«Temo che l’Italia non saprà sfruttare in pieno l’opportunità unica del Pnrr e le sue enormi risorse finanziarie», dice il presidente di Confindustria Brindisi Gabriele Menotti Lippolis, che è un imprenditore giovane e poco paludato il quale, come la bambina della favola di Andersen (e scusi il parallelo) ha avuto semplicemente il coraggio di dar voce, su un giornale tedesco che l’ha intervistato, a quel che vedono tutti. 

A parte gli enunciati politici e la modulistica compilata a puntino per l’Europa, e a parte una serie di interessanti leggi-cornice che attendono però non solo i regolamenti attuativi ma anche l’attuazione concreta sui territori, la spinta innovatrice del governo Draghi ha iniziato a impantanarsi. 

Le vischiosità di sistema la frenano. Il premier – che al momento in cui questo numero di Economy  viene chiuso in tipografia è ancora a Palazzo Chigi – sa bene che le leggi italiane sono ormai spesso inapplicabili, lui che razionalizzò quelle caoticissime sulla finanza varando il testo unico che porta ancora il suo nome, “legge Draghi”. Eppure siamo andati avanti per sei mesi, dalla vittoria agli Europei di calcio in qua, beandoci della ripresa e della leadership, addirittura consacrata da Time che ci ha incoronati “Paese dell’anno”. Confondendo ad esempio prontezza di riflessi – vedi alla voce “campagna vaccinale” – con buona sanità: non certo aiutata dal dimezzamento dei posti in terapia intensiva, cui il Pnrr non pone rimedio, e dalle troppe asimmetrie di qualità e capillarità dei servizi, lasciate ingestite, che ancora ci affliggono. 

Ma l’elenco di ciò che non va è purtroppo lunghissimo. Il caro-energia ci ricorda l’abiura ad ogni strategia di autosufficienza. Il no al nucleare, che non ci salva dal teorico rischio esterno; lo stop allo sfruttamento dei giacimenti di gas dell’Alto Adriatico, che intanto sono ampiamente sfruttati dalla Croazia; le esitazioni nell’utilizzo dei giacimenti petroliferi; nella costruzione dei rigassificatori; da ultimo, nell’autorizzazione degli impianti eolici e solari, bloccata a livello locale a dispetto delle leggi che l’agevolerebbero a livello centrale. Sburocratizzazione e coordinamento nazionale sono ad oggi promesse non mantenute.

In prospettiva, e per quanto miracolosamente la Bce ancora non ne parli, si profila il rialzo dei tassi anche da noi: il mercato del denaro è unico, globale, e ciò che sta accadendo negli Usa si riverbererà presto in Europa, dove un rialzo dei tassi significherà per l’Italia un forte rincaro del costo di un debito pubblico stellare.

Ecco: l’impressione è che le forze politiche, tutte, abbiano vissuto come in una sorta di paradiso artificiale. E non tanto perché non sono riuscite ad arrivare all’appuntamento col voto quirinalizio avendo soluzioni complessive pronte in tasca – magari poi i fatti ne partoriranno di ottimali – ma perché dimostrano tutte, in vario modo, di non voler capire quanti problemi siano ancora sul tavolo, ingestiti. Draghi o non Draghi.

E persino alcune delle ultime misure varate dal governo – come quelle che avrebbero dovuto bilanciare il caro-energia – all’atto pratico sono talmente circoscritte da aver assunto, nonostante il clima nuovo del governo Draghi, quel tanfo stantio del populismo a spese pubbliche, se si pensa che i 5,5 miliardi stanziati sono nulla rispetto ai 90 del sovracosto elettrico.

È brutto dirlo, ma l’impressione è che il famoso “vincolo esterno”, sospeso “causa Covid”, stia lì a volteggiare sull’Europa e sull’Italia in particolare come un avvoltoio. Non dimentichiamocene. Al primo Eurogruppo del 2022, dal fronte dei Paesi frugali convertiti dalla pandemia alla linea morbida, si sono levati i primi segnali d’allarme. Il ministro delle Finanze austriaco Magnus Brunner ha detto che “il debito resta debito e ci impegniamo a tornare a regole di bilancio più severe quando la crisi sarà finita”, e il nuovo ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner ha tenuto a dirsi: “molto a favore di una riduzione del debito pubblico, è importante anche per l’Unione”. 

Non vuol dire che l’Italia stia già di nuovo scivolando sul banco degli imputati. Ma che siamo il Paese dell’Eurozona più vicino a quel brutto scranno. Qua pare che se ne siano dimenticati tutti.