Con la presentazione del libro di Adolfo Guzzini, notissimo imprenditore marchigiano, “Ho visto la luce”, e il grande risalto dato all’annuncio che nel 2025 l’Università Politecnica delle Marche ospiterà l’Erasmus Generation Meeting, la storia del Nec o Linea Adriatica dello sviluppo, fondata su una sinergia inestinguibile tra ricerca, imprese e organizzazioni, su una forte integrazione tra competitività delle aziende sul territorio e il contesto internazionale e centrata su un modello a forte intensità di articolazione trans-disciplinare, ha ripreso valore e vigore di attrattività sulle nuove generazioni di manager, imprenditori e studiosi non solo marchigiani.
Le origini di questo modello risalgono a oltre cinquanta anni or sono e hanno al centro un ispiratore di eccezione che ho avuto la fortuna e l’onore di frequentare negli anni della mia formazione giovanile: il grande economista Giorgio Fuà, fondatore nel 1967 dell’Istao, “Istituto Adriano Olivetti di studi per la gestione dell’economia e delle aziende”, che è tra le più antiche e prestigiose scuole manageriali italiane e ispiratore-fondatore della Facoltà di Economia di Ancona.
A dire il vero, nonostante gli sia stata intitolata una Fondazione, di lui non si è parlato molto negli ultimi anni e vorrei ripercorrere qui alcuni momenti della sua straordinaria avventura intellettuale e operativa, illustrandone aspetti inediti che ne rivelano i legami internazionali più prestigiosi, prendendo le mosse dalla sua radicata ispirazione olivettiana.
Nel 1963, su iniziativa del Social Science Research Council – Ssrc – e con un finanziamento della Ford Foundation, a sua volta sollecitata dal Presidente John F. Kennedy, gli economisti Simon Kuznets e Moses Abramovitz furono incaricati di sviluppare una ricerca internazionale sulla crescita economica nelle democrazie industriali. Il compito di sviluppare il caso italiano fu affidato a Giorgio Fuà, che organizzò a tal fine un gruppo di ricercatori, nucleo originario di quello che in seguito divenne internazionalmente noto come “The Ancona Group”.
I risultati di quel progetto internazionale, sulla falsariga dei lavori di Kuznets e Abramovitz, si concretizzarono in tre volumi pubblicati fra il 1969 e il 1981 e dedicati a “Lo sviluppo economico in Italia”. Strenuo oppositore della specializzazione ad oltranza dello scienziato sociale, che costituiva una sorta di paradigma negli anni del Secondo Dopoguerra, i lavori di Fuà e dei suoi ricercatori riguardarono diversi ambiti di ricerca che avevano come cardine lo sviluppo economico e le trasformazioni strutturali: diffusione territoriale dello sviluppo, demografia e sviluppo, governo dell’economia, imprenditorialità e sviluppo, oggetto dell’economia e formazione dell’economista.
Contrario all’utilizzo di modelli matematico-teorici, Fuà riteneva che le esperienze di sviluppo emerse nei diversi paesi, nel corso del lungo e medio periodo, non fossero riconducibili a un unico ed identico schema. In effetti, ognuna di esse rifletteva il momento storico in cui si era manifestata e le tradizioni sociali e culturali della società in cui aveva preso forma. Ma l’aspetto più significativo del percorso di Giorgio Fuà è il fatto che molte delle ricerche da lui promosse sono state ricerche di gruppo, che hanno coinvolto un numero crescente di studiosi e ricercatori, spesso afferenti a campi disciplinari eterogenei, coordinati, ma mai soffocati dal maestro e portati spesso a un livello di originalità teorica raramente raggiunto in lavori di gruppo.
Ricordiamo per tutti il “Modellaccio”, modello dell’economia italiana elaborato dal gruppo di Ancona, pubblicato in quattro volumi nel 1976. Questa osservazione ci fa comprendere come Fuà sia stato, in modo originale e pressoché inedito nel panorama scientifico nazionale, innanzitutto un imprenditore culturale. Nato nel 1919, Fuà proveniva da una delle più antiche famiglie ebraiche di Ancona, una famiglia che per molte generazioni si è dedicata all’esercizio della professione medica, seguendo in questo, forse inconsapevolmente, una vocazione profonda che è inscritta nel suo stesso nome: Fuà, infatti, in ebraico, significa levatrice, colei che fa nascere chi già possiede la vita ma che deve darle forma e portarla a compimento. Scegliendo di essere uno studioso di economia politica votato all’organizzazione della cultura, Giorgio Fuà si è solo apparentemente allontanato da quella tradizione: diciamo piuttosto che l’ha riprodotta in altri campi, secondo un processo di fertilizzazione incrociata, facendo nascere non solo nuove idee nel suo ambito scientifico e disciplinare di appartenenza, ma anche in molti altri campi limitrofi, la sociologia, la teoria dell’organizzazione, la storia dell’impresa.
