L’intelligenza artificiale non ha ancora preso il controllo del mondo, ma nel frattempo qualcuno ha cominciato a usarla per provare a prendere il controllo di qualcos’altro: droni, reti informatiche, sistemi di sorveglianza, campagne elettorali, apparati militari e flussi di informazione. È questa la fotografia che emerge dall’ultimo rapporto di Anthropic sugli abusi di Claude, il modello di intelligenza artificiale sviluppato dalla società guidata da Dario Amodei. Il documento, pubblicato il 10 settembre e relativo alle attività individuate e interrotte tra dicembre 2025 e agosto 2026, descrive operazioni distribuite in sette grandi aree: cyberattacchi, influenza politica, sorveglianza, frodi, ricerca biologica, sviluppo di armi convenzionali e distillazione illecita dei modelli. Non è quindi soltanto un rapporto sulla sicurezza di un chatbot. È una sorta di radiografia della nuova economia della guerra digitale, nella quale il valore dell’AI non consiste più soltanto nella capacità di rispondere a una domanda, ma nella possibilità di sostituire, coordinare o moltiplicare il lavoro di programmatori, analisti, ingegneri, operatori di intelligence e propagandisti.
La differenza rispetto alla tradizionale criminalità informatica o alla propaganda digitale sta proprio qui. Un gruppo che fino a pochi anni fa avrebbe avuto bisogno di un team numeroso e specializzato può oggi delegare a un sistema AI una parte crescente della ricerca, della programmazione e dell’esecuzione operativa. È questo il filo rosso che attraversa il rapporto Anthropic: non necessariamente macchine autonome capaci di decidere da sole di fare una guerra, ma esseri umani che utilizzano macchine sempre più capaci per comprimere drasticamente tempi, costi e competenze necessarie per condurre operazioni complesse. In altri termini, l’AI sta diventando una leva di produttività anche per chi attacca. E come accade in qualunque settore economico, quando una tecnologia aumenta la produttività e abbassa le barriere all’ingresso, aumenta anche il numero di soggetti che possono permettersi di entrare sul mercato. Solo che, in questo caso, il mercato è quello della guerra, dello spionaggio e della manipolazione.
La Russia e lo sciame di droni: quando Claude diventa un ingegnere militare
Il caso più impressionante riguarda la Russia e lo sviluppo di una tecnologia destinata agli sciami di droni. Secondo Anthropic, un gruppo di operatori con base russa avrebbe utilizzato Claude per sviluppare componenti software destinati a droni FPV kamikaze, lavorando sulla coordinazione dello sciame, sulla navigazione, sul riconoscimento degli obiettivi e sulla guida nella fase terminale dell’attacco. Il sistema avrebbe incorporato anche capacità di localizzazione degli operatori dei droni avversari e analisi attraverso sensori e telecamere. Ancora più significativo è il fatto che gli sviluppatori avrebbero utilizzato materiale proveniente dal campo di battaglia ucraino per addestrare sistemi di computer vision destinati a distinguere obiettivi amici e nemici. In altre parole, Claude non sarebbe stato impiegato semplicemente per scrivere codice, ma come una componente di un processo di progettazione nel quale software, sensori, algoritmi di riconoscimento e hardware vengono fatti lavorare insieme.
Il passaggio più delicato riguarda l’autonomia. Secondo la ricostruzione di Anthropic, il progetto prevedeva un modello di dimensioni ridotte installato direttamente sui droni, con la capacità di gestire comportamenti di missione e di contribuire alla selezione del bersaglio. È qui che la discussione sull’AI esce dal terreno, ormai quasi ordinario, della produttività aziendale e dell’automazione d’ufficio e entra in quello della cosiddetta kill chain. La macchina non è più soltanto uno strumento per accelerare il lavoro dell’operatore: può diventare un anello della catena attraverso cui un obiettivo viene individuato, classificato e ingaggiato. Anthropic ha bloccato gli account coinvolti e utilizzato le informazioni raccolte per rafforzare i propri sistemi di rilevamento, ma il caso mostra quanto sia difficile impedire a una tecnologia general purpose di essere riutilizzata in contesti per i quali non è stata progettata.
