Antonio Gozzi, presidente del gruppo Duferco e di Federacciai

«La domanda non è “se” attuare la transizione energetica, sia chiaro. Siamo tutti d’accordo che va fatta. La domanda è “come” attuarla»: è pacato, logico ma preoccupatissimo Antonio Gozzi, presidente del gruppo Duferco – un colosso da oltre 45 miliardi di fatturato globale – e della Federacciai. Preoccupatissimo perché è abissale la distanza tra la realtà di un settore essenziale alla vita collettiva, la siderurgia, e le normative sfornate negli ultimi anni dalle autorità sovranazionali. «Non posso nascondere – dice in quest’intervista esclusiva con Economy – la delusione diffusa nel nostro settore verso le politiche europee seguite in questi anni da Bruxelles. Sono stati seguiti slogan e concetti ideologici, con un estremismo fanatico, parareligioso, che al confronto con la realtà non tengono».

E quindi?
Quindi si è solo seminata sfiducia negli investitori internazionali che guardavano all’Europa. Consideri che in siderurgia il primo operatore europeo è il colosso Arcelor Mittal, a capitale indiano, quindi in realtà extraeuropeo. E come tutte le imprese globali orienta i suoi investimenti sulla legittima base dei ritorni attesi. Ebbene, l’Europa resta trra le localizzazioni possibili, ma ben doo l’India – che ha davanti a sé una gigantesca opportunità di espansione, sia nella domanda che nella produzione dell’acciao. Oggi l’India ha la stessa popolazione della Cina, ma consuma acciaiopro-capite dieci volte meno della Cina, da qui le enormi possibilità di crescita. E ora anche gli Stati Uniti, grazie anche agli enormi incentivi pubblici erogati all’industria di base per attività decarbonizzate, sono diventati una location privilegiata. Quindi non solo abbiamo colossi internazionali che guardano con diffidenza a un’Europa che appare una fondamentalista dell’ambientalismo acritico, ma anche colossi europei che investono altrove, i recenti casi della Bosch e della Volkswagen la dicono lunga.

Andiamo con ordine presidente, che la materia è complessa. L’Europa prescrive per il 2030 una riduzione delle emissioni del 55% rispetto ai livelli del 1995; e un loro totale azzeramento entro il 2055. Non ce la si può fare?
Mi spiego. La contraddizione è che da una parte ci si è dati questi obiettivi molto ambiziosi a carico di un continente che oggi è responsabile di meno del 9% delle emissioni globali di CO2, delle quali l’industria, compresa la nostra, è responsabile per metà. Ciò significa che se da domattina, con un colpo di bacchetta magica, chiudessimo tutte le industrie europee che emettono CO2, con i drammatici problemi connessi, a livello mondiale non cambierebbe niente, perché nel frattempo la crescita della produzione di CO2 previste negli altri quadranti sarebbe del 3,5%.

Quindi l’Europa può fare ben poco?
Il vero problema del climate exchange è il comportamenti dei Paesi in via di sviluppo e di recente industrializzazione, che giustamente – dal loro punto di vista – rivendicano il diritto di crescere inquinando, come abbiamo fatto noi occidentali indisturbati per decenni.

Come se ne esce?
Guardi, innanzitutto occorrerebbe un bagno di realismo, di pragmatismo ma anche di onestà intellettuale. Mi spiega ad esempio come mai nessun ambientalista denuncia che Putin sta bruciando in torcia tutto il gas che non riesce più a vendere per le sanzioni? E che lo stesso capita agli algerini per 10 o forse, secondo autorevoli osservatori, 20 miliardi di metri cubi l’anno?

