Il “gap” è storico, ha origini antiche, e non può essere addebitato in particolare a questo o a quel governo: la ricerca scientifica nel nostro Paese assorbe circa l’1,3–1,4% del Pil, considerando spesa pubblica e privata complessiva mentre la media europea è circa il 2,3%. Ma qualcosa cambierà, perché un giudizio pressochè unanime tra i ricercatori riconosce che le innovazione metodologiche introdotte dal governo in carica saranno incisive. Economy ne ha parlato con il ministro dell’Università e della Ricerca, senatrice Anna Maria Bernini.
Ministro, con l’esaurimento del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), l’ultima Legge di Bilancio ha introdotto nuovi strumenti di programmazione pluriennale per la ricerca. Come state governando il passaggio da una logica straordinaria a un modello strutturale di finanziamento, evitando vuoti di risorse e discontinuità nei progetti strategici?
Il Pnrr non è stato un intervento straordinario destinato a esaurirsi, ma un potente acceleratore di sistema. Ora siamo entrati nella fase strutturale. Abbiamo introdotto il Piano Triennale della Ricerca e il Fondo unico per la programmazione: tempi certi, risorse stabili, bandi calendarizzati. Niente più stop and go ai finanziamenti. Niente più ricerca “a singhiozzo”. La discontinuità nasce dall’improvvisazione. Noi abbiamo scelto la programmazione.
E dunque la manovra stanzia circa 60 milioni di euro per la stabilizzazione dei precari della ricerca, in particolare di chi ha lavorato sui progetti Pnrr: una misura vastamente apprezzata. Ma quali criteri userà il Ministero per trasformare questa misura in percorsi di carriera reali e non episodici?
La stabilizzazione non è una sanatoria. È una scelta strategica di valorizzazione della conoscenza. Chi ha lavorato nei progetti Pnrr ha competenze che il Paese ha pagato e formato. Sarebbe folle perderle. Abbiamo previsto procedure selettive vere, riserva di posti fino al 50% per i contratti di questi ricercatori, e soprattutto abbiamo liberato margini agli Atenei scorporando dai vincoli di bilancio il costo per l’assunzione di alcune categorie di ricercatori e per gli incarichi di ricerca. Tradotto: più opportunità, più assunzioni. La precarietà cronica non è un destino. È stato un problema che stiamo risolvendo.
La Legge di Bilancio 2026 ha modificato i criteri di assegnazione dei fondi alla ricerca, rafforzando logiche premiali e priorità strategiche. Come si bilanciano merito scientifico, coesione territoriale e indirizzo politico nelle nuove regole di allocazione delle risorse?
Intanto abbiamo detto stop ai finanziamenti a pioggia. Il baricentro è il merito, ma deve crescere in tutto il Paese, non solo in qualche isola felice. E la politica ha il dovere di indicare le priorità strategiche: intelligenza artificiale, quantum, energia, salute, clima. Finanziamo qualità, performance e visione.
In un contesto di forte competizione internazionale, come può il sistema universitario e della ricerca italiano diventare più attrattivo per giovani ricercatori e talenti dall’estero, anche sul piano delle carriere e delle retribuzioni?
Questo governo ha messo conoscenza e formazione al centro della propria strategia. Stiamo costruendo un sistema che include carriere chiare e trasparenti, tempi certi nei bandi, infrastrutture innovative e progetti ambiziosi. Se un giovane ricercatore trova stabilità, laboratori competitivi e un sistema che decide in tempi ragionevoli, resta. Se trova burocrazia e incertezza, parte.
Università ed enti pubblici di ricerca segnalano il rischio di una “scossa” post-Pnrr. Il nuovo impianto di bilancio è sufficiente a garantire continuità operativa e stabilità finanziaria agli enti di ricerca nei prossimi anni?
La “scossa post-Pnrr” sarebbe arrivata se avessimo fatto finta di niente. Invece abbiamo costruito continuità finanziaria, Fondo unico, programmazione triennale e meccanismi premiali. Non bisogna mai abbassare la guardia, certo. Ho poi affermato con chiarezza ai Presidenti degli Enti di Ricerca che il Foe, il fondo di finanziamento ordinario, non solo non verrà tagliato, ma sarà incrementato. Dire che stiamo andando verso il baratro è una narrazione propagandistica e falsa, non un’analisi seria.
Quanto conta, nelle scelte di finanziamento, il collegamento tra ricerca pubblica, innovazione e politica industriale, e come si inserisce il suo Ministero nel disegno più ampio della competitività europea?
Oggi la ricerca è tutto. Senza ricerca pubblica non esiste politica industriale credibile. Senza ricerca di base non esiste innovazione applicata. E senza un canale diretto con le imprese le innovazioni non avrebbero impatti positivi sulle nostre vite. AI, microelettronica, quantum, biotech: non sono slogan, sono campi di competizione geopolitica. Stiamo rafforzando con risorse e competenze questa immensa infrastruttura della conoscenza, uno scrigno di saperi che si intersecano e creano innovazione. Sono le nostre fondamenta: senza le quali non regge nessuna industria.
















