Rulli
Francesca Rulli, fondatrice e ceo di Process Factory

YHub, leader nelle soluzioni e tecnologie per la tracciabilità e la sostenibilità nell’industria della moda e del lusso, ha recentemente accolto cinque nuovi prestigiosi investitori nella compagine societaria.

Il gruppo, capitanato da Foro delle Arti (la holding di Brunello Cucinelli SpA), ha visto l’ingresso anche di Matteo Marzotto, Claudio Rovere (fondatore e CEO di Holding Industriale SpA), Venture Fund gestiti dalla banca d’affari globale LionTree, e di Federico Marchetti (fondatore di YOOX) tramite Mavis.

Francesca Rulli, fondatrice e CEO di Process Factory, una delle realtà principali all’interno del gruppo YHub, ha espresso grande soddisfazione per questo traguardo, sottolineando come questo passo rappresenti un rafforzamento significativo dell’impegno del gruppo verso la sostenibilità, con l’obiettivo di ridurre gli impatti ambientali e sociali della produzione grazie a sistemi innovativi e affidabili di raccolta e validazione dei dati.

Di recente sono entrati nella compagine societaria cinque nuovi investitori di alto profilo. Può raccontarci qualcosa di più sulla genesi e anche sugli orizzonti di questa operazione?

Siamo cresciuti come singole iniziative in autonomia e abbiamo acquisito un ottimo posizionamento come 4sustainability, sistema di filiera di produzione sostenibile, e come The ID Factory, sistema di tracciabilità di prodotto anche in ottica DPP. Circa un anno fa abbiamo creato la holding YHub per unirci in un ecosistema modulare capace di supportare i brand e le loro filiere nella transizione a una moda sostenibile con un metodo strutturato, piattaforme digitali a supporto e un team di specialisti verticali.

Alla nascita della holding eravamo già alle porte delle nuove normative europee e americane sul monitoraggio delle filiere, l’economia circolare e i passaporti digitali e questo ci ha convinti della necessità di accelerare la nostra crescita e farlo in maniera più strutturata. Da qui una prima apertura del capitale, alla ricerca di soci che fossero già del settore, che rappresentassero sia il brand, sia la filiera sia gli esperti, che avessero valori coerenti coi nostri e che ci fornissero il giusto endorsement, pur garantendoci la totale indipendenza per il mercato.

Un paio di loro hanno dichiarato immediata adesione al progetto e si sono fatti promotori dell’allargamento della compagine, fino a ottenere in pochi mesi un gruppo di persone davvero capaci di rappresentare al meglio il disegno iniziale. Ne siamo felici e orgogliosi. Questo passo ci permette di strutturare in maniera più robusta la crescita sul mercato che già oggi vede circa 3.000 aziende operative nelle nostre piattaforme, di cui circa 300 hanno ottenuto la validazione dei dati con 4sustainability. L’endorsement e la nuova struttura finanziaria aumentano le nostre prospettive di posizionamento e velocità in un momento in cui il mercato ha sicuramente bisogno di attori come noi.

In cosa consistono le “soluzioni e nelle tecnologie per la tracciabilità e la transizione sostenibile dell’industria della moda e del lusso” offerte da YHub?

Si tratta di tre soluzioni congiunte: una piattaforma per l’ingaggio di filiere produttive e la misurazione dei loro rischi e impatti ambientali e sociali (Ympact); una metodologia attestante per far crescere le iniziative di sostenibilità nella filiera moda su sei dimensioni (4sustainability); una piattaforma per tracciare i prodotti lungo tutte le filiere per aumentare il controllo delle produzioni e ottenere dati per i Passaporti Digitali di Prodotto (The ID Factory).

Come si sta preparando YHub per supportare i brand della moda e del lusso nell’adeguamento alle nuove normative europee sull’ecodesign e sulla due diligence delle supply chain? Quali sono le sfide principali che prevedete di affrontare? 

La Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) impone alle imprese di esercitare la due diligence, cioè identificare gli impatti negativi delle proprie attività su diritti umani e ambiente e, se necessario, prevenirli, mitigarli o eliminarli. La novità sta nel fatto che quest’obbligo non coinvolge soltanto le attività che l’impresa gestisce in prima persona, ma anche quelle dei partner lungo la catena del valore: fornitori, vendita, distribuzione, trasporto, stoccaggio e gestione dei rifiuti ecc.