Una tradizione ed una vocazione che egli ha propagato non solo attraverso le idee, ma anche come progettista di istituzioni, in particolare la Facoltà di Economia di Ancona, nel 1959, e l’ISTAO – Istituto Adriano Olivetti, nel 1966. Queste istituzioni si sono sviluppate in condizioni difficili, spesso controcorrente. L’ISTAO è nata quando nessuno pensava che la creazione di una business school, in una società praticamente priva di élites manageriali, potesse avere un futuro. Un futuro che, intitolando la scuola ad Olivetti, Fuà volle ispirato a una visione di modernità, quella di Adriano Olivetti, appunto. Una visione che non aveva potuto prendere corpo, a causa dell’ostracismo e della miopia di chi non voleva l’emergere nel nostro paese di una classe dirigente, formata in modo moderno, efficiente ed eticamente responsabile.
L’influenza di Adriano Olivetti prima, quella di Enrico Mattei, col quale Fuà aveva a lungo collaborato, unita a una precoce esperienza a livello dei più importanti organismi internazionali (Fuà fu infatti economista, a Ginevra, nella Commissione Economica delle Nazioni Unite diretta da Gunnar Myrdal) furono decisive nel suo percorso di intellettuale e di imprenditore di idee. In effetti fu Mattei, anche lui marchigiano, a spingerlo a progettare in Ancona l’istituzione della Facoltà di Economia, inizialmente inserita nell’Università di Urbino. Il Comitato ordinatore era composto dallo statistico Marcello Boldrini, dall’economista bancario Giordano Dell’Amore e dal giurista Pastori. La presenza di Boldrini, allora presidente dell’Agip, rivela l’esistenza di una rete di affinità che faceva capo a Mattei e spiega il coinvolgimento di Fuà, allora capo dell’ufficio studi dell’ENI.
Nel 1959, ad Ancona, Giorgio Fuà poté contare sull’appoggio dell’allora vice-sindaco della città, Alfredo Trifogli, e soprattutto su quello del Rettore della Libera Università di Urbino, il prof. Carlo Bo. L’azione di Fuà fu fondamentale nel superamento dei problemi organizzativi e nel reclutamento dei docenti. Fuà portò ad Ancona moltissimi studiosi, giovani provenienti da diversi atenei italiani, che a loro volta divennero studiosi famosi ed apprezzati a livello internazionale (Beniamino Andreatta docente dal 1958 al 63, Paolo Pettenati, Giacomo Vaciago, Franco Reviglio, Renzo Bianchi, per citare solo alcuni nomi in un elenco prestigioso).
La scelta vincente di Fuà fu che egli impose a questi giovani brillanti un impegno a tempo pieno: il posto di ruolo era offerto solo a chi si fosse trasferito, e trasferito con la propria famiglia, ad Ancona. Le eccezioni a questa regola non mancarono, ma furono solo eccezioni, che Fuà si impegnò a ridurre al minimo, offrendo aiuti pratici nell’organizzazione della vita quotidiana di chi si trasferiva, facilitando l’integrazione nella città dei giovani docenti e delle loro famiglie.
Giorgio Fuà è stato, e lo so per esperienza personale, anche un anfitrione. Le cene nella sua casa sono state irripetibili occasioni di discussione, scambio di punti di vista, momenti d’incontro con tante personalità importanti italiane e straniere; la cura per i vini e per il cibo esprimeva con garbo ed ironia la sua attenta ospitalità, unita al gusto della convivialità vissuta in un’intensa atmosfera di scambi intellettuali.
