La prima giornata di elezioni per il Quirinale alla Camera dei deputati nel 2015: scene che oggi difficilmente si potranno rivedere

Partiamo da una certezza. Cioè, che, in realtà, non ve n’è alcuna. Rumors, chiacchiericci, la superfetazione di candidature ufficiali e ufficiose, terne di nomi, papabili, outsider, conta dei voti nei vari schieramenti. Lasciate perdere tutto.

Si decide sempre al fotofinish

Da oggi pomeriggio alle 15, ora in cui è stato convocato il Parlamento in seduta comune per la prima votazione, non ci sarà più spazio per nulla se non per il voto. E subito dietro – nelle sale e nelle salette della Camera dei Deputati, negli alberghi o negli anfratti del centro di Roma che ruota attorno ai palazzi del potere – per le trattative, le negoziazioni, i colpi bassi e i “conigli dal cilindro”: tutto da fare e tirar fuori all’ultimo minuto. Le elezioni al Colle, da che Repubblica è Repubblica, funzionano così. Per tutti i nomi fatti, ipotizzati o lasciati trapelare fino ad oggi, non ci dovrebbe essere alcuna speranza di arrivare fino in fondo. Ma il condizionale è d’obbligo, perché questa – bisogna dirlo – è un’elezione davvero inedita. Diversa da tutte le altre, che già si differenziavano tra di loro. Ma questa del 2022, diciamo pure che è “ancora più diversa” dal solito. Perché arriva nel bel mezzo di una pandemia che ha modificato radicalmente buona parte del mondo, facendo, in sostanza, da spartiacque alla storia contemporanea.

Del Covid ed altri disastri

Tutto il resto della situazione contingente – l’esecutivo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, l’italiano più autorevole al mondo, chiamato un anno fa come salvatore della patria per gestire l’emergenza; lo stesso premier che, per le stesse ragioni curriculari, in molti vorrebbero si trasferisse direttamente sul Colle più alto; il vuoto pneumatico dei partiti desolatamente incapaci di esprimere leader degni di questo nome e di fare scelte di spessore condivise e frutto di analisi ragionate e non dettate da schemi di corto respiro; i timori per un futuro liquido e incerto dominato da caos, interrogativi sulla pandemia e da tutte le tragedie economiche e sociali che ne sono conseguite –  tutto questo è, appunto, il precipitato d’una situazione che, innescata dal Covid-19, non era mai stata sperimentata prima d’ora, un territorio inesplorato dove ogni variabile ha cittadinanza.

Tutto inedito, a partire dalle procedure

Gli inediti si diceva. Pensiamo, ad esempio, a quelli tecnici: oggi, per la prima volta in 74 anni di storia repubblicana e di elezioni presidenziali, si dovrà procedere a una votazione al giorno, per evitare sovraffollamenti e assembramenti a rischio contagio. Oggi che il “new normal” per noi è fatto di isolamenti, mascherine e distanziamenti sociali, tutto questo in fondo ci sembra abbastanza “normal”, ma provate a guardare le immagini delle ultime votazioni per il Colle. Correva l’anno 2015 e nell’emiciclo della Camera era tutto un ammassarsi e un accalcarsi. Sembra preistoria, sono passati appena 7 anni, appunto quelli trascorsi dal Presidente uscente Mattarella al Quirinale.

Una campagna elettorale mai vista prima

E inedita è stata anche la “campagna elettorale” a cui abbiamo assistito fino all’altro ieri, con il vecchio leader del centrodestra, il mai domo Silvio Berlusconi, che – in barba al famoso detto secondo cui «alla presidenza della Repubblica non ci si candida ma si viene candidati» – per settimane è andato avanti a tentare, con ogni mezzo a sua disposizione, di raccogliere consensi in Parlamento per salire sullo scranno più alto. Finché – consigliato probabilmente più dagli acciacchi impietosi della senescenza che dalla ragione – non ha deciso, a 48 ore dal voto, di fare il beau geste e rinunciare alla sua ultima insensata velleità. Né s’era mai visto, dopotutto, un Presidente del Consiglio in carica che, un mese prima delle elezioni, facendo riferimento all’alleanza eterogenea e litigiosa che sostiene il suo governo – seppur in dolce stil novo ma con modi piuttosto spicci anzichenò – dice sostanzialmente «che non si può pensare che la maggioranza si divida sul Presidente della Repubblica e poi torni insieme per governare il Paese il giorno dopo». Un monito che ai più (a tutti?) è suonato come una (improvvida) autocandidatura. Del resto, che Mario Draghi aspiri a trasferirsi al Quirinale per i prossimi sette anni non è più un mistero da un pezzo. Molto più misterioso invece il percorso che dovrebbe portarlo a fare il tredicesimo PdR d’Italia.

Le forze in campo 

Oggi, ad esempio, alla prima chiama servirebbero 673 voti su 1.009 grandi elettori. Una soglia altissima. Da giovedì l’asticella si abbasserà a quota 505, maggioranza semplice. Si parte dai 451 voti di cui dispone il centrodestra di Salvini, Berlusconi e Meloni (ma riusciranno mai ad agglutinarli tutti?) contro i 405 del centrosinistra formato da Pd – M5S – Leu (ma riusciranno mai ad agglutinarli tutti?/2 ). In mezzo i 58 voti dei renziani e i restanti, una novantina o poco più, da pescare tra peones del gruppo misto, movimentisti e senatori e vita. Questa la griglia di partenza.

I dilemmi di Mario

Ce la farà Draghi a scalfire le mille remore che a destra, a sinistra e al centro, ci sono sul suo trasloco diretto da Palazzo Chigi al Palazzo del Quirinale? Il pericolo reale è che, se non dovesse farcela ed essere surclassato da un nome buono per i partiti, l’Italia è destinata a perdere definitivamente il suo figlio più rispettato e temuto nel globo terracqueo. Impraticabile pensare a un Draghi che, perso il Quirinale e con una maggioranza finita disassata dal voto, abbia la forza per restare a Chigi altri 12 mesi a fare il suo dovere per poi salutare tutti a fine legislatura, prima delle prossime elezioni politiche, e ritirarsi a vita privata. Voi ce lo vedete? I giornali stranieri non tanto. Ieri, ad esempio, sulla stampa internazionale, dal New York Times al Financial Times, alla Frankfurter Allgemeine, la domanda che rimbalzava, tra le righe, era: può un Paese che ha 2.694 miliardi di debito pubblico permettersi di eleggere al Quirinale un uomo o una donna che non rassicurino i mercati internazionali?