Quello stile Impero che zavorra la Francia

Ma l’avete vista la scrivania di Macron, tutta ori e ceselli in stile Impero? E il grande tappeto steso sopra il parquet lucidato e rilucidato dell’Eliseo? E certe poltroncine con imbottiture e fiocchetti dorati, sempre stile Impero, eleganti e scomodissime? L’immagine della République, e non solo all’Eliseo, ma in tutti i ministeri parigini, nelle ambasciate in giro per il mondo e in altri seicento lieux publiques, come fanno sapere dal Mobilier National (che è molto di più di un Provveditorato o di un Economato incaricato dell’arredamento degli uffici pubblici, ma un’autentica sopravvivenza dell’Ancien Régime, il Gard-Meuble de la Couronne creato da Luigi XIV e dal ministro Colbert) nasce anche da qui, dalla preziosità degli arredi, testimonianza di storia e orgogli secolari.

Ma a che prezzo? I mobili, scrivanie stile Impero, librerie stile Luigi, lampade e candelabri dorati, sedie e poltrone su cui è difficile trascorrere una giornata di lavoro, non solo non piacciono più ai funzionari e ai grand commis della République che ovviamente preferiscono arredi ergonomici, poltroncine Stokke e piani di lavoro moderni, leggeri e correttamente illuminati (come nella nuova modernissima sede del ministero della Difesa, a Balard, il Pentagono francese nel cuore di Parigi), ma soprattutto hanno ormai un costo di gestione e manutenzione che lo Stato non può più permettersi.

Meglio rinunciarci. E immaginare una nuova vita per questa creatura burocratica tutta francese, il Mobilier National, creato nel 1937, quindi in piena stagione Front Populaire, mettendo insieme la Manifattura nazionale di Gobelins (tappeti e arredi, 1662), la Manifattura di Beauvais (tessili e arredi,1664) e la Savonnerie (falegnameria di qualità, 1627) oltre a una serie di atelier di pizzi e merletti, altra eccellenza normanna, ad Alençon e Puy-en-Valey. Il Mobilier, che ancora gestisce un patrimonio di oltre 130mila pezzi e che ancora negli anni Sessanta, su impulso del ministro della cultura gaullista André Malraux, il politico che forse per primo capì che il potere, il “soft power” come si dice oggi della cultura, era in grado di finanziare il lavoro di tanti designer (come l’avanguardista Pierre Paulin), oggi costa allo Stato 24milioni di euro, contando gli stipendi dei 250 tecnici e artigiani che ci lavorano e – dati i tempi e il cambiamento di stile anche nell’arredo, nell’ameublement publique – sono quasi uno spreco come ha scritto perfino la Corte dei conti nel suo ultimo rapporto sul bilancio dello Stato presentato a metà febbraio.

Ma, visto che non si può gettare al macero quattro secoli di storia, il nuovo direttore, Hervé Lemoine, che viene dalla direzione degli archivi di Stato (ma ha studiato economia all’università), ha ripreso la stessa idea del geniale Malraux: fare del Mobilier National una sorta di super-accademia dell’arredamento, mettendo a disposizione dei creativi la competenza, il savoir-faire e la tradizione delle gloriose Manifatture. Com’era, appunto, ai tempi del ministro della cultura gaullista (che permise con i suoi finanziamenti la creazione di oltre 600 prototipi, oggi il vero grande patrimonio del Mobilier) ma con una differenza non da poco: consentendo al Mobilier di uscire dai divieti ministeriali che a tutt’oggi impediscono accordi commerciali e la vendita dei prodotti come possono fare, al contrario, le altrettanto storiche Manifatture di Sévres (fondate anch’esse da Luigi XIV per avere le migliori porcellane al mondo per i banchetti di Versailles).

Diventare, insomma, attori di primo piano nel mercato dei mobili di design attingendo al proprio patrimonio e magari stringendo accordi commerciali e distributivi con le grandi firme del design contemporaneo. E così trovare le risorse per rinnovare gli arredi degli uffici pubblici, oggi un po’ polverosi tra sopravvivenze di stile Impero e stile Luigi.

Certo, bisognerà cambiare la legge del 1937 ma il neoministro della Cultura, Franck Riester, ex repubblicano passato con Macron, non è affatto contrario. Il Mobilier National si prepara così a diventare il grande laboratorio delle arti decorative, “terreau des grandes maison de luxe”, come dice il direttore Lemoine, il terreno di coltura del lusso francese nel settore dell’arredamento. Proprio come l’avevano immaginato, in tempi diversi, il Re Sole, il suo ministro dell’economia Colbert e, da ultimo, André Malraux. Un bell’esempio di sinergia pubblico-privato che attraversa la storia.