di Alessandro Arrighi

Salvare le imprese e, quindi, gli imprenditori, per salvare il Paese. Il titolo di questa rubrica non è lo slogan di una parte politica, ma una necessità cogente. Bombardati come siamo dalla facilità di documentare i pensieri, è facile cogliere, su qualsiasi social, lo “scontro generazionale”, tra i cosiddetti boomer, che propongono a paradigma la necessità di sacrificarsi, per ottenere conoscenza e risultati progressivi, come accadeva un tempo, e le nuove generazioni, che, chiedono una giusta remunerazione immediata: senza alcuna fiducia che, un giorno, eventuali odierni sacrifici siano remunerati in modo più che proporzionale.

La politica risponde provando a stabilire meccanismi di regolazione legale dei salari minimi, che, a seconda che la visione sociale sia di destra o sinistra, assumono un carattere più o meno liberista.

Ma, in realtà, prescindendo dall’ideologia, vi è un sistema imprenditoriale povero, schiacciato dai controlli e dalla burocrazia, che, quando riesce a produrre utili, lo fa in misura estremamente risicata, insufficiente a garantire l’autofinanziamento e generare risorse per finanziare investimenti successivi; così, da un lato, le imprese non riescono a soddisfare quelle richieste di crescente remunerazione dei dipendenti, in linea con le altre nazioni europee né, tanto meno, ad attrarre risorse per poter crescere; dall’altro lato, una generazione intera è accusata di ignavia e nullafacenza, perché non disponibile a investire su di sé, accettando un salario corrente, ai limiti dello sfruttamento, comunque insufficiente a garantire l’affrancamento dalla famiglia di origine. Così le imprese non trovano chi lavora e i giovani non trovano lavoro.

Se la politica non troverà il coraggio di liberare l’impresa della burocrazia, investire sull’etica e depenalizzare i reati societari, o comunque stabilire facili meccanismi riparativi, e consentire una pianificazione fiscale equa e collaborativa con le agenzie fiscali, non vi sarà via di uscita.