salario minimo
Gian Piero Gogliettino (segretario Ancal)

Più fumo che arrosto. Si potrebbe sintetizzare brutalmente così il giudizio – piuttosto tranchant ma basato su una solida cognizione di causa – che il segretario generale dell’Associazione nazionale commercialisti area lavoro (Ancal), Gian Piero Gogliettino, ha della proposta di direttiva europea sui salari minimi, fresca di accordo politico.

Direttiva Ue, serve il recepimento degli Stati membri

«La definizione di questa norma ha più del suggestivo che un’incidenza reale ed efficace rispetto al contrasto al dumping salariale, sviluppatosi soprattutto negli ultimi anni in ragione della proliferazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro, talvolta ragionevolmente peggiorativi sul piano del trattamento economico del lavoratore» attacca Gogliettino.

«Molto rumore per nulla», insomma. Una citazione shakespeariana che il segretario Ancal premette per poi aggiungere che «la provvisoria direttiva definisce un obiettivo a cui devono uniformarsi gli Stati membri, attraverso una norma interna di recepimento. Diversamente scatterebbero le note procedure di infrazione, ma non troverebbe per questo la stessa norma, e dunque i nobili fini ivi posti, diretta applicazione nell’ordinamento interno, che comunque fissa solo i parametri».

Senza un livello salariale uniforme sarà dumping 

Gogliettino insomma non è convinto che la definizione di un minimale retributivo per legge possa porre definitivamente un freno al fenomeno del “lavoro povero”: «Se anche riuscisse – annota infatti – contestualmente potrebbe generarsi quale effetto collaterale, non determinando la disposizione europea un livello salariale uniforme tra i diversi sistemi nazionali, un peggioramento del dumping sociale, in ragione di una retribuzione minima più contenuta in altre aree geografiche dei Paesi membri, con un’inevitabile caduta dei tassi di occupazione interni».

Ma quindi? Dov’è che bisogna fare più attenzione? Secondo Gogliettino «alla determinazione della soglia minima salariale». «Nella speranza – aggiunge – che la direttiva favorisca una convergenza verso l’alto delle retribuzioni minime degli Stati membri che già le applicano, coinvolgendo, così come è nelle intenzioni del legislatore europeo e coerentemente alla nostra cultura di relazioni industriali, le parti sociali maggiormente rappresentative, passando necessariamente per una improcrastinabile legge sulla rappresentatività sindacale».

E l’estremo pluralismo delle fonti sindacali non aiuta

La stessa relazione consegnata dal Governo al Parlamento nel novembre scorso solleva il problema che il sistema di determinazione dei salari in Italia è rimesso alla contrattazione collettiva ed il modello italiano di relazioni sindacali è caratterizzato da un elevato livello di pluralismo organizzativo, sia dal lato dei lavoratori sia da quello dei datori di lavoro: e l’estremo pluralismo delle fonti sindacali renderebbe l’impianto sanzionatorio illegittimo”.

Salario minimo sì, ma tagliamo anche il cuneo fiscale

«Come sempre avviene nella vita reale – commenta ancora Gogliettino – la verità è sempre nel mezzo: più salario, sì, ma la misura da sola non può rappresentare la panacea, scaricandone sul sistema-impresa l’onere, se prima non si interviene drasticamente sulla pressione fiscale e contributiva».

Se non si interviene anche per sgravare le imprese dai costi del lavoro, la direttiva sui salari minimi rischia di rivelarsi un flop.

«Non c’è dubbio – conclude il segretario dell’associazione nazionale dei commercialisti che si occupano di lavoro – che il tema del salario minimo adeguato ed equo sia centrale, condizionando la dignità delle persone, ma è altrettanto vero che avendo tutto ciò un’incidenza sulla competitività delle aziende e sulla crescita, diventa necessario intervenire previamente con una riduzione strutturale del cuneo fiscale e contributivo, così da favorire i consumi, con effetti positivi sul PIL, sulla produzione e sui tassi di occupazione».