Forever bambù

Investire nel futuro sostenibile del pianeta, quello vero, che spezza i vincoli dei combustibili fossili, ci libera dai condizionamenti geopolitici e ci fa vivere bene in un clima sano: se potessi scrivere a modo nostro la ragione sociale di Forever Bambù ecco, scriverei che siamo produttori di clima sano. E anche per questo riteniamo che la nostra imminente quotazione in Borsa sia qualcosa che non riguardi soltanto la nostra impresa e i suoi soci, che sono già 1500, ma tutto il sistema»: l’entusiasmo di Emanuele Rissone, fondatore e amministratore delegato di Forever Bambù, è trascinante e contagioso.

La sua azienda vanta oggi in Italia 200 ettari di foreste di bambù gigante, la pianta più ecologica che esista in natura. Non è nata ieri: è una start-up, eppure ha otto anni, perché ha condiviso i tempi di maturazione del suo gioiello, il bambù gigante, che impiega appunto otto anni per raggiungere la maturità vegetativa. E poi esplode con una potenza ecologica pazzesca: la sua canna raggiunge un’altezza tra i 15 e i 20 metri, con un diametro alla base di 15 centimetri. Il legno e la fibra del bambù gigante sono perfettamenti idonei per tutte le principali lavorazioni industriali, dal mobilio al tessuto (finissimo, da non credersi…) all’edilizia alla logistica, ma la vera peculiarità è che la pianta può essere recisa praticamente ad altezza del terreno e in un anno… ricresce al livello precedente! E questa straordinaria forza vegetativa dura – che si sappia – per cento anni.

Per questo – ne è convinto Rissone, con il suo team e soprattutto con i suoi 1500 soci – è un investimento unico per pregio, redditività e valore sociale. «E infatti stiamo attirando capitali in Italia da tutte Europa e qualcosa anche da oltreoceano, abbiamo appena incontrato un fondo di Los Angeles», racconta. E precisa: «Stiamo ultimando l’aumento di capitale di una delle nostre società, Forever Bambù 29, con un crowdfunding su Opstart.it, quote in vendita a partire da 3280 euro. Entro giugno lo chiudiamo, variamo il nuovo business plan e poi tutte le società diventeranno un’unica spa, pronta per la Borsa. Abbiamo già intrapreso il percorso per quotarci all’Euronext Growth Milan, che significa entrare in un circuito di sei borse internazionali, in linea con le regole e le esigenze di tutte le grandi banche d’affari internazionali. Stiamo lavorando con il supporto di Banca Mediolanum come advisor e di Lca come consulente legale».

La “killer application” che attrae gli investitori sono le caratteristiche speciali di questa pianta. Unica in natura. Per capirci: un albero diffuso come il pioppo cresce fino a maturità in 12-15 anni e se viene tagliato per utilizzarne il legno ne richiede altrettanti per ricrescere ed essere nuovamente tagliato, per una seconda e ultima volta, dopo di che la sua vegetazione si spegne.

Il bambù gigante diventa adulto in 9 anni e ricresce in 5 mesi dopo il primo taglio, ed ogni anno può nuovamente essere tagliato.

«Questa caratteristica straordinaria comporta molti grandi vantaggi», spiega Rissone: «Vegetando con tanto vigore, il bambù assorbe moltissima CO2. Rapportando questa capacità della nostra pianta alla corrispondente caratteristica del bosco misto mediterraneo, abbiamo studiato – con gli esperti della società di analisi Indaco 2 di Siena – che il bambù sequestra 275 tonnellate all’anno ad ettaro contro le 7/8 del bosco classico, ed emette in corrispondenza moltissimo ossigeno in più. Insomma, i nostri 200 ettari di bambuseti in termini di cattura della CO2 equivalgono a 7200 ettari di foreste mediterranee! Questa capacità vegetativa ha anche uno spiccato valore paesaggistico, perché la foresta di bambù gigante non resta mai a lungo brulla. E poi la flessibilità di utilizzo del legno è strepitosa».

