Il riscatto della laurea, attraverso lo strumento dell’INPS, promette una cosa semplice: convertire gli anni di studio in contributi utili per andare prima in pensione. Nella pratica, però, non esiste un “sì” valido per tutti. Le simulazioni riportate dal Corriere della Sera mostrano che l’effetto può essere pieno, parziale o nullo, a seconda di quando si è iniziato a lavorare, della continuità dei versamenti e della collocazione rispetto al grande cambio di regole intervenuto a metà anni Novanta.
Quando si inizia a versare contributi
Il vero discrimine è il passaggio dal sistema retributivo al contributivo: con la Riforma Dini il calcolo cambia e, per i “post-1996”, conta anche l’importo atteso dell’assegno. A determinare l’utilità o meno del riscatto è soprattutto la biografia previdenziale: età d’ingresso nel lavoro stabile, eventuali vuoti contributivi, e soprattutto il “prima o dopo” il 1° gennaio 1996. Con il contributivo entrano in gioco anche soglie legate al valore della pensione e canali di uscita anticipata già previsti dalla normativa, che possono rendere superfluo — o meno conveniente — pagare per riscattare gli anni universitari.
Quando conviene davvero: l’anticipo pieno (e oltre)
Chi ha iniziato presto, ha una carriera lineare e contributi avviati prima del 1996 può ottenere un guadagno quasi “integrale”: cinque anni riscattati possono tradursi in oltre cinque anni di anticipo. Nel “Caso A” un lavoratore di 60 anni che ha iniziato a 24 e riscatta 5 anni ottiene un anticipo di 5 anni e 4 mesi: i quattro mesi extra derivano dal fatto che il riscatto intercetta periodi in cui non operavano ancora gli adeguamenti alla speranza di vita previsti dalla Legge Fornero. Un esito simile riguarda una lavoratrice di 61 anni entrata nel lavoro stabile a 24: riscattando 4 anni guadagna 4 anni e 5 mesi. Qui la regola è chiara: laurea in corso, ingresso immediato nel lavoro e contributi “pre-1996” amplificano l’effetto del riscatto.
Quando non conviene (o peggiora): beneficio dimezzato, nullo e rischio boomerang
Se la carriera parte più tardi il vantaggio si riduce; per i “post-1996” può azzerarsi perché esiste già un’uscita anticipata legata all’importo dell’assegno. E chi è a cavallo tra studi pre-1996 e lavoro post-1996 può perdere opportunità e uscire più tardi. Nel “Caso B” l’anticipo si dimezza: un 60enne che ha iniziato a 27 e riscatta 5 anni ottiene 2 anni e 3 mesi; una 61enne nelle stesse condizioni, riscattando 4 anni, arriva a 2 anni e 4 mesi. Per i “post-1996” entra poi un tema diverso: la pensione anticipata ordinaria consente già un’uscita prima, a condizioni legate anche al valore dell’assegno; se la soglia è raggiunta, il riscatto può diventare inutile. È il “Caso C”: un lavoratore di 45 anni che ha iniziato a 27 ricava un beneficio nullo; dinamica analoga per una lavoratrice 46enne che vuole riscattare 4 anni prima dell’ingresso a 27, con convenienza che tende a ridursi ulteriormente se ci sono figli. Nel “Caso D”, invece, se la pensione prevista resta sotto soglia, il riscatto torna a essere utile: il 45enne post-1996 con 5 anni riscattati guadagna 2 anni e 3 mesi sul requisito di vecchiaia, e lo stesso vale per la 46enne con 4 anni. Il capitolo più insidioso è il “Caso E”: chi lavora dopo il 1996 ma ha studi conclusi entro il 1995 rischia di essere considerato “pre-1996”, perdendo i vantaggi dell’uscita anticipata ordinaria; nella simulazione, un 55enne che ha iniziato a 28 può slittare di 1 anno e 11 mesi se la pensione supera la soglia, mentre sotto soglia ottiene solo un anticipo parziale di 1 anno e 4 mesi.
