Quindi c’è un problema politico e ideologico da risolvere…
Il problema è che la componente verde ideologizzata della politica europea, validamente supportata dai grillini italiani, determinanti nella nomina di Ursula von der Layen al vertice della Commissione europea, ha fortissimamente condizionato le scelte di Bruxelles. Le ha ideologizzate, appunto. Finendo vittima di condizionamenti che per esempio oggi si constatano in Germania, un Paese apparentemente incapace di riprendere un proprio indirizzo dopo il quindicennio abbondante della Merkel, quasi un lungo sonnifero, che non ha lasciato una buona eredità. Certo, ha salvaguardato a coesione interna e agevolato la pacificazione della politica tedesca dopo il trauma della riunificazione, ma al prezzo di un certo cloroformio sociale che oggi spiega i dati impressionanti dei sondaggi, con l’Afd al 22%, ormai molto vicina alla Cdu.

Quindi lei accusa una generale irrazionalità di approccio sul tema della decarbonizzazione?
A Bruxelles si è manifestato un forte pregiudizio contro l’industria di base sul tema della decarbonizzazione. È stato ed è difficilissimo declinare ragionamenti su altre tecnologie di decarbonizzazione che non siano solo elettriche. Per esempio è incredibile che siano state escluse dalla tassonomia europea le tecnologie di cattura della CO2 applicabili nel ciclo del gas. Quindi se uno vuole lavorarci non può, non ottiene finanziamenti, né dal pubblico né dal sistema bancario perché non rientrare nella tassonomia rende paria.

Cosa suggerirebbe per correggere la rotta?
Innanzitutto una grande battaglia culturale per riportare il tema dell’industria al centro dell’agenda europea… I temi della decarbonizzazione vanno declinati anche con riguardo alle loro conseguenze economiche e sociali, alla sostenibilità della sostenibilità. Andrebbe fatta una grande battaglia per mobilitare tante risorse, com’è stato fatto per il Covid, mutualizzando i finanziamenti. Perché non fare emettere eurobond per finanziare a tassi bassi una decarbonizzazione effettiva. La volontà politica, lo ripeto perché ne sono convinto, è invece avversa all’industria, soprattutto quella di base, che anzi – secondo l’ex capo-economista della commissaria alla concorrenza Marghrete Vestager, Pierre Régibeau, che lo dichiarò in una clamorosa intervista a Les Echos – andava sostanzialmente chiusa in Europa. Regibeau si chiedeva che senso avesse produrre in Europa acciaio caro e inquinante quando lo si poteva produrre e comprare a basso prezzo in Indonesia. Innanzitutto non è vero che il prezzo di produzione resti basso alla vendita in presenza di un mercato globale. E poi le recenti vicende belliche dimostrano quanto sia importante difendere un significativo tasso di autosufficienza strategia sulle materie prime e i prodotti di base strategici… Veda, è questa cultura che vive di estremismo ambientalista, ipermercatismo e turbofinanza che spaventa.

Ma intanto come fate?
Primum vivere, dicevano gli antichi. Lottiamo, non dobbiamo arrenderci e dobbiamo contrastare queste visioni sbagliate. Dobbiamo continuare a lottare perché l’Europa cambi indirizzo. Se rinunciamo a farlo la partita è persa, ed è drammatico. Non abbiamo tante chanche, ma dobbiamo sperare che la grande finanza internazionale riesca a capire la necessità di correggere, frenare, ravvedersi su questi estremismi. Questa speranza mi rafforza nella validità dell’impegno, è una questione che può essere influenzata dalla nostra capacità di dialogo e di narrazione… I colleghi imprenditori industriali non devono commettere l’ingenuità di accodarsi al main-stream, è il momento del coraggio e della polemica. Come Federacciai, noi lo facciamo. Coordiniamo nel sistema Interconnector tutte le imprese energivore italiane e, appunto, diamo battaglia!

E come Duferco, cosa fa?
Investiamo, anche in Italia! Siamo il primo produttore italiano di travi per costruzioni, il quarto in Europa, IL 16 ottobre a San Zeno, vicino Brescia, inaugureremo un impianto costato 250 milioni di investimenti che darà lavoro a 150 addetti e corona un nostro sogno. Un impianto integrato, best producer europeo, totalmente alimentato a energia verde per contratti a lungo termine con produttori di eolico, predisposto per essere governato dall’intelligenza artificiale con oltre 10 mila sensori sulla linea che generano un gigantesco database…