Russia, made in italy in ripresa la creatività batte le sanzioni

La Russia, pur sotto sanzioni euro-atlantiche per l’Ucraina, si rivela efficace stimolo per la creatività italiana: in questo caso applicata non alla produzione ma soprattutto al marketing in un ambiente appesantito da difficoltà estranee all’economia. Dopo due anni disastrosi per le nostre esportazioni verso la Russia, il 2017 si chiude con un bilancio incoraggiante per noi: ci si avvicina infatti al recupero totale delle posizioni precedenti le misure punitive adottate dall’Unione Europea nella primavera 2014 contro Mosca.

La prova più evidente del trend è nel traffico aereo: Aeroflot ha 3 voli al giorno da Mosca a Milano e 3 che vanno da Mosca  Roma

All’embargo decretato dall’Europa ha corrisposto un contro embargo stabilito da Mosca per alcuni settori, in primis l’agro-alimentare: gli scambi commerciali tra Russia e Europa ne sono stati sconvolti, con effetti diversi nei vari paesi dell’Unione. Ma almeno per quanto ci riguarda, dopo il primo choc, i nostri operatori – dalle piccole e medie imprese alle grandi – con la cooperazione di banche e istituzioni quali la Sace, hanno saputo affrontare le nuove situazioni, riuscendo a limitare gli effetti negativi delle tensioni politiche. Sì, a Mosca c’è ancora posto per fare impresa, per operare, per produrre e per imporsi sul mercato. E non mancano, a Mosca, solidi studi professionali di avvocati d’affari italiani capaci di districarsi nella normativa russa. Gli italiani, presso i consumatori, sono favoriti soprattutto da un fattore: l’enorme simpatia, per alcuni aspetti perfino amore, dei russi verso l’Italia, mai venuto meno anche nei momenti più aspri della guerra fredda. La prova più evidente è nel traffico aereo: Aeroflot ha 3 voli al giorno Mosca-Milano e 3 Mosca–Roma. Altre compagnie low cost volano su altri scali italiani, per un totale di una decina di voli al giorno tra Italia e Russia. L’Italia è al secondo posto tra i partner commerciali della Russia, dopo la Germania, e al sesto posto tra gli esportatori europei verso la Russia. Il nostro export nel 2014, quando l’effetto delle sanzioni non si era ancora pienamente dispiegato, è stato di 9.503 milioni di euro; nel 2015 è crollato a 7.093 milioni; nel 2016, è precipitato a 6.720. Il 2017 è l’anno della ripresa: nei soli primi sei mesi, da gennaio a giugno compresi, è arrivato a 4.557 milioni. Nell’insieme, il nostro export è salito del 39%; ogni giorno esportiamo verso la Russia per 20 milioni di euro. I settori in maggior recupero sono stati l’agro-alimentare, con un aumento del 39,9 %, chimico-farmaceutico, con 32,2 %, i mezzi di trasporto, con 53,5 %, e la moda, col 32,6 %. Sono dati incoraggianti, ma che considerando altri Paesi lasciano vedere molte opportunità di crescita ancora da cogliere: l’export francese è salito del 57,2%, quello tedesco del 53,7”. Dicono Luisa Barone e Vittorio Torrembini, presidente e vice presidente del GIM, il Gruppo imprenditori italiani a Mosca, a cui aderiscono decine di piccole e medie imprese: «Lo slancio dell’export è dovuto in buona parte a fattori contingenti, in primo luogo la stabilizzazione del cambio del rublo, ottenuta con saggia politica monetaria, e non con fallaci atti d’imperio; gli importatori avevano esaurito le scorte; e poi, la campagna di rinnovo di macchinari e impianti, promossa dalle direttive del Cremlino di produrre in casa invece che importare. Ma intanto è calato il potere d’acquisto dei consumatori, e questi fattori si faranno sentire».  Luisa Barone è a Mosca dai tempi dell’impianto della fabbrica automobilistica della Fiat. Oggi svolge attività di consulting ed è manager di Novasider, società storica, che attualmente si occupa di macchinari per la lavorazione della gomma. Di recente è stata insignita da Mattarella dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica.  Anche Torrembini è da molti anni a Mosca, consulente di varie imprese, tra cui la Zamperle di Vicenza, leader mondiale nella realizzazione di parchi a tema. «Non si può parlare solo di export per la presenza italiana», dicono Barone e Torrembini, al lavoro nei loro uffici di Novasider, a due passi dal Cremlino: «Bisogna considerare anche imprese italiane che producono per il mercato interno, non per esportare in Italia e altrove, e quelle che sono venute qui come sub-fornitori, al seguito di grandi multinazionali con cui già operano in Italia. E’ il caso di Procter & Gamble, che ha voluto a San Pietroburgo lo stesso fornitore che ha in Italia. L’attenzione verso la Russia non vuol dire de-localizzare, come è avvenuto in tanti casi per la Cina. Abbiamo 100 imprese italiane che svolgono attività produttiva in Russia, con 75 mila dipendenti e un fatturato di 8 miliardi di euro. A parte queste, sono almeno 300 le imprese italiane con presenza fissa, e altre 400 con ufficio e personale italiano che svolgono attività commerciale. Non è una presenza da poco, ed è qualificante. Valga per tutte la vicenda della Indesit, in cui si riassumono le opportunità e le difficoltà. Nel ’91-92, mentre il sistema sovietico crollava, l’Indesit fece un grande investimento nella regione di Lipetsk. Successivamente, Merloni decise di ritirarsi ma poi nel 2000 ha ricomprato la fabbrica, stabilendo rapporti eccellenti con le autorità locali, che su suo suggerimento hanno creato una zona economica speciale, creando condizioni virtuose per produrre. Dopo 2 anni, Indesit ha raddoppiato la capacità produttiva. Dopo 4 anni, ha fatto una fabbrica di lavatrici. Attorno, sono sorte 40 piccole imprese di fornitori.  Le opportunità ci sono. Bisogna saperle cogliere».