Pechino e la guerra elettronica: l’AI al servizio dei radar e della Marina
Anche la Cina compare in più casi nel rapporto. Un operatore con base nel Paese avrebbe utilizzato Claude per sviluppare una specifica tecnica relativa a un sistema di controllo del fuoco anti-siluro destinato alla Marina cinese, arrivando a produrre documentazione tecnica e materiale di presentazione. In un’altra operazione, il modello sarebbe stato utilizzato nello sviluppo di una piattaforma software di guerra elettronica composta da circa 16 moduli, destinata ad analizzare radar, sistemi missilistici terra-aria, centri di comando e infrastrutture di comunicazione, con l’obiettivo di identificare vulnerabilità e contribuire alle attività di disturbo o inganno dei sistemi avversari. Un ulteriore caso riguarda invece la raccolta e l’analisi di informazioni su sistemi ad energia diretta, compresi sistemi a microonde ad alta potenza e relative catene di fornitura.
Anche qui la questione non è soltanto militare. Per un’impresa tecnologica occidentale, la capacità di un modello di produrre in poche ore documentazione che normalmente richiederebbe specialisti, ricercatori e analisti rappresenta un problema di competitività strategica. La corsa non è più soltanto a chi possiede il computer più potente o il maggior numero di data center. È anche una corsa a chi riesce ad appropriarsi delle competenze incorporate nei modelli. Ed è proprio questo il motivo per cui Anthropic dedica una parte consistente del rapporto alla cosiddetta distillation, il tentativo di utilizzare un modello avanzato come “insegnante” per costruire o migliorare un altro modello.
Yemen, Claude dentro il software dei missili
Dal fronte della guerra elettronica si passa a quello cinetico con il caso dello Yemen. Anthropic ha individuato un gruppo operativo nel nord del Paese, in territorio controllato dagli Houthi, che avrebbe utilizzato Claude nello sviluppo di programmi missilistici. Il lavoro comprendeva sistemi di guida, navigazione e controllo, integrazione di software su computer di bordo, simulazione del volo e sviluppo di strumenti per verificare il comportamento del sistema prima del test reale. Secondo Anthropic, gli operatori lavoravano su un razzo guidato e su sistemi missilistici a maggiore gittata, arrivando anche a considerare una variante ipersonica. Il progetto non si sarebbe però concluso con la realizzazione di un’arma funzionante: un test missilistico è fallito e le conversazioni successive con Claude avrebbero mostrato il tentativo di capire le cause dell’insuccesso.
La precisazione è importante perché il rapporto non dice che Claude abbia “costruito un missile”. La realtà è più concreta e, per certi versi, più significativa: un gruppo già impegnato nello sviluppo di armamenti ha utilizzato un modello di AI come assistente tecnico per una parte del lavoro. È una distinzione che vale anche per gli altri casi. L’AI non crea dal nulla una capacità militare che non esiste; può però ridurre il costo necessario per trasformare un’idea in un progetto, un progetto in un prototipo e un prototipo in un sistema operativo. È esattamente questa compressione del costo dell’expertise a preoccupare il settore della sicurezza.
La guerra che non fa rumore: hacker russi contro Ucraina ed Europa
Se i droni e i missili rappresentano la parte più spettacolare del rapporto, è probabilmente nel cyber-spionaggio che emerge con maggiore chiarezza la trasformazione economica prodotta dall’AI. Anthropic ha ricostruito un’operazione attribuita con elevata probabilità a un gruppo collegato alla Russia nel corso della quale Claude sarebbe stato utilizzato in numerose fasi della catena offensiva, dalla ricognizione iniziale alla progettazione delle infrastrutture, dal phishing alla gestione del malware fino alla raccolta e all’esfiltrazione dei dati. Gli obiettivi comprendevano più di 20 organizzazioni, tra apparati governativi, strutture militari e di intelligence, ambasciate, think tank e società della difesa, soprattutto in Ucraina e in Europa.
La conseguenza per il mondo delle imprese è tutt’altro che teorica. Se l’AI consente di automatizzare una quota maggiore delle fasi necessarie per un attacco, il valore della sicurezza informatica non può più essere misurato soltanto in termini di firewall, antivirus o capacità del singolo team IT. Diventa necessario proteggere anche dati, credenziali, modelli linguistici, sistemi agentici e processi decisionali. Il vantaggio dell’attaccante è potenzialmente quello di poter replicare un’operazione su larga scala senza aumentare in proporzione il personale necessario. È la stessa logica che ha trasformato l’automazione in una leva di produttività per le imprese, applicata però alla criminalità e allo spionaggio.
