“Non regalare pesci, ma insegnare a pescare”. È un’espressione antica, quasi abusata, eppure oggi torna a essere sorprendentemente attuale. Definisce quella che si potrebbe chiamare solidarietà fertile: non l’assistenza episodica o la beneficenza a pioggia, ma un intervento strutturato che costruisce autonomia, competenze, futuro. È questa la chiave di lettura dell’attività di Fondazione Italiana Accenture Ets, attiva dal 2002 e oggi guidata in Italia da Simona Torre.
«La Fondazione nasce come espressione diretta di Accenture Italia – spiega Torre, in questa conversazione con Economy – con una missione molto chiara fin dall’inizio: restituire valore al territorio attraverso modalità innovative di responsabilità sociale, in coerenza con i principi globali del gruppo ma con un focus esplicito sul contesto italiano». Non una fondazione erogativa in senso classico, dunque, ma una struttura operativa, pensata per progettare, sperimentare e accompagnare nel tempo iniziative ad alto potenziale di impatto.
I driver originari sono rimasti costanti in oltre vent’anni di attività, pur adattandosi a un mondo radicalmente cambiato: innovazione, uso della tecnologia come leva sociale, superamento dei modelli filantropici tradizionali e costruzione di reti autentiche. «Per noi innovare non significa solo usare strumenti nuovi, ma anche rompere schemi consolidati – sottolinea Torre –. In particolare, significa rinunciare al protagonismo. I progetti davvero ambiziosi non si fanno da soli: richiedono la capacità di lavorare in partenariato reale e di cedere sovranità».
Sovranità nel know-how, naturalmente: che per un’impresa produttrice di servizi tecnico professionali, a forte contenuto di competenza, è una grande apertura. Questa impostazione si riflette anche nella struttura della Fondazione. Il team è composto da otto persone dedicate esclusivamente alle attività filantropiche, non da risorse “a rotazione” provenienti dall’azienda. «È stata una scelta precisa del fondatore – racconta Torre –: volevamo competenze focalizzate, continuità, responsabilità diretta».
A questo nucleo si affianca, quando necessario, il vasto patrimonio di competenze di Accenture, che rappresenta un moltiplicatore decisivo. La tecnologia digitale è infatti il filo rosso di tutte le iniziative. «Non per moda o ideologia, ma per coerenza – chiarisce Torre –. Accenture è un’azienda che porta know-how, metodo, capacità di analisi. La Fondazione ne è una prosecuzione naturale nel Terzo Settore: una sorta di banca del sapere più che un soggetto che distribuisce fondi». L’obiettivo è trasferire competenze, costruire modelli replicabili, consentire ad altri attori di farli scalare.
I beneficiari delle attività si concentrano su due grandi ambiti. Il primo riguarda i giovani in condizioni di fragilità – economica, sociale, personale o legata a percorsi migratori – per i quali la Fondazione sviluppa programmi di formazione e inserimento lavorativo nel settore IT. «Abbiamo scelto un focus verticale sulle competenze digitali perché sono una leva concreta di occupabilità e inclusione – spiega Torre –. Non facciamo formazione generalista: lavoriamo su profili professionali richiesti dal mercato».
Il secondo ambito è quello dell’imprenditoria a vocazione sociale. In questo caso la Fondazione intercetta, attraverso bandi strutturati, realtà imprenditoriali che mostrano un potenziale di impatto significativo e le accompagna nella crescita. «Qui il nostro intervento è duplice: un supporto economico mirato, quando serve, ma soprattutto un affiancamento sulle competenze, sulla governance, sulla sostenibilità nel medio-lungo periodo».
Le storie che emergono da questi percorsi restituiscono il senso più profondo dell’approccio. Giovani rifugiati con lauree e master che, una volta arrivati in Italia, finiscono intrappolati in lavori marginali e disallineati rispetto alle loro competenze. «In molti casi – racconta Torre – non si tratta di “inserire” qualcuno, ma di permettergli di rinascere professionalmente». Analogamente, nel campo dell’imprenditoria sociale, piccoli progetti embrionali diventano nel tempo imprese strutturate, capaci di crescere, assumere e generare valore.
Un elemento distintivo è la centralità della misurazione dell’impatto. «Oggi non basta raccontare buone intenzioni – osserva Torre –. Serve dimostrare i risultati. Se formiamo 200 persone e il 60% trova un lavoro stabile entro sei mesi, quello è un dato oggettivo». Questa capacità di misurare, rendicontare e governare progetti complessi ha permesso alla Fondazione di aggregare nel tempo altre fondazioni d’impresa, che contribuiscono alle iniziative portando risorse e fiducia. Negli ultimi anni, anche l’intelligenza artificiale è entrata nel perimetro delle sperimentazioni. «Stiamo esplorando come questi strumenti possano aumentare l’efficacia dei progetti, senza perdere la centralità della persona – conclude Torre –. La tecnologia è una leva, non un fine».
In un panorama del Terzo Settore spesso frammentato e autoreferenziale, Fondazione Italiana Accenture Ets rappresenta un modello atipico: poco visibile, poco retorico, fortemente operativo. E alla fine, la sintesi torna alla premessa iniziale: insegnare a pescare non è uno slogan, ma una scelta strutturale. Perché l’autonomia, oggi più che mai, è la forma più solida e duratura di solidarietà».
