Sono almeno 300 le imprese italiane con presenza fissa, e altre 400 con personale italiano che fanno attività commerciale

Considerando l’Unione doganale fra la Russia e le ex repubbliche sovietiche del centro Asia, Mosca è anche un punto di ingresso in mercati più ampi. La Sace destina parte cospicua dei suoi fondi alle coperture per le esportazioni, ma anche per favorire gli investimenti esiste una leva finanziaria concordata dai due governi: un fondo strategico di 500 milioni di euro della Cassa Depositi e Prestiti, e, da parte russa, altri 500 milioni dallo Stato. “Vi sono operatori che lamentano scarsa assistenza dall’Ice”, conclude Torrembini, “ma l’Ice in realtà svolge un buon lavoro di informazione e conoscenza. E’ illusorio che l’Ice debba fare di più: non può certo sostituirsi all’imprenditore!”.

Mapei da sempre tra i big

Oltre ai big di sempre – dall’Eni alla Merloni – vi sono alcuni altri campioni nella presenza industriale italiana in Russia. La Mapei, innanzitutto, con tre fabbriche: una nella regione di Mosca, una a San Pietroburgo, una a Ekaterinenburg, negli Urali. Buzzi Unicem, che con due cementifici è al 2° posto nel mercato. Marazzi, con due fabbriche. DKC, con una fabbrica a Tver, start-up per  sistemi di trasporto e distribuzione di elettricità. Sorta da zero alcuni anni fa, ha il 35 % del mercato russo, con 600 milioni di fatturato. Sest Luve: industria del freddo. E ancora, la Laminam: innovativa produzione di lastre di gres di piccolo spessore ma grandi superfici. Infine la San Marco che fa vernici sopeciali per facciate di edifici.