Gas, petrolio e carbone, insomma le solite vecchie energie fossili che chissà quando saranno cancellate o ridimensionate nel menù energetico del pianeta. Ecco, nel vecchio mondo globale dell’energia, che è poi il mondo di oggi, ai primi posti tra i Paesi produttori c’erano (e ci sono ancora) loro, Russia e Cina oltre, si capisce, alle petromonarchie del Golfo, alla teocrazia iraniana e alla lontana Australia con i suoi enormi bacini carboniferi a cielo aperto. 

A nessuno, però, verrebbe in mente oggi di considerare Russia e Cina come i due attori leader nel mercato globale dell’atomo, protagonisti della filiera nucleare dalla costruzione delle centrali fino alla gestione delle scorie. 

Si pensa sempre al Giappone (soprattutto dopo il disastro di Fukishima del 2011); alla Francia che per decenni ha rivendicato la sua autonomia energetica grazie a quella cinquantina di centrali volute dal generale De Gaulle negli anni ’60 e ’70 e oggi un po’ malandate; agli Stati Uniti con le sue corporation dell’atomo, la prima bomba atomica sganciata su Hiroshima e i primi incidenti che ispirarono a Hollywood storie come quella di “Sindrome cinese”, il film con una giovanissima e bellissima Jane Fonda e un altrettanto giovane Michel Douglas che riescono a evitare, con la loro denuncia in tv, un terribile incidente alla centrale di Three Miles Island che avrebbe potuto causare lo scioglimento del nucleo del reattore e quindi un buco enorme sulla crosta terrestre, fino agli antipodi, la sindrome cinese appunto.

Erano loro, Giappone Francia e Stati Uniti, i padroni dell’atomo. La Russia aveva sì le sue centrali ma bastava ricordare Cernobyl per far capire quale fosse il livello (bassissimo) della sua tecnologia nucleare (e ancora oggi si trema quando si vede infuriare la battaglia attorno alla centrale di Zaporizhizja, la più grande d’Europa, voluta dal compagno Krusciov nella sua Ucraina). E quanto alla Cina l’immaginario collettivo era fermo a quella sindrome del “disaster movie” con Fonda e Douglas appena ricordato.

Oggi non è più così. È cambiato tutto. Secondo i dati diffusi a fine marzo dal World Nuclear Industry Status Report, il censimento annuale dell’industria mondiale dell’atomo, su 59 reattori in costruzione a gennaio 2023 in tutto il mondo (perfino in Bangladesh e negli Emirati Arabi Uniti), ben 22 sono completamente cinesi e 43 hanno tecnologie miste, russe e cinesi. 

Pechino risulta essere l’attore industriale più dinamico: tra il 2003 e il 2022 ha costruito “chiavi in mano” più della metà (49 su 99) delle centrali attualmente in servizio nel mondo con una velocità – ricorda al Globalista il direttore del Wnisr – pari a quella del famoso “Plan Messmer” (dal nome del ministro gaullista dell’epoca, Pierre Messmer) che riempì in gran fretta i dipartimenti francesi di reattori nucleari in risposta alla crisi petrolifera causata dalla guerra del Kippur (1973).

Pechino ha fatto di più, spiegano poi alla Sfen, Société française d’énergie nucléaire, la lobby dell’industria nucleare voluta dall’Eliseo già all’avvio del piano: il regime comunista ha creato una vera e propria filiera che va dalla progettazione della centrale, alla fornitura del combustibile nucleare, alla gestione dell’impianto fino al riciclaggio delle scorie. 

Come c’è riuscito? Seguendo la solita strategia “entrista” che ben conosciamo nel settore delle tecnologie: ha comprato due Epr (reattori ad acqua pressurizzata) dalla Francia (che in questo momento, non senza difficoltà, ne sta costruendo uno Flammanville, in Bretagna); due reattori VVer (a scambio di calore) dall’Unione Sovietica e due AP1000 (ad acqua pressurizzata) dagli Stati Uniti e alla fine, conclude con una battuta il presidente della Sfen, l’ingegner Philippe Stohr, “a sinesisé tout”, ha cinesizzato tutto. Così, copiando e mixando le tecnologie occidentali, la Cina è arrivata alle centrali di terza generazione come quella attualmente in costruzione a Hualong, non distante da Pechino.

La Russia, nonostante la pesante eredità di Cernobyl e la cannonate attorno alla centrale di Zaporizhzja, non è un player meno attivo: in questo momento ha cantieri aperti in India, in Turchia, in Bangladesh, in Egitto, in Bielorussia e perfino in Cina. 

Il modello di business di Rosatom, il colosso pubblico dell’atomo controllato in modo ferreo dal Cremlino, prevede la fornitura “chiavi in mano” e anche il finanziamento con la possibilità di iniziare a rimborsare il prestito quando la centrale sarà in funzione calcolando una percentuale sui megawatt venduti. 

Insomma, un remunerativo “project financing” per i Paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di energia e che, nel caso della Cina, s’intreccia con il master plan globale della cosiddetta Via della Seta. “Perché non c’è nulla in grado di creare forti interrelazioni politiche tra Paesi come il nucleare civile” dicono all’associazione NegaWatt secondo cui il vero affare, in questi casi, è più geopolitico che energetico o industriale (dal momento, si fa ancora notare, che negli ultimi settant’anni il nucleare ha coperto appena il 3% del fabbisogno mondiale di energia). 

Detto in altre parole, Mosca e Pechino – più la seconda che la prima per la verità – vogliono usare (anche) l’atomo come uno strumento per affermare la propria egemonia nel mondo. Altrimenti come si spiega che da anni delegazioni di tecnici cinesi si recano a Buenos Aires per convincere la Casa Rosada a realizzare la prima centrale nucleare “made in China” in Sudamerica?

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.

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