Negli anni Sessanta e Settanta, la Facoltà di Economia di Ancona è divenuta un punto di riferimento per lo studio e per le ricerche economiche non solo in Italia, sia per la qualità del corpo docente, sia per i numerosi tentativi di riforma dell’ordinamento, attuati anche quando quello vigente ancora non lo permetteva: il Consiglio di Facoltà, allora costituito ufficialmente dai soli ordinari, era stato allargato agli incaricati e ai rappresentanti degli studenti fin dagli anni ’60. Alberto Caracciolo è stato per anni Preside di Facoltà, benché fosse solo un professore incaricato stabilizzato.
Anche l’altra creatura di Giorgio Fuà — l’ISTAO — nata nel 1966, in correlazione all’attività del CoSPos – Bilateral Committee for Social and Political Sciences – nato dalla collaborazione tra la Ford Foundation e la Fondazione Adriano Olivetti, si è sviluppata grazie al suo impegno e alla sua capacità di trovare sostenitori e collaboratori di grande levatura scientifica. L’idea di costituire un centro di formazione post-laurea paragonabile ai dipartimenti di economia delle grandi università anglosassoni, a metà degli anni Sessanta, cioè in un momento in cui pochi giovani neolaureati italiani riuscivano a studiare all’estero, è stata un progetto culturale vincente, da almeno due punti di vista: in primo luogo, perché permise di costituire un centro di studi nel quale venissero riconosciute le caratteristiche peculiari dell’economia italiana, e quindi fosse privilegiato un insegnamento specifico per chi in Italia avesse deciso di svolgere la propria attività professionale; in secondo luogo, perché, in un periodo in cui dei rapporti fra etica ed economia non si era ancora cominciato nemmeno lontanamente a parlare, alle competenze tecniche veniva costantemente affiancato l’invito ad un impegno morale che Giorgio Fuà ha sempre saputo comunicare e che per primo ha espresso in tutto il suo agire, sia scientifico, sia professionale.
La creazione dell’ISTAO segue sotto il profilo istituzionale, seppure con obiettivi formativi diversi e in forma autonoma, il solco tracciato dalla creazione della Facoltà di Economia. In forma discontinua, riproduce una matrice innovativa sperimentata e consolidata in altro contesto istituzionale. La portata innovativa del disegno formativo e scientifico che ha caratterizzato la Scuola di Ancona deriva infatti anch’essa da una impostazione in controtendenza rispetto agli orientamenti dominanti negli studi universitari italiani negli obiettivi, nel metodo e nelle scelte operative. Gli obiettivi della Scuola di Ancona sono stati orientati alla formazione di una figura di economista non solo teoricamente agguerrito, ma anche impegnato a studiare i problemi della società nella loro concretezza e completezza. Fuà ha interpretato il ruolo dell’economista a part entière, che è anche scienziato sociale, secondo la più ricca tradizione degli economisti del diciannovesimo secolo unita a quella dei grandi riformatori della breve stagione novecentesca impegnati a conoscere e dirimere i grandi temi della società in cui vivevano e a contribuire a migliorare il benessere collettivo.
È in questo intreccio che emerge la valenza del gruppo di Ancona come comunità epistemica secondo la nota definizione del sociologo Peter Haas. Il concetto di comunità epistemica indica una rete di professionisti “with recognized expertise and competence in a particular domain and an authoritative claim to policy-relevant knowledge”. «Fin da quando si è costituito questo gruppo – scrive Fuà – ha fatto una scelta a cui siamo rimasti fedeli: fare ricerca di economia applicata, empirica, partire dai fatti per cercare di interpretarli e non partire da costruzioni mentali ipotetiche. Secondo punto, fare ricerca con intento operativo, studiare quei problemi che richiedono una decisione, quindi lo studio come guida alla politica economica. Terzo punto, studiare i problemi che abbiamo sotto gli occhi, ossia l’Italia e, per una parte del nostro lavoro, addirittura la regione Marche. Quest’ultimo punto, nel momento in cui il gruppo si è costituito, era assolutamente fuori moda».
Un intreccio dunque in cui la consapevolezza di essere un’avanguardia intellettuale non porta alla marginalità dorata dei teorici d’eccellenza, ma al contrario, all’impegno integrato di chi ambisce prendere posizione nella società e nella concretezza dei suoi processi. Le ricerche condotte da Fuà e dai suoi gruppi hanno affrontato la grande e complessa problematica dello sviluppo economico, nelle sue varie connotazioni, in una congiuntura particolarmente fervida sia dal punto di vista intellettuale, sia dal punto di vista strategico e strutturale.