Dalla cyberwar alla propaganda: la fabbrica industriale della disinformazione
Il rapporto dedica una parte altrettanto importante alle operazioni di influenza politica. Anthropic ha identificato campagne provenienti da diversi Paesi, fra cui Russia, Iran, Turchia, Paesi del Golfo e attori dell’Asia meridionale e dell’Africa. Claude sarebbe stato utilizzato per produrre testi, traduzioni, profili falsi, dossier politici, contenuti destinati ai social network e strategie di distribuzione. Il salto di scala è notevole: la macchina non serve più soltanto a scrivere un singolo falso articolo, ma può essere utilizzata per organizzare la produzione seriale di contenuti e adattarli a pubblici differenti.
In Moldova, secondo Anthropic, operatori legati all’ecosistema mediatico russo avrebbero usato Claude per trasformare notizie e materiali politici in contenuti destinati a media russi e moldavi. Il sistema contribuiva a creare una sorta di effetto eco: la stessa informazione, rielaborata e rilanciata su più piattaforme, appariva successivamente come confermata da fonti diverse, quando in realtà la sua origine era riconducibile alla medesima operazione. È un meccanismo particolarmente efficace nell’era dei social perché sfrutta una debolezza strutturale dell’informazione digitale: la quantità di volte in cui una notizia viene ripetuta tende a essere confusa con la sua attendibilità.
Bangladesh, Malaysia, Iran: quando la propaganda diventa una macchina scalabile
Il caso del Bangladesh mostra quanto possa diventare industriale il processo. Anthropic ha individuato un operatore che avrebbe gestito 29 account Claude e prodotto almeno 1.500 titoli falsi, 300 storie inventate e 1.500 prompt destinati alla generazione di immagini, con contenuti favorevoli all’Awami League e contro avversari politici. La società, tuttavia, non ha trovato prove che il partito fosse direttamente coinvolto nel finanziamento o nella gestione dell’operazione. La distinzione è importante: attribuire automaticamente un’operazione al soggetto politico favorito dai contenuti sarebbe andare oltre le evidenze disponibili.
Ancora più strutturata appare la piattaforma individuata in Malaysia. Secondo Anthropic, un servizio commerciale legato a una società tecnologica turca avrebbe gestito circa 1.000 account falsi su X, un sito di notizie fittizio denominato Malaysia Pulse e dossier contro politici e organizzazioni della società civile. Claude sarebbe stato utilizzato per costruire sistemi di targeting, automatizzare gli account, eludere i controlli anti-bot e produrre materiali politici. Il sistema arrivava a utilizzare dati elettorali e censuari per segmentare i collegi sulla base di caratteristiche come etnia, religione e monarchia. Qui l’intelligenza artificiale non è più il contenuto della propaganda: è l’infrastruttura che permette alla propaganda di essere progettata, personalizzata e distribuita.
Iran e Cina: l’altra faccia dell’AI è la sorveglianza
Il confine fra influenza politica e sorveglianza diventa quasi invisibile quando entra in scena l’Iran. Anthropic ha individuato account riconducibili, secondo la propria valutazione, ad apparati legati alla sicurezza iraniana, utilizzati per sviluppare strumenti di raccolta e analisi di informazioni personali e sociali. Tra gli strumenti descritti figura anche un’estensione malevola per Firefox destinata a raccogliere informazioni utili alla de-anonimizzazione degli utenti. Un altro sistema avrebbe analizzato 155.216 tweet, trasformando una massa enorme di dati pubblici in materiale utilizzabile per attività di intelligence.
In Cina, invece, uno dei casi riguarda la sorveglianza di cittadini uiguri presenti in Siria. Secondo Anthropic, Claude sarebbe stato utilizzato per analizzare dati provenienti da oltre 100 gruppi WhatsApp e decine di canali Telegram, ricostruendo profili di persone considerate interessanti per attività di reclutamento o pressione. Il modello avrebbe contribuito anche alla costruzione di messaggi in arabo siriano, rendendo più credibili le comunicazioni. È un esempio di come un sistema linguistico possa diventare uno strumento di intelligence non perché “spia” direttamente, ma perché rende molto più semplice trasformare una grande quantità di informazioni sparse in profili individuali utilizzabili operativamente.
L’AI come team di ingegneri: il vero punto economico della vicenda
È qui che il rapporto di Anthropic assume un significato che va molto oltre la sicurezza nazionale. Il valore dell’AI emerge nella sua capacità di sostituire o moltiplicare lavoro qualificato. Un singolo operatore può chiedere al modello di ricercare documentazione, scrivere codice, correggerlo, simulare un sistema, analizzare dati, produrre un rapporto e ripetere l’intero processo. In alcuni dei casi analizzati, gli operatori hanno utilizzato più istanze del modello come se fossero componenti di un gruppo di lavoro: una dedicata alla programmazione, una alla ricerca, un’altra alla revisione.
