Da una prospettiva vista qui negli Stati Uniti, sia la Russia che la Cina rappresentano due differenti sfide per gli Usa. La Russia oltre ad essere vista come “non-peer competitor state” (uno stato concorrente non di pari livello) è vista come un “rogue state” (uno stato canaglia, come la Corea del Nord per intenderci) con l’ambizione di ricostruire la vecchia Unione Sovietica e le bizzarrie di chi cerca di sovvertire un ordine internazionale che non può sperare di dominare. La Cina è considerata come “peer competitor state” (uno stato concorrente alla pari) perché è la seconda potenza economica mondiale, che vuole plasmare un ordine internazionale con l’aspirazione di dominare anche attraverso una politica di colonialismo economico (verso Paesi in Africa e America Latina), con una improbabile alleanza russo-cinese intesa più in ottica anti-occidente e anti-Usa e che tentenna in bilico tra le ambizioni del piano Made in China 2025 e il rallentamento reale della sua crescita economia. Le relazioni geopolitiche e geoeconomiche a livello globale negli ultimi 40 anni hanno facilitato la globalizzazione intesa come l’aumento del flusso di beni, servizi, capitali, persone e idee attraverso i confini internazionali, grazie al progresso tecnico nelle comunicazioni e nei trasporti e ai nuovi accordi di libero scambio con eliminazione o riduzioni di barriere tariffarie, con il risultato di una standardizzazione economica e culturale e un mondo sempre più interconnesso. Questa situazione di relativo benessere globale si sta oggi modificando in un nuovo scenario sotto l’influenza di alcuni eventi emersi nel corso degli ultimi 2 anni, a partire dalla trade war tra Usa e Cina e a seguire con la pandemia covid, le difficoltà e complessità nella supply-chain, l’invasione russa in Ucraina dello scorso febbraio.

Ed è proprio la guerra in Ucraina che ha cambiato le priorità in tema di relazioni e commercio internazionale perché nel concetto di globalizzazione, inteso finora come guidata dalle opportunità di sviluppo economico in un libero mercato sempre più globale, si inserisce ora un nuovo elemento: il rischio politico. Si vede così emergere un nuovo scenario globale, accelerato dalla frattura tra due contrapposizioni rappresentate dalle due potenze economiche mondiali: Usa e Cina. La recente votazione del 12 ottobre alle Nazioni Unite sulla risoluzione di condanna alla Russia per l’annessione illegale di 4 territori all’interno dei confini di un Paese sovrano come l’Ucraina ha visto un fronte coeso di 143 Paesi contro 35 astensioni (tra cui Cina e India) e 5 contrari (tra cui la Russia ovviamente) che ben illustra la spaccatura tra occidente da un lato e resto del mondo. La visione americana è quella di creare un nuovo asse atlantico basato sui principi del liberismo economico e della democrazia e in questa visione si associano l’Unione Europea…

(che deve necessariamente puntare all’allargamento oltre gli attuali 27 Paesi e ad una maggiore coesione così da giocare un ruolo più strategico), il partner Gran Bretagna e i Paesi amici di Australia, New Zealand, Giappone, Corea del Sud, Singapore e Taiwan.

Il rischio politico è quindi il nuovo fattore del nuovo concetto di globalizzazione e su questo punto mi piace ricordare  quanto ha dichiarato Jens Stoltenberg, segretario della Nato: “Freedom is more important then trade”, perché è su questo principio che si ridisegnano le nuove relazioni politiche ed economiche tra Paesi percepiti come “amici”.

La Russia quindi svanisce come mercato di interesse per le imprese occidentali e oltre 1000 aziende occidentali hanno già azzerato il trade e sospeso ogni attività nel Paese. In termini di valore l’export del Made in Italy verso la Russia rappresentava nel 2021 solo un mero 1,5% dell’export complessivo, così come l’export Usa verso la Russia rappresentava nel 2021 solo un 0,35%. Rimane per alcuni Paesi europei il vincolo della dipendenza energetica dalla Russia ma questo verrà progressivamente rimosso.

Washington crea così nuove alleanze tra blocchi di Paesi accomunati da interessi e principi comuni, condivisi e condivisibili.
Lo scorso 23 maggio 2022, a Tokyo in Giappone, il Presidente americano Biden ha lanciato Ipef (Indo-Pacific Economic Framework), una partnership strategica tra Usa e 13 Paesi (7 dell’Asean marketplace del sud-est asiatico + Australia, New Zealand, India, Japan, South Korea e Fiji) che insieme rappresentano il 40% del Pil mondiale.

La prima finalità è la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, riducendo drasticamente la dipendenza dalla Cina, e avvalendosi delle risorse dei 7 Paesi Asean (Brunei, Indonesia, Malaysia, Philippines, Singapore, Thailand e Vietnam), il nuovo hub manufatturiero sviluppato dal reshoring dalla mainland China e dal riposizionamento efficace della supply-chain.

L’accordo Ipef ha come obiettivo soprattutto quello di ridefinire le regole della nuova economia globale del 21mo secolo, regole basate su 4 temi basilari per l’avanzamento degli standard legati al mondo del lavoro e alla sostenibilità dell’ambiente:


1) commercio equo e resiliente e la corretta conduzione del trade tra i Paesi membri
2) resilienza nella supply chain (la cui funzionalità implica aspetti di sicurezza nazionale per i Paesi che necessitano di superare le dipendenze di approvvigionamento)
3) connettività digitale, infrastrutture, energie rinnovabili e decarbonizzazione
4) fiscalità e anticorruzione

Ipef non prevede al momento una riduzione o liberalizzazione delle tariffs doganali né è inteso essere un accordo di libero scambio ma l’elemento differenziale e qualitativo di questo accordo pone le basi per regolamentare principalmente gli interessi di sicurezza degli Usa e dei suoi alleati ed è proprio su questa base che si distingue dal Rcep, l’iniziativa di free trade voluta dalla Cina che di fatto si basa solo sul libero scambio escludendo in toto le 4 tematiche Ipef perché la finalità cinese è quella dell’espansionismo colonial economico. A seguire, il 14 Luglio 2022, a JerUsalem in Israele, sempre il Presidente americano Biden ha lanciato I2U2, la nuova cooperazione di investimenti e iniziative tra India, Israele, Uae e Usa con la finalità per i 4 Paesi aderenti di collaborare su tematiche quali investimenti e iniziative in campo energetico, di sicurezza sull’approvvigionamento di risorse alimentari, trasporti, spazio, salute e preservazione dell’acqua.

Non secondaria come finalità, rienergizzare e rivitalizzare l’alleanza americana principalmente con l’India, in palese ottica di contrastare l’influenza cinese in un Paese che rappresenta un primario consumer market e che è in chiara rivalità con la Cina.

Oltre al rafforzamento dell’alleanza atlantica tra Usa, Uk e Eu, gli accordi Ipef e I2U2 rispondono alle esigenze della nuova globalizzazione che possiamo  definire come responsabile e sostenibile, perché includono, finalmente, regole di condotta, il senso di responsabilità, la realizzazione della necessità di contenimento di sprechi e rifiuti, l’ottimizzazione delle risorse energetiche, lo stimolo al cambiamento verso le energie rinnovabili, e l’applicazione di una politica di lunga visione prospettica nel gestire relazioni di trade e di business tra Paesi amici, alleati e partner (Italia compresa).