Il denaro proveniente dalle attività criminali non passa necessariamente attraverso banche e intermediari finanziari tradizionali. Una parte dei flussi illeciti si muove infatti lungo canali finanziari informali, difficili da tracciare e spesso capaci di trasferire fondi rapidamente oltre i confini. È il fenomeno dell’underground banking, al centro di un nuovo rapporto del Gruppo d’azione finanziaria internazionale (Gafi). Lo studio intitolato “Investigating professional money laundering, underground banking, and the use of hawala and other similar service providers” e pubblicato su Il Sole 24 Ore, analizza il ruolo dei sistemi informali nel riciclaggio di denaro e la loro crescente diffusione tra organizzazioni criminali e soggetti che cercano di sottrarre i propri capitali ai controlli.
Underground banking, come funziona il sistema
Con il termine underground banking si indica un insieme di meccanismi finanziari che consentono di spostare denaro al di fuori dei normali circuiti bancari. Tra questi rientrano anche hawala e altri servizi analoghi, basati sulla fiducia e su reti di intermediari che possono operare in più Paesi.
Secondo il Gafi, questi strumenti possono risultare particolarmente attraenti per chi intende trasferire fondi senza lasciare le stesse tracce generate dalle operazioni effettuate attraverso il sistema finanziario regolamentato. A favorirne l’utilizzo sono diversi fattori: anonimato, rapidità delle transazioni, costi contenuti e affidabilità delle reti. A questi elementi si aggiungono vulnerabilità di natura economica, sociale, geografica e normativa che possono rendere più difficile l’attività di controllo.
I reati dietro il riciclaggio attraverso i canali informali
L’underground banking – riporta Il Sole 24 Ore – non è più legato soltanto alle attività criminali tradizionalmente associate alla movimentazione di grandi quantità di denaro contante. Il Gafi evidenzia infatti un utilizzo sempre più ampio di questi circuiti anche per altre forme di criminalità.
Traffico di stupefacenti e frodi risultano alla base delle attività di riciclaggio attraverso questi sistemi nel 40% delle giurisdizioni analizzate nel rapporto. Al secondo posto si trova il contrabbando, indicato nel 35% dei casi, mentre l’evasione fiscale raggiunge il 30%. Seguono, con una quota del 25% ciascuna, criminalità informatica, corruzione e traffico di esseri umani.
Il quadro delineato dal Gafi mostra quindi come i circuiti finanziari informali possano diventare uno snodo utilizzato da attività criminali differenti, accomunate dalla necessità di trasferire o occultare proventi illeciti.
Perché l’underground banking è difficile da contrastare
Uno degli elementi che rende particolarmente complesso il contrasto è la natura stessa di queste reti. Le transazioni possono svilupparsi attraverso più soggetti e giurisdizioni, rendendo più difficile ricostruire l’origine dei fondi e individuare i beneficiari finali.
La dimensione internazionale del fenomeno rappresenta inoltre una sfida per le autorità, chiamate a condividere informazioni e a coordinare le attività investigative oltre i confini nazionali. Il rischio è che le differenze tra ordinamenti e livelli di controllo vengano sfruttate per spostare rapidamente il denaro verso aree nelle quali risulta più difficile intercettarlo.
Le strategie contro il riciclaggio
Per rafforzare il contrasto al fenomeno, il Gafi individua tra le priorità la necessità di disporre di un quadro normativo chiaro ed efficace, capace di includere anche i servizi finanziari informali.
Un ruolo centrale spetta inoltre al coordinamento tra le autorità competenti, così da migliorare lo scambio di informazioni e la capacità di individuare i collegamenti tra attività criminali, intermediari e movimenti di denaro.
Il contrasto all’underground banking passa dunque non soltanto dal controllo del sistema finanziario tradizionale, ma anche dalla capacità di intercettare quei circuiti paralleli che possono essere utilizzati per trasferire e nascondere capitali di provenienza illecita.
