«Nel 1959 – scrive Fuà – la generazione degli Einaudi, dei Bresciani Turroni, era ormai giubilata, anche gli economisti che si erano formati nel periodo fascista e tra i quali figuravano alcune persone di grande valore stavano uscendo di scena. E la scena cominciava ad essere dominata da giovani studiosi italiani che si erano fatti le ossa nelle Università anglosassoni e che, rientrati qui, portavano con loro una profonda padronanza delle tecniche di analisi, ma anche una assoluta indifferenza per i problemi italiani sui quali non erano stati educati e, in fondo, un atteggiamento di sufficienza verso le vecchie scuole di pensiero italiane. Chi in quel momento si concentrava a studiare i nostri problemi veniva isolato, ma noi ci siamo messi contro tendenza e siamo stati dapprima snobbati, poi ben presto siamo divenuti un punto di riferimento per altri nuclei che si formavano con lo stesso orientamento in altre parti d’Italia».
L’obiettivo di Fuà nell’investire sulle nuove generazioni era di oltrepassare i limiti classici del lavoro dell’economista che si serve delle formalizzazioni logico-matematiche per fuggire dal confronto con la complessità proliferante della realtà economico-sociale, circoscrivendo la visione dell’economia entro campi sempre più ristretti e rivendicando un ruolo attivo dello studioso nella progettualità in atto. L’economista – secondo Fuà – deve essere pienamente consapevole dei limiti degli strumenti che usa, deve costantemente impegnarsi a migliorarli e deve necessariamente adottare un approccio interdisciplinare, interagendo con altri scienziati sociali (demografi, sociologi, giuristi, aziendalisti, statistici, storici, geografi), se vuole cogliere a fondo le determinanti dello sviluppo e del benessere collettivo. Devono, secondo Fuà, essere al centro del lavoro scientifico nella consapevolezza che l’autosufficienza non appartiene alla disciplina economica.
Il punto di forza del progetto di Fuà è stato quello di rovesciare la prospettiva, cambiando le logiche di una disciplina che si era sino ad allora arroccata nei grandi centri universitari, a partire da una periferia vista con lungimiranza come punto di osservazione privilegiato per capire a fondo le nuove vitalità dello sviluppo dei sistemi locali che si aprono all’integrazione nazionale e internazionale, mantenendo nello stesso tempo un forte radicamento territoriale. La forza del progetto fu enfatizzata dalla duttilità delle strategie formative che, non senza sforzo, abbassarono notevolmente la rigidità del dettato ministeriale, partendo dal superamento della rigida frammentazione del programma di studi tra più ambiti disciplinari (economico, aziendale, giuridico, matematico-statistico, storico, linguistico) prevista dall’ordinamento.
L’influenza di Mattei e, soprattutto, l’esperienza olivettiana dell’IPSOA di Torino ebbero, a mio avviso, un ruolo determinante nella visione e nella concreta progettualità di Fuà. Il modello di riferimento non erano le obsolete Facoltà di Economia e Commercio, era piuttosto quello dell’ufficio studi di una grande organizzazione. Nel periodo della sua collaborazione all’ENI, Fuà aveva già sperimentato la responsabilità della organizzazione e della gestione di un ufficio studi, composto da un piccolo nucleo di giovani collaboratori, brillanti e motivati, tra i quali Luigi Spaventa, Giorgio Ruffolo, Sabino Cassese, Paolo Leon, Marcello Colitti. Da questa esperienza si era formata la convinzione che la disponibilità dei mezzi può essere condizione necessaria, ma non è mai sufficiente ad assicurare la crescita di una organizzazione, che è strettamente legata allo sviluppo della capacità organizzativa, che richiede la valorizzazione del capitale umano a disposizione.
Nel primo decennio di vita della Facoltà di Economia di Ancona, l’obiettivo formativo di Fuà fu prevalentemente rivolto all’ambito accademico. Ma con una logica che poneva al centro le problematiche sopra enunciate, in particolare la valorizzazione del capitale umano, i docenti certo ma anche gli studenti. Su questa linea si colloca l’istituzione, nel 1965, del Collegio universitario di studi economici «Luigi Einaudi», con lo scopo di favorire la formazione culturale e scientifica di studenti iscritti alla Facoltà particolarmente dotati nelle discipline economiche, ispirandosi ai college britannici e, per l’Italia, alla Scuola Superiore e al Collegio Giuridico di Pisa, al quale Fuà era stato ammesso come studente, per poi esserne successivamente espulso perché ebreo. L’iniziativa ebbe purtroppo vita breve, perché il Collegio venne chiuso nel 1974 e non venne realizzato il progetto di una nuova sede stabile, che avrebbe consentito l’ampliamento e il consolidamento delle sue attività.
