La crisi di uno storico general contractor del Nord Est Italia rischiava di trasformarsi nell’ennesimo dossier industriale complicato da gestire. Oggi, invece, attorno a Rizzani de Eccher si muove un possibile salvataggio che potrebbe cambiare il finale della storia. E il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Webuild.
Il gruppo friulano ha presentato la scorsa settimana una nuova istanza di composizione negoziata della crisi, con l’obiettivo di approdare al concordato preventivo. Sul tavolo pesa un’esposizione debitoria che si avvicina al miliardo di euro, una montagna che negli ultimi mesi ha bloccato cantieri e congelato prospettive. Un quadro che non si è risolto nemmeno dopo l’ingresso, a fine 2024, di Sagitta Sgr attraverso il fondo Utp Restructuring Corporate, oggi azionista di maggioranza con il 67% del capitale. Il restante 33% resta nelle mani della famiglia de Eccher.
L’impegno finanziario del fondo non è stato marginale: 15 milioni versati nel 2024 e ulteriori 10 milioni immessi poco prima della richiesta di concordato, per sostenere la liquidità e alimentare il dialogo con potenziali partner industriali. Ma la sola finanza, in un settore capital intensive come quello delle grandi opere, non basta. Serve massa critica, portafoglio ordini, capacità di presidiare commesse strategiche.
Ed è qui che entra in scena l’ipotesi Webuild. Secondo quanto ricostruito da MF, un grande operatore del comparto avrebbe manifestato già a gennaio la disponibilità a supportare Rizzani, garantendo continuità alle commesse ferroviarie in Italia e valutando ulteriori sviluppi, con un occhio anche alla tutela dei livelli occupazionali. Sarebbe in corso una due diligence, passaggio chiave per capire se l’operazione possa tradursi in un intervento concreto.
Per il gruppo guidato da Salini, un’eventuale mossa avrebbe una logica industriale precisa. Webuild è oggi il principale operatore nazionale nelle infrastrutture complesse, con un presidio forte nelle opere ferroviarie e nell’Alta Velocità. Integrare attività coerenti con questo perimetro significherebbe rafforzare ulteriormente la propria posizione nella filiera strategica delle infrastrutture italiane, in una fase in cui il PNRR e i programmi europei continuano a generare cantieri e fabbisogni esecutivi.
Non è l’unico nome che circola. In alcuni ambienti si fa riferimento anche a un possibile interesse del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, che negli ultimi mesi ha avviato una riflessione interna sull’integrazione verticale nel comparto costruzioni. Un percorso che ha già portato all’acquisizione del ramo ferroviario di Impresa Pizzarotti. Tuttavia, allo stato attuale, l’ipotesi Webuild appare la più coerente con il profilo del potenziale investitore industriale.
Le strade sul tavolo non sono molte, ma sono tecnicamente articolate. Una prima opzione potrebbe prevedere la creazione di una nuova società in cui far confluire le attività oggetto di interesse, da trasferire poi al partner industriale. Le risorse incassate verrebbero destinate alla soddisfazione dei creditori nell’ambito del concordato. In alternativa, il nuovo soggetto potrebbe entrare direttamente nel capitale, apportando risorse fresche a sostegno del piano di ristrutturazione.
La sensazione è che i prossimi mesi saranno decisivi. Il concordato apre una finestra temporale limitata e il margine di errore è ridotto. Se davvero Webuild dovesse scendere in campo, non sarebbe soltanto un intervento difensivo: sarebbe un’operazione di sistema, con effetti su occupazione, filiera e assetto competitivo delle infrastrutture italiane.
