La questione è identica a quella che le imprese stanno affrontando sul lato positivo della rivoluzione AI. Se un’azienda riesce a produrre con dieci persone quello che prima richiedeva trenta specialisti, la sua produttività aumenta. Se la stessa dinamica viene applicata da un’organizzazione criminale, un servizio di intelligence o un apparato militare, aumenta la capacità offensiva. L’AI non deve necessariamente diventare “superintelligente” per cambiare gli equilibri: è sufficiente che diventi abbastanza brava da abbattere il costo marginale di un’attività specialistica.
La nuova corsa agli armamenti passa anche dai modelli
È per questo che il capitolo sulla distillazione dei modelli assume un peso strategico. Anthropic sostiene di avere individuato campagne industriali nelle quali laboratori cinesi hanno cercato di estrarre le capacità di Claude attraverso enormi quantità di interazioni, utilizzando le risposte ottenute per migliorare i propri modelli. La società aveva già denunciato campagne attribuite a DeepSeek, Moonshot e MiniMax e nel rapporto di settembre torna sul fenomeno come una delle principali forme di abuso.
Il meccanismo è economicamente semplice. Costruire un modello frontier richiede enormi quantità di capitale, infrastrutture di calcolo, chip, dati e personale altamente specializzato. Se un concorrente può utilizzare milioni di interazioni con un modello più avanzato come materiale di addestramento, può tentare di ridurre il divario senza sostenere lo stesso costo di ricerca. È, in un certo senso, l’equivalente AI del trasferimento tecnologico, ma con una differenza decisiva: il prodotto trasferito non è una macchina o un brevetto. È una parte delle competenze incorporate nel comportamento del modello. Anthropic considera quindi la distillazione non soltanto un problema di sicurezza, ma una questione di competitività industriale e di sovranità tecnologica.
Il fronte biologico: nessuna prova di bioterrorismo, ma un problema di dual use
Anche il capitolo sulla biologia richiede prudenza. Anthropic descrive cinque casi di attività scientifiche considerate sensibili, comprese ricerche sul virus chikungunya, sull’influenza aviaria e sulla riprogettazione computazionale di tossine e proteine virali. Ma la società non afferma di avere scoperto cinque programmi di bioterrorismo. Il problema è quello del dual use: una tecnologia o una ricerca che può produrre benefici scientifici e sanitari può, in determinate condizioni, aumentare anche capacità potenzialmente utilizzabili per scopi offensivi.
La distinzione è importante perché il rischio dell’AI biologica non sta necessariamente nel fatto che un terrorista possa chiedere al chatbot “come costruire un’arma”. È molto più sottile: un modello sempre più competente può accelerare ricerca, progettazione, analisi delle sequenze, selezione delle varianti e interpretazione della letteratura scientifica. La barriera da superare non è più soltanto l’accesso a un laboratorio, ma anche il possesso delle conoscenze necessarie per sapere quali domande fare e come utilizzare le risposte.
Per le imprese la minaccia non è fantascienza
La discussione pubblica sull’AI è stata dominata nelle ultime settimane dagli scenari estremi: modelli che sfuggono al controllo, sistemi capaci di agire autonomamente e una tecnologia che potrebbe diventare più intelligente degli esseri umani. Dario Amodei ha chiesto di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati per avere il tempo di costruire adeguate protezioni, ottenendo il sostegno di altri protagonisti dell’industria tecnologica. Ma mentre il dibattito si concentra sul futuro, il rapporto Anthropic documenta problemi già presenti.
Per le imprese questo significa che la questione AI non può essere confinata al dipartimento IT o al responsabile dell’innovazione. Proprietà intellettuale, dati industriali, credenziali, codice sorgente, documentazione tecnica e informazioni strategiche possono diventare input preziosi per sistemi AI utilizzati da concorrenti o attaccanti. Il rischio cresce ulteriormente quando i dipendenti utilizzano strumenti AI di terze parti senza sapere esattamente dove transitano i dati. In uno dei casi riportati nel dibattito sul rapporto, informazioni tecniche sensibili di un programma AI sarebbero state trasmesse attraverso un sistema che faceva da intermediario verso Claude senza che l’azienda proprietaria ne fosse consapevole.
