La forza di attrattore scientifico del Collegio negli anni propulsivi della nuova Facoltà è tuttavia innegabile ed esso contribuì in modo decisivo nel creare l’amalgama del gruppo di Ancona, generando il tessuto connettivo della sua evoluzione istituzionale e intellettuale e consolidando il modello di ispirazione olivettiana di «una organizzazione pensante». Il gruppo di Ancona non si è mai concretamente formalizzato, ma si è nondimeno consolidato in una comunità visibile e aggregante, a cerchi sempre più ampi e articolati, formata non solo da accademici, ma anche da uomini d’azione, imprenditori, esperti, ricercatori indipendenti, accomunati dall’essere attratti verso forme di progettualità a carattere operativo, localizzata ad Ancona ma irradiata sul piano nazionale e internazionale.
A questo attrattore risposero, in tempi e generazioni diverse, Paolo Pettenati, proveniente dal servizio studi della Banca d’Italia; Giuliano Conti, proveniente dalla scuola romana di Caffè; Giacomo Vaciago, proveniente dall’Università Cattolica di Milano; Lorenzo Robotti, proveniente dall’Università di Genova. Tutti hanno completato il loro percorso nelle più prestigiose università straniere e intrapreso la carriera di economisti accademici, con una crescente partecipazione al mondo della consulenza economica e politica. Benché abbiano lavorato in campi diversi, sono restati accomunati dall’imprinting di Fuà e dallo stile della facoltà di Ancona, affrontando l’intreccio dei problemi economici e sociali e rifiutando il riduttivismo dei modelli matematici, coniugando aspetti quantitativi e qualitativi nell’analisi delle problematiche di volta in volta affrontate.
Come mostra in modo validissimo il volume «Trasformazioni dell’economia e della società italiana» [Gruppo di Ancona 1999], si tratta di un significativo contributo collettivo al grande movimento di idee e ricerche che Fuà ha saputo promuovere e gestire. Il fatto che abbiano contribuito al volume non solo economisti, ma anche aziendalisti, sociologi, statistici, demografi, geografi, conferma la varietà degli scienziati sociali che hanno trovato in Fuà e nella Scuola di economia di Ancona un punto di riferimento interdisciplinare.
Questa matrice si era delineata sin dai primi anni di attività della Facoltà. Sin dal 1963, accanto al corso tradizionale di economia aziendale, esisteva infatti un corso di economia sociale. Dando spazio alle nuove esigenze e problematiche di un’economia a part entière, attenta alla concretezza dei processi e non solo all’ortodossia delle regole teoriche, la didattica sin dall’esordio risultò strettamente intrecciata alla ricerca e, in modo sempre più consistente, alla sua applicazione.
Un aspetto significativo è che la facoltà di Ancona anticipò gli effetti della legislazione successiva al 1968, affermando il principio regolativo sulla base del quale «le norme vincolano al rispetto delle denominazioni (dei singoli corsi), ma non stabiliscono i programmi di insegnamento», proponendo nel secondo biennio metodologie didattiche innovative, con una partecipazione attiva degli studenti (gruppi di studio) e ampie possibilità di scelta dei percorsi, in un contesto istituzionale in cui il reclutamento dei docenti (per la maggior parte incaricati) era di fatto controllato localmente dal Consiglio di Facoltà, consentendo l’introduzione di approcci e metodologie innovative, spesso a carattere interdisciplinare.
Ci si è interrogati spesso sulle forme di continuità e discontinuità del modello istituzionale e intellettuale creato da Fuà. È certo che la creazione dell’ISTAO e l’allontanamento volontario di Fuà dal ruolo di leader carismatico della Facoltà, nei primi anni Settanta, hanno creato una linea di demarcazione a cui non furono estranee le vicissitudini successive al ’68. Credo che Fuà abbia espresso con chiarezza questo passaggio: «Nel primo periodo (fino al 1970) – scrive Fuà – ho speso principalmente le mie energie nel guidare lo sviluppo della neonata comunità universitaria e nel curare la formazione dei quadri docenti per il futuro. A partire dagli anni Settanta sono arrivate alla cattedra universitaria le prime leve di economisti formatisi presso di noi. Da quel momento la guida della Facoltà ha potuto passare alla nuova generazione ed io, pur continuando sempre a svolgere la normale attività didattica, ho concentrato i miei sforzi di imprenditore culturale sull’ISTAO».