Già, questa è un’altra caratteristica peculiare della pianta e basta un giro nel quartier generale dell’azienda a Cernusco sul Naviglio – nella cintura est di Milano – per rendersene conto e… toccare con mano. Oltre agli usi diretti del legno – dalla scrivania che, ovviamente, usa Rissone, a infiniti altri, tra cui delle bellissime sciarpe di fibra, morbida come il lino – il bambù gigante opportunamente tritato in una polvere fine diventa un elemento chiave, fino al 50% del volume totale, di bioplastiche di lunga durata. «Tengo molto a chiarire questo punto, perché abbiamo studiato una formula perfetta di economia circolare a impatto positivo sulla riduzione della CO2, e pochi approfondiscono il perché», s’infervora Rissone.

E dunque ricostruiamo il ciclo completo. Un bambuseto sequestra 275 tonnellate di CO2 ad ettaro ogni anno. Il legno reciso entra a pieno titolo nella filiera del riuso, che è tra le più efficienti e meno impattanti del mondo. Ma anche la bioplastica lo è, nel caso del bambù: perché i derivati di questa pianta si prestano a produzioni plastiche di lunga durata (per intenderci, non solo e non tanto prodotti usa e getta ma rivestimenti, pallets, arredi urbani, contenitori industriali che per il 50 o addirittura il 60% sono fatti di legno tritato di bambù), per cui non si pone il problema di creare ben presto nuova CO2 per la degradazione del prodotto plastico nella sua componente polimerica!

Non va trascurato poi l’impatto positivo di queste colture sul paesaggio, perché Forever Bambù è intervenuto quasi sempre su terreni incolti, che ben si prestano a questa specifica riforestazione. «Acquistiamo terreni abbandonati da agricoltura, grandi appezzamenti, l’ultimo comprato è di 1 milione e 30 mila metri quadrati ed era incolto da un decennio. Gli analisti dell’Università di Siena ci affiancano nel monitorare la crescita delle foreste e l’intero ciclo è certificato dal Rina, che è un ente certificatore internazionale riconosciuto da Accredia».

È in questo contesto che s’inserisce un’attività fondamentale appena avviata da Forever Bambù, cioè vendere il sequestro della CO2 che le sue foreste effettuano. «Dal mese di marzo abbiamo iniziato ad emettere le prime fatture per i nostri progetti Forever ZeroCO2, cioè piani di cattura e abbattimento delle emissioni di CO2 di aziende desiderose di adempiere agli obiettivi di Cop 26 e compensarle. I crediti che forniamo noi sono appunto quelli certificati da Rina, come certificati verdi Uni Eni Iso 14064-2».

Essendo una start-up innovativa, Forever Bambù per i prossimi 36 mesi non distribuirà gli utili derivanti da questo business, che ha avviato con la divisione Forever ZeroCO2. «Ma intanto chi sta investendo in Fb29 recupererà direttamente dall’Irpef il 30% del suo investimento – ricorda Rissone – grazie agli incentivi specifici. A breve, prevediamo che l’Agenzia delle Entrate risponda all’interpello che le abbiamo inviato per sapere qual è il modo giusto per fatturare l’attività di cattura della CO2 e per dimostrare che è un’attività agricola, nel nostro caso, e deve giovarsi dell’Iva agevolata. Ma non ci meravigliamo che la normativa sia ancora generica perché è sempre così con la vera innovazione e la nostra è appunto vera innovazione. Anche la Commissione europea sta studiando il potenziale di sequestro del carbonio che può essere sfruttato nel mondo agricolo».

I calcoli del team di Rissone dicono che estendendo questo potenziale di valore e di ricavi connesso all’abbattimento della CO2 a tutte le foreste del gruppo, il fatturato annuale sarebbe già tra i 16 e i 18 milioni, dando alle società clienti diritti di sfruttamento ventennali su determinate porzioni di foresta, dalla cosiddetta “cella” di 8 metri quadrati all’appezzamento da 100 metri quadrati per poi poi salire alla porzione da 11 mila e da 99 mila.

E che farà Forever Bambù con la raccolta finanziaria della Borsa? «Acquisiremo altre piantagioni, puntando a decuplicare il totale, aggregando terreni piccoli o grandi purché vitali, come gli ultimi 6 ettari appena acquisti a Torre Pallavicina, nei pressi di Bergamo, o rivitalizzabili – conclude Rissone – E probabilmente investiremo anche in modo diretto nella filiera della bioplastica, un altro orizzonte ricchissimo di possibili innovazioni!».