di Francesco Pastore, partner Rsm

Eravamo alla fine di uno dei periodi più difficili degli ultimi decenni, avevamo appena trascorso due mesi di isolamento chiusi nelle nostre case e il virus ancora era in agguato. C’era bisogno di ripartire, c’era bisogno di ottimismo e la luce si accese. Correva il maggio 2020 quando, per la prima volta, si sentiva parlare di Superbonus e di sconto in fattura. Si stava mettendo sul tavolo del governo giallorosso la prima bozza di quella che era destinata a diventare una delle giostre più belle del mondo. Finalmente, nel luglio 2020, il progetto è diventato realtà. È stato approvato il Decreto Legge 32 con il quale si sanciva, mediante l’articolo 119, la nascita del Superbonus e, con l’articolo 121, l’effettiva possibilità di usufruire dello sconto in fattura e della cessione del credito. Grazie a queste due misure si sono venuti a verificare tre principali fenomeni: il rilancio del settore dell’edilizia e dell’indotto, il rilancio del settore dei professionisti (ingegneri, architetti e geometri) e una parallela crescita inflazionistica a causa dell’incremento dei prezzi delle materie prime.

Prima di Luglio 2020 erano in vigore tre tipologie di bonus edilizi: Bonus Ristrutturazioni (sgravio 50%), Ecobonus (50-65%) e Bonus Facciate (90%). Non essendo ancora previsto per questi interventi, né lo sconto in fattura, né la cessione del credito, l’appaltatore aveva l’onere di pagare per intero l’appalto recuperando il beneficio fiscale vantato nell’arco di 10 anni.

Il D.L. 32/2020 ha però sconvolto le carte introducendo un meccanismo che si è rivelato essere molto rischioso nel lungo termine. Tramite l’opzione dello sconto in fattura, infatti, l’appaltatore detiene la possibilità di vedersi scontare la fattura a condizione di cedere il suo credito alla società appaltante. La giostra inizia a correre, non si ferma e sembra facile salirci. Le piccole aziende decidono di prendere in gestione grandi appalti, i panettieri cambiano codice Ateco e si danno all’edilizia, i condomini iniziano ad aderire in massa al Superbonus e lo stesso fanno i proprietari di unifamiliari.

L’ingente massa di crediti fiscali generati dagli interventi viene transata da una parte all’altra come fosse moneta corrente e si alimenta un circolo virtuoso quanto dannoso. In poco tempo, questo meccanismo ingenera una corsa dei prezzi mai vista prima e nessuno si preoccupa di porvi un freno. Infatti, se il Superbonus e gli Ecobonus hanno dei tetti di spesa fissati, per quanto lontani dai valori di mercato di luglio 2020, nessun limite viene invece imposto al Bonus Facciate.

A un certo punto, però, la giostra si rompe, emergono le prime truffe e la macchina si ferma.

il meccanismo mostra la corda

Il mercato della cessione del credito subisce una prima pesante botta d’arresto l’11 novembre 2021 con il D.L. 157 che sancisce le prime misure per il contenimento delle frodi e una limitazione al numero di cessioni del credito. Sarà possibile procedere a una sola cessione dopo la maturazione del credito. Le banche, complice il fatto che non potranno più rivendere il credito acquistato, saturano in poco tempo i loro cassetti fiscali, ed iniziano a non aver più interesse nello sconto dei crediti stessi. Inoltre, l’alto tasso di truffe emerse nel novero degli interventi legati ai bonus non 110 fa sì che questo tipo di beneficio venga sempre meno accettato in sconto dagli istituzionali. In breve tempo si assiste a un primo importante incaglio dei crediti che mette in allarme le associazioni di categoria e anche il governo Draghi.

Nei primi sei mesi dal 2022, si assiste all’emanazione di una serie di norme volte a far ripartire il meccanismo delle cessioni. In primis, la possibilità di compiere due cessioni verso istituzionali dopo la prima libera e in secundis la possibilità per gli istituzionali di cedere i crediti acquistati verso loro correntisti qualificati. Inoltre, viene sancita una norma che permette al cessionario di non essere considerato come responsabile in solido nelle eventuali truffe a patto che questi possa provare la sua buona fede e l’effettuazione di controlli puntuali. Questi ultimi non sono però stati specificati.

La giostra sembra piano piano ripartire, anche se molto più appesantita e lenta rispetto a prima, ma si imbatte in un nuovo ostacolo. A novembre 2022, infatti, la Cassazione conferma il congelamento di un pacchetto di crediti detenuto da Poste e collegato ad una truffa erariale in cui la S.p.A non viene ritenuta scagionabile  nonostante la buona fede e i controlli messi in atto. Il sistema della cessione dei crediti si blocca nuovamente, questa volta però, oltre agli istituzionali, anche le large corporate decidono di sospendere lo sconto dei crediti fino a che non sarà superato questo impasse.