Maieuta “a part entière”: così mi sembra si potrebbe definire questa straordinaria figura di studioso, autore di oltre 200 monografie, capace di dare vita e vigore a ciò che di più vitale esiste nella società italiana, lo spirito imprenditoriale, di promuovere in prima persona la capacità di creare imprese attorno alle idee e la produzione di idee attraverso le imprese, in un circuito di fertilizzazione continua. Animatore e formatore di intelligenze poste al servizio di un’imprenditorialità a tutto campo, non meramente economica, ma appunto progettuale, Fuà ha creato nel laboratorio di Ancona e delle Marche un modello di imprenditorialità a rete, molto prima che esso fosse teorizzato come tale dagli economisti, in grado di integrare armoniosamente cultura, territorio, impresa e – fatto del tutto inedito nel contesto italiano – capace di attivare progetti di ricerca; una ricerca niente affatto localistica ma collegata a prestigiose istituzioni in Europa e negli Stati Uniti.
Tale rete non si è mai cristallizzata nelle maglie della politica, ma ha mantenuto viva la tradizione di una policy in grado di autodeterminarsi e di plasmare il territorio, non in funzione delle domande “politiche”, ma delle esigenze di sviluppo di un’imprenditorialità consapevole e responsabile. La capacità di esercitare con determinazione ed insieme con discrezione una leadership vivificata da una generosità inesauribile si è affinata nel tempo a partire dagli anni difficili della giovinezza, anni di pericoli incombenti e di rischi che mettevano a repentaglio la sua stessa esistenza, anni di sofferenze, ma mai di solitudine o di isolamento, vissuti all’insegna dell’accumulazione di un capitale intellettuale ed umano che, nella maturità, Fuà ha poi elargito a piene mani a chi lo ha incontrato nel suo percorso, che ha sempre avuto al centro l’idea che le imprese, quelle industriali come quelle culturali, sono «istituzioni sociali».
In conclusione, vorrei ricordare che oltre a Giorgio Fuà e alla sua comunità epistemica, occorre porre al centro della riflessione la congiuntura di quella che avrebbe potuto essere una gloriosa transizione tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta, quando una primavera delle riforme sembrò allinearsi pressoché simultaneamente in diversi ambiti istituzionali e culturali, fecondando diverse istituzioni universitarie e rendendole potenzialmente innovative e guidate da leader illuminati e non cesaristici.
Ricordiamo in estrema sintesi questi allineamenti potenziali: l’IPSOA di Olivetti, l’Istituto di Portici di Rossi Doria, la Svimez degli anni di Ceriani Sebregondi, la Stazione Dhorn di Napoli, il Laboratorio di biologia e genetica di Adriano Buzzati Traverso, il CNR di Vincenzo Caglioti e poi non da ultimo la costellazione del COSPOS che riunì molti di questi istituti, inclusa l’ISTAO di Fuà e l’Istituto di Portici di Manlio Rossi-Doria per l’economia agraria, con un progetto molto innovativo per quei tempi: la creazione dei dottorati e la professionalizzazione della ricerca sociale, politica ed economica. Un progetto mancato, come sappiamo, perché i dottorati furono introdotti solo alla metà degli anni Ottanta. Quella primavera di innovazioni e di riforme si é dissolta rapidamente e significativamente si é dissolta simultaneamente anche la stagione delle grandi innovazioni in campo industriale: l’elettronica olivettiana, le telecomunicazioni, le politiche per la sanità, le politiche per l’energia atomica.
E oggi gli studenti dei nostri corsi universitari di storia non conoscono quasi nulla di quella primavera perché purtroppo una larga maggioranza dei loro docenti è stata per molti anni impegnata nel vortice di quella che il sociologo Luciano Gallino ha coraggiosamente chiamato la demonizzazione della cultura industriale.
di Giuliana Gemelli
















