E’ incredibile il conformismo che avvolge una parte importante, preponderante, dell’opinione pubblica dominante nella classe dirigente europea. E la polemica sugli adempimenti legati al Pnrr  conferma quest’incredibile mistificazione conformista da cui nasce.

Il dibattito demenziale è sugli adempimenti che l’Italia ha fatto o non ha fatto. Il “mostro sacro” del governo Draghi, in parte reincarnatosi nel governo Meloni, su questo tema ha realizzato un capolavoro: ha cioè adempiuto alla maggior parte delle condizioni meramente (e bisogna dire: squallidamente) burocratiche dettate dall’Europa per i Paesi “premiati” dai soldi europei. Peccato, però, che sul piano pratica non abbia combinato assolutamente niente.

Stiamo dicendo che il Demiurgo Draghi è stato inefficiente? No: stiamo dicendo che l’Europa chiedeva fuffa, e fuffa ha avuto. Riforme scritte sulla carta. Non solo prive dei regolamenti attuativi, ma soprattutto prive dei presupposti logici e materiali per essere attuate.

Chiunque altro avesse preteso di ammannire a Bruxelles, pur a fronte di quelle pretese idiote, risposte altrettanto idiote, sarebbe stato sanzionati dall’Europa. Chiunque avesse chiesto alla Commissione: “Ma cosa ci state chiedendo? Lo sapete che è inattuabile, in questi tempi e a queste condizioni!” sarebbe stato ostracizzato con la clava dello spread.

Invece lo ha fatto Draghi ed è stato applaudito. Proverbio napoletano: “Fatte ‘na bona annummenata e po’ va’ scassann’e chiese”, ovvero: “Se hai una buona reputazione, puoi anche andare a scassinare le chiese”.

Però, sia chiaro: di quest’anomalia dobbiamo essere grati a Draghi. Perché?

Semplice: ha elegantemente dato modo all’Europa di fingere che l’Italia è in grado di cambiare. L’Europa ci deve finanziare non perché “ci stima” ma perché siamo troppo grandi per fallire, e se crolliamo, intanto che ci spolpano coma la Germania ha spolpato la Grecia, scarichiamo sull’Uione tali contraccolpi sistemici da vanificare anche i vantaggi speculativi che i nostri fratelli-coltelli europei pregusterebbero da una nostra crisi. Ma con le risposte pur insostenibili che Draghi ha dato all’Europa, l’Europa ha detto sì. Ha confuso volutamente Cinecittà con una città vera. Draghi è stato un grande scenografo, da “fabbrica sei sogni”, e Bruxelles ha sganciato i primi soldi.

Lo sforzo riformista imposto all’Italia dalle autorità europee come condizione per ottenere i soldi del Pnrr è soverchiante. Draghi non avrebbe mai potuto attuare le riforme, nell’arco del suo mandato.

Un esempio per tutti: la riforma della giustizia. Comunque si riesca a vararla, affinchè le nuove regole sortiscano effetto (ammesso e non concesso che siano davvero utili) e affinchè si possano misurare nei fatti dovranno passare decenni, e governi, e modifiche e ritocchi.

Ma lo stesso può dirsi per tutte le altre riforme. Perché… c’è un perché dissimulato da Draghi ieri come da Conte o Gentiloni o Renzi l’altro ieri e da Meloni oggi. La macchina legislativa e amministrativa del nostro Paese è un catorcio inadoperabile. Bisognerebbe dirlo, con chiarezza, e mandare letteralmente tutto all’aria. Ma nessuno lo dice, perché non conviene dirlo a nessuno.

Estremismo? Massimalismo?

Guardiamo i numeri. Prendiamo a esempio la tragedia del 110%.

Come è stato meritoriamente censito ed esposto sabato al congresso di Valore Impresa – l’associazione dei piccoli imprenditori presieduta da Gianni Cicero – presenti i viceministri Maurizio Leo e Francesco Paolo Sisto – da quando è diventata legge la normativa del 110% ha avuto oltre 300 modifiche formali, tra regolamenti, emendamenti e addendi. Praticamente, e facendo i conti per bene, una variazione normativa al giorno lavorativo per quasi due anni.

Avete letto bene? Avete capito cosa significa?

Significa che gli uffici dei ministeri competenti non hanno più la benchè minima capacità di lavorare in modo sensato.

