Esiste una forza in grado di modificare le dinamiche e le relazioni tra individui, aziende e persino nazioni? Esiste una simile forza, è invisibile ma tutti ne siamo soggetti: la reputazione. Essa avvolge molte delle nostre scelte ad un livello non consapevole, dal prodotto che compreremo a chi voteremo. Essa è la previsione dell’esito di una relazione. E, al tempo della società in Rete, questa percezione passa per forza di cose anche dalle informazioni che circolano sul web sul nostro conto.

Reputation, cos’è e quali sono le fonti di rischio

La reputazione è quindi un asset abilitante, agisce come un fattore in grado di generare o bloccare opportunità: banche, accesso al credito, rapporto con i fornitori, opportunità di carriere e crescita professionale, networking. Conoscere ciò che la Rete “pensa” di noi è fondamentale per instaurare relazioni virtuose ed efficaci.

La reputazione non è immutabile. Può essere costruita, plasmata, ovviamente non falsificata. Serve etica anche nella reputazione. Ma prima di qualunque intervento di costruzione o modellamento della nostra identità online, occorre conoscere quale sia la nostra immagine percepita. News, forum, social, blog. Dove circola il nostro nome? E cosa si dice sul mio conto? Una delle fonti più spinose per manager e imprenditori sono i database di profilazione e risk intelligence. Nel mondo ne esistono a decine, alcuni dei quali sono addirittura specializzati nel mappare e tracciare identikit di politici, executive, personaggi pubblici. Vengono utilizzati da banche e aziende per valutare clienti e partner e i rischi ad essi associati. Orientano quindi la loro percezione.

Database di profilazione, cosa bisogna sapere

Ognuno di questi database contiene migliaia di profili di personaggi di interesse pubblico composto da news, dati personali e finanziari, atti giudiziari, post social. E qui un primo campanello d’allarme, soprattutto per chi si avventura sui social network con una scarsa alfabetizzazione social: anche noi possiamo essere fonte di informazioni compromettenti.

Un secondo rischio: le informazioni presenti sono aggiornate e veritiere? Il tema del diritto all’oblio: a quando risalgono? Possono essere cancellate? Terzo elemento, a quali personaggi è associato il nostro nome. Nei database sono presenti capi di stato e diplomatici, ma anche terroristi e truffatori internazionali.

World Check come funziona il dossier reputazionale

Questi database sono spesso utilizzati dalle banche come strumento di risk intelligence per contrastare i crimini finanziari. World Check, ad esempio, è la più grande banca dati del mondo ed è nata a seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. Contiene informazioni confidenziali di più di 2 milioni di persone, estrapolando dati da 100 mila fonti pubbliche in 240 paesi nel mondo e in 65 lingue diverse.

Le informazioni contenute al suo interno costituiscono la base per calcolare il rischio nelle relazioni commerciali ed imprenditoriali, calcolo che parte dal dato meramente finanziario per sconfinare poi in un vero e proprio dossier reputazionale da consegnare ai soggetti richiedenti, ovvero ad agenzie private e governative, servizi di intelligence, banche ed istituti finanziari.

Cosa succede se il nostro nome è nei database

Se il proprio nome (o quello della propria azienda) si trova in queste liste, gli effetti sono gravi: nessuna possibilità di accedere al credito, né avere accesso ai propri conti, oltre a un evidente danno reputazionale. Nel mondo esistono decine di questi database, alcuni dei quali sono italiani: Aida, Experian, Lexis Nexis, Lextenso e così via… E ognuno di questi può essere specializzato in un’area particolare.

Si prenda ad esempio Sanction Scanner, che sul proprio sito si definisce un «fornitore di soluzioni antiriciclaggio che le aziende di tutte le dimensioni possono utilizzare per proteggersi dai reati finanziari». Lexis Nexis invece «supporta le aziende e le agenzie governative alla ricerca di analisi dei dati a supporto della conformità, acquisizione di clienti, rilevamento di frodi, dati sanitari, furti di identità…».

La presenza del proprio nome in questi database è dunque un concreto fattore di rischio, che può compromettere vita, investimenti, carriera. In questo contesto la reputazione diventa quindi un fattore abilitante (o un ostacolo) sia per la carriera personale che per la crescita e lo sviluppo delle aziende. Ma attenzione: scompare il processo della dialettica. Una volta che una banca o un investitore sono entrati in possesso del vostro ‘profilo’, chiudono la saracinesca senza possibilità di appello. Ecco perché è necessario correre ai ripari prima che sia troppo tardi.