«Dove non passano le merci, passano gli eserciti» ammoniva Frédéric Bastiat, padre del pensiero liberale sui commerci, nel XIX secolo. Un’osservazione verificata per due secoli in entrambe le direzioni. Dove i commerci sono intensi non scaturiscono le guerre. Quando ci sono guerre, rallentano gli scambi di merci. Quanto è accaduto nello Stretto di Hormuz da febbraio conferma questa massima.
L’accordo Usa-Iran – alla firma mentre scrivo – è un’ottima notizia, a cui ci auguriamo faccia seguito la pace anche negli altri scenari di guerra e la normalizzazione del commercio del petrolio e dei traffici mercantili da/per l’Europa. I macro indicatori di questi anni, tuttavia, danno un segnale di quasi indifferenza, sia per gli interscambi di merci, sia per i mercati finanziari. Prendiamo il periodo 2022-25, con le quattro guerre vicine: l’aggressione russa all’Ucraina, i conflitti a Gaza ed in Libano, e l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Se guardiamo all’andamento del commercio mondiale nel periodo non ci sono segni di significativo rallentamento: nel 22-25 gli scambi mondiali sono cresciuti ad un tasso annuo composto del 2.4%. Simile al 2.5% nel quadriennio pre-covid 15-19 (dati Wto). Sono cambiati il rapporto tra volumi e prezzi, che ha spinto l’inflazione al 4.2% negli Usa e al 3.2% in area Euro, e la geografia dei flussi di scambio (per questo gli Emirati Arabi Uniti sono il Paese con la più alta percentuale di crescita delle esportazioni nel periodo).
Sui mercati finanziari, i principali indici di borsa, nei tre continenti rilevanti, indicano un sostanziale agnosticismo verso gli eventi bellici, rispetto a trend tecnologici (AI e cloud), finanziari (tassi di interesse) e performance (profitti delle banche). S&P500, Nasdaq Composite, Stoxx EU 600, Nikkei 225 sono cresciuti nei 4 anni fra il 33% ed il 48%. Fa eccezione Hong Kong sotto il peso della bolla immobiliare. Anche in questo caso non mancano effetti secondari, come l’aumento della volatilità dei prezzi, pre-condizione ad investimenti speculativi.
In conclusione, la soglia di reazione dei mercati alle guerre è evidentemente alta, anche quando il conflitto tocca fattori nevralgici, come è accaduto in questi anni per la disponibilità e i prezzi delle materie energetiche, i flussi logistici e la chiusura di mercati sotto embargo. L’allerta a non superare questa soglia dovrebbe frenare l’attitudine a considerare la guerra come metodo di risoluzione delle controversie ed accelerare la chiusura di tutti i conflitti aperti. A questo scopo non servono i dati di mercato ma dovrebbe, ragionevolmente, umanamente, bastare un solo numero : 500.000-700.000. È la stima dei morti nei quattro conflitti a noi più vicini.