Sono un’armata brancaleone di spontaneismi, individualismi e particolarismi senza direzione e senza collante. Un ignobile casino.

Altro che riforme: chiaramente ci vorrebbe una rivoluzione. E immaginiamoci se Mario Draghi poteva solo immaginare di fare una rivoluzione. Ma anche la Meloni: avrà anche un’età ancora verde e una bella energia, ma la metà dei suoi elettori – come la metà di tutti gli italiani – è correa e usufruttuaria di quest’ignobile casino. A volte inconsapevolmente, ma lo è.

Nessuno querelerà Economy per quest’articolo (speriamo) solo perché non ci sono nomi: ma se volessimo indicare i nomi dei capi degli uffici che hanno fatto casino, le querele fioccherebbero, perché ciascun ufficio ha buon titolo – a causa delle leggi disastrose che si sono accomulate nei decenni – per difendere il suo buon diritto a lavorare per conto proprio, e senza correlazione con la realtà, unicamente protesi (come il governo Draghi) ad adempiere a formalismi svincolati da qualunque concretezza, esoterici e spesso anche “inquinati”.

Inquinati, ad esempio, com’è stato il 110% nella volontà di favorire le banche con quel 10% di sopraprezzo riconosciuto loro per coprire gli interessi finanziari legati all’anticipo dei crediti fiscali dei beneficiari: una percentuale lauta tre anni fa, quando venne concepita; ma ormai insufficiente a coprire l’inflazione, per cui – guarda caso – adesso le banche fanno le difficili nell’erogare il servizio…

A valle di questo disastro, cosa possiamo dire sulla diatriba relativa al Pnrr? Che quando nel maggio scorso Economy è uscita con una copertina che diceva “Riscriviamo il Pnrr” non l’ha fatto per possibili capacità divinatorie ma perché voleva dire tre cose semplicissime.

  • Che l’inflazione e il caro-energia hanno sballato i conti del valore delle opere, e quindi o i soldi aumentano, e allora si può ancora puntare a realizzare le opere previste; oppure a parità di soldi si fanno meno opere. Elementare Watson.
  • Il riscaldamento climatico è in inarrestabile aggravamento, e le norme sulle emissioni zero vanno, sì, applicate per migliorare il futuro anteriore ma non basteranno a evitarci inondazioni ed eventi meteorologici estremi, contro i quali le pale eoliche e i pannelli non servono, occorrono dighe, argini e dissalatori, non previsti a dovere nel Pnrr. Se vogliamo salvare la pelle di moltitudini di persone, meglio prenderne atto e aggiungerli.
  • Il decentramento ammistrativo delirante che c’è in Italia non permetterà mai che si compiano in tempo le opere, riprova ne sia la farsa del rigassificatore di Piombino, rallentato da un sindaco dello stesso partito della premier che l’ha voluto quanto e più di Draghi. Per raggiungere i parametri di emissioni richiesti dall’Europa dovremmo impiantare 10 megawatt all’anno di capacità elettrica rinnovabile da qui al 203, il ’22 che è stato un anno record, chiuderà con appena 3 megawatt installati. Di questo passo, con le Sovrintende, le Regioni, i Comuni e i Tar che abbiamo, col cavolo che ce la facciamo.

Chi blatera che la scaletta dei tempi del Pnrr sia stata rispettata da Draghi e stia naufragando adesso con Meloni, oltre a dire un’evidente scemenza perché Meloni è in carica da 35 giorni, dice una evidentissima corbelleria per tutte le ragioni appena riepilogate. E la dice o per disinformazione o per malafede.

Resta vero che il Pnrr è un’occasione unica. Ma o se ne riscrivono i tempi e se ne coglie l’opportunità e la forza per disinfestare la pubblica amministrazione dai suoi mali, o fallirà. Disinfestare la pubblica amministrazione dai suoi mali è un’opera ciclopica e impopolare. Ed è  lecito dubitare che possa riuscire a un destra-centro gravemente correo di tutti i guai occorsi all’Italia negli ultimi trent’anni, dal berlusconismo alla pseudo opposizione fatta nelle fasi di centrosinistra.

Speriamo, ma come diceva Tertulliano: “Quia absurdum”. E’ assurdo sperarci, dobbiamo sperarci.