanno bene, al punto che il quotidiano francese Le Monde avverte in un suo recente reportage che “en Afrique le crépuscole démocratique se fait dans l’indifférence”, la democrazia si spegne nell’indifferenza del mondo.

Questa indifferenza s’è vista in occasione della visita del rappresentante di Trump, Nick Checker, a Bamako nel Mali il 2 febbraio scorso. La ex spia della Cia ora responsabile degli affari africani alla Casa Bianca ha detto in sostanza che Mali, Burkina Faso e Niger potevano continuare tranquillamente sulla loro strada (dittatoriale, tutto il potere in mano ai militari) perché Washington non li avrebbe disturbati. E si capisce: all’amministrazione Trump non interessa la democrazia (dal 2021 al 2023 i tre paesi confinanti del Sahel hanno visto tre colpi di Stato) ma solo le risorse minerarie. Così come interessano alla Cina, alla Russia, all’India, alla Turchia e agli ultimi arrivati, gli Emirati arabi e il Qatar. Nel frattempo, l’Europa controlla, inquieta, i suoi investimenti nel continente e l’Unione Africana tace.

Come si diceva prima, le elezioni politiche di quest’anno si annunciano sotto i peggiori auspici. Per esempio, nella Repubblica democratica del Congo e a Gibuti saranno probabilmente riconfermati gli ex presidenti Denis Sassou-Nguesso, 82 anni, ex militare golpista, e Omar Guelleh, 78 anni, i quali da decenni regnano incontrastati nonostante le proteste delle opposizioni. E probabilmente non andrà diversamente in Gambia e in Zambia che hanno conosciuto, anch’esse, il pugno di ferro della dittatura militare.

Ma ormai va così in tutto il mondo, non solo in Africa. Solo che l’Africa è più vulnerabile. La speranza sono i giovani, 900 milioni su 1,4 miliardi di abitanti. Speriamo che Diego Masi, l’autore del “Secolo africano” e l’inventore delle scuole professionali di “Alice for Children” a Nairobi, abbia ragione.

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Giuseppe Corsentino
Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.