Le vicende del Bonus 110 hanno riguardato tre diversi governi: l’esecutivo giallorosso (Conte II) che ha varato la manovra, il governo Draghi che ne ha posto delle forti limitazioni ed il governo Meloni che ha deciso di mettere una pietra tombale sul Bonus 110 in conseguenza di due fattori principali: in primo luogo, sulla scorta delle osservazioni mosse dall’Eurostat secondo cui il debito generato dal bonus 110, non può essere contabilizzato come debito pubblico, ma solo come deficit. Secondariamente, in conseguenza del fatto che il budget accantonato dalla Tesoreria di Stato per il Superbonus, al momento dell’introduzione della misura, era pari a 36 miliardi contro i quasi 65 di lavori effettuati, stimati dall’Enea sulla base delle asseverazioni presentate fino al mese di Dicembre.

Per far ciò l’esecutivo Meloni ha deciso di porre il 31.12.2022 come limite ultimo per la presentazione della Cilas per rientrare nella massima detrazione, a patto che delibera assembleare sia stata ottenuta entro e non oltre il 18 novembre. Tutti gli interventi che non rispettano questi due parametri potranno aver accesso a uno sgravio fiscale nella misura del 90% recuperabile in 10 anni.

Il definitivo capolinea arriva nel mese di febbraio 2023 quando al governo Meloni viene richiesto dall’Eurostat di scegliere come contabilizzare il deficit del Bonus 110. Le vie che si presentano sono due: anno per anno in base alla loro maturazione, oppure unicamente nell’anno di generazione.

Si decide di procedere optando per la seconda via. Il 17 febbraio 2023, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni pone fine alla possibilità di ricorrere allo sconto in fattura, o alla cessione del credito, per tutti quegli interventi che non siano già in essere in data 16 febbraio 2023. Si considerano dunque i cantieri già avviati, oppure aventi delibera e Cilas depositate entro tale data. Contestualmente, sancisce dei criteri oggettivi, rispettando i quali si potrà essere considerati non solidalmente responsabili di eventuali truffe scaturite da interventi edilizi.

Si conta che, da maggio 2020 fino a oggi, si siano succedute 33 modifiche degli Articoli 119 e 121. Il tutto ha ingenerato, dopo un clima di generale euforia, una forte incertezza che ha penalizzato unicamente le imprese e le famiglie.

L’Associazione Nazionale Costruttori Edili (Ance) ci informa che, da ultime stime, risultano incagliati crediti fiscali derivanti da bonus edilizi per un valore di circa 20 miliardi. Il Governo, ad oggi, sta consultando tutte le parti in causa per trovare una soluzione che possa definitivamente sbloccarli e ridare ossigeno alle imprese. In queste ultime settimane, si stanno susseguendo varie proposte quali: usare gli F24 in compensazione dei crediti maturati, oppure creare dei titoli di stato da collocare sul mercato aventi come sottostanti i crediti derivanti da Superbonus, ecc. Secondo l’Istat, nel secondo trimestre 2022, solo il settore delle costruzioni ha contribuito per il 16% alla crescita dell’economia italiana mentre, secondo un recente studio di Nomisma, l’impatto economico complessivo del Superbonus sull’economia italiana è stato pari a 195,2 miliardi di euro, con un effetto diretto di 87,7 miliardi e uno indiretto di 39,6 miliardi, cui si aggiungono 67,8 miliardi di indotto, rispetto ai 105 miliardi di euro di costi in circolazione sulla stampa nazionale. Il centro ricerche Cresme, invece, stima che l’anno scorso siano stati creati 587mila occupati in Italia, dei quali 311mila direttamente nel settore delle costruzioni.

Questi e altri studi condotti sugli impatti economici e di bilancio del Superbonus indicano in modo sostanzialmente univoco che il meccanismo della detrazione fiscale del 110% e la cinghia di trasmissione della cessione dei crediti, senza la quale le detrazioni rimarrebbero al palo, hanno avuto nel complesso molti più effetti positivi che negativi.

Sul tema del debito vedremo come Istat e Eurostat decideranno di contabilizzare le cessioni dei crediti e le detrazioni dei vari bonus edilizi. Rispetto a ciò, sarebbe il caso che il governo perorasse maggiormente la posizione secondo cui quelle per il Superbonus sono spesa produttiva, da trattare come investimento, in maniera diversa da un deficit per finanziare altre spese non produttive. Lo Stato non pare cioè avere esborsi diretti effettivi, malgrado la collocazione formale delle cessioni dei crediti nelle caselle contabili delle maggiori passività pubbliche o del mancato gettito, con le ripercussioni negative che così hanno su deficit e debito.

La realtà è che lo Stato sta rinunciando a entrate che non si sarebbero mai materializzate se non fosse stato avviato il meccanismo del Superbonus. Oppure che comunque si sarebbero concretizzate in misura estremamente minore. Sarebbe allora il caso di trovare assieme ad Eurostat modalità e categorie ragionieristiche più calzanti per incastonare tale realtà di fatto nella realtà contabile dell’Italia e degli altri Paesi. In altre parole: senza la detrazione fiscale del 110% e senza la cessione del credito quelle entrate non ci sarebbero state o sarebbero state molto inferiori. Lo Stato beneficia del gettito Iva, Ires e dell’attività indotta dal Superbonus

Considerando le tempistiche dell’iter approvativo, la soluzione, per quanto promessa in tempi brevi, difficilmente potrà essere attuata in meno di qualche mese.