La CSDDD è uno dei tasselli di un corpus normativo europeo che comprende anche il regolamento ecodesign, la norma sulla responsabilità estesa del produttore, il regolamento anti deforestazione e altre leggi in fase di discussione. L’Unione si vuole posizionare come pioniere nella riduzione di impatto ambientale e sociale, con l’obiettivo della neutralità climatica al 2050.

Con 4sustainability abbiamo iniziato più di dieci anni fa a lavorare con le imprese della filiera, con un approccio olistico che si declina su sei pillar: conversione all’uso di materiali sostenibili, eliminazione delle sostanze chimiche tossiche e nocive dai cicli produttivi, tracciabilità dei processi e monitoraggio della filiera, crescita del benessere organizzativo, uso consapevole delle risorse per la riduzione dell’impatto ambientale, sviluppo di pratiche di riuso, riciclo e design sostenibile. Quando i numeri e i dati da gestire sono cresciuti, si è reso necessario un passaggio al digitare che abbiamo intrapreso in partnership con The ID Factory, sviluppando poi insieme la piattaforma Ympact per l’applicazione su larga scala del framework 4sustainability.

La holding YHub contiene le tre soluzioni fondamentali: il supporto e formazione attraverso 4sustainability; la raccolta, verifica, valutazione e condivisione di dati con Ympact; la tracciabilità (funzionale ai Digital Product Passport) con The ID Factory. È un ecosistema che fornisce a brand e imprese della filiera tutti gli strumenti per rispondere alle normative in arrivo.

Secondo la sua esperienza, i grandi brand italiani della moda e del lusso sono attrezzati per far fronte alle richieste che arrivano sia dai legislatori che dai consumatori?

Secondo la nostra esperienza, il mercato negli ultimi 5-10 anni si è diviso in due. Da un lato c’è chi ha scelto di attuare una strategia di sostenibilità e tracciabilità forte e robusta. È un percorso complesso che coinvolge tanti attori, sia esterni (le filiere) sia interni al brand (sostenibilità, compliance, sviluppo prodotto, acquisti, ed altri dipartimenti).

All’estremo opposto, abbiamo le realtà che nei prossimi due o tre anni dovranno correre per farsi trovare pronte alle normative. Magari negli ultimi anni hanno lanciato progetti spot o capsule collection sostenibili, ma questo non basta più: adesso la sfida è quella di applicare in maniera sistematica il giusto monitoraggio di filiera e scegliere i propri fornitori sulla base di logiche di merito di sostenibilità, ottenendo così prodotti con attributi positivi ambientali e sociali.

Sono ancora pochi i brand che riescono ad attuare questo approccio sistemico sostenibile. Con alcuni di loro, italiani e internazionali, stiamo collaborando; e tocchiamo con mano quanto stiano facendo scuola a tutto il settore, anche aderendo a importanti coalizioni globali.

La scorsa legislatura del Parlamento europeo si è chiusa con il via libera alla CSDDD, cosa che fino a poche settimane prima appariva tutt’altro che scontata. Cosa dobbiamo aspettarci ora nel concreto? 

Sarà una bella rivoluzione: spostare l’attenzione sui processi produttivi e aggiungerla a quella relativa ai prodotti. Perché tutte le organizzazioni saranno obbligate a interessarsi anche a tutte le dimensioni della sostenibilità: non solo quella economica (profit) ma anche quella ambientale (planet) e sociale (people). Questo contaminerà positivamente le loro filiere, in una logica win-win: il brand sceglie filiere capaci di seguire queste logiche di produzione; da parte sua, la filiera investe sul miglioramento proprio perché conta sulla collaborazione con questi brand.

Va sottolineato come la CSDDD si applichi anche alle aziende che hanno sede al di fuori dell’Unione europea, a patto che registrino nell’Ue un fatturato netto superiore a 450 milioni di euro nell’esercizio finanziario, indipendentemente dal numero di dipendenti. In questa categoria ricadono anche colossi dell’ultra fast fashion come Shein e Temu. Se non ci sarà un cambiamento di rotta, potrebbero andare incontro a multe onerose.