Ci sono tre milioni e mezzo di italiani che il 30 novembre scorso si sono svegliati con un pensiero in meno nella testa. Non hanno dovuto pagare al fisco il 98% di quel che avevano versato per i redditi 2022 come acconto della futura tassazione sul 2023. Intendiamoci: pagheranno, ma per la prima volta nella storia deprimente del fisco italiano hanno potuto scegliere tra pagare il 16 gennaio in unica soluzione – comunque un bel sollievo per chi si occupa della materia e sa che ingolfamento di scadenze di cassa si crea a fine anno! – oppure a rate in cinque mesi con un costo finanziario modestissimo. Un piccolo-grande concreto sollievo. Il merito va tutto a un commercialista caparbio, un politico del “fare”, che si chiama Alberto Gusmeroli, è presidente della Commissione Attività produttiva della Camera in quota Lega, è stato per due mandati (e forse, chissà, ce ne sarà un terzo) sindaco di Arona, località turistica sul Lago Maggiore che con la sua gestione è cresciuta molto… insomma, è uno bravo. Che prepara altre iniziative interessanti nella stessa direzione: dare sollievo se non altro normativo e operativo, ai contribuenti. Prossimo fronte, gli elettromestici.

Allora, onorevole: ma non è che questo rinvio dell’autotassazione di acconto ci costerà un botto come bilancio pubblico?

Macchè! Costerà zero! Ma fino a qualche mese fa nessuno credeva possibile che costasse zero. La vicenda merita una ricostruzione…

Prego!

Innanzitutto, ricorderei che stiamo parlando di tre milioni e mezzo di attività economiche, le più piccole: artigiani, commercianti e liberi professionisti. Ma c’è di più e di meglio: siccome questa norma, fortemente voluta dalla Lega, è stata inserita nella delega per la riforma fiscale e dall’anno prossimo varrà per tutti, quindi anche per dipendenti e pensionati con altri redditi e attività più grandi.

Ma torniamo ai costi finanziari: sicuro che saranno minimi?

Guardi: è una lunga storia. Io questa proposta l’ho fatta il 5 agosto del 2020 e quando l’ho avanzata, i funzionari dell’allora Ministero dell’Economia mi dissero che non si poteva fare perché sarebbe costata 9 miliardi di euro. Chiunque, a quel punto, si sarebbe fermato ma io, facendo il commercialista e occupandomi di revisione contabile degli enti locali, ho messo in discussione quel verdetto sommario e ho cercato di capire dov’era il problema. Riflettevo che, sostanzialmente,  rateizzare i pagamenti dal gennaio al giugno dell’anno successivo non poteva costare di più allo Stato, perché per le regole contabili la rateazione dovrebbe essere retrodatata all’anno precedente. E per risolvere l’enigma ho pensato di fare un’interrogazione a chi ne sa di più, e cioè l’Istat che – pochi se ne rendono conto! – ma è l’ente che tiene la contabilità dello Stato; e poi ho posto lo stesso quesito anche ad Eurostat, che è quello che controlla la contabilità dello Stato italiano. Ebbene: la risposta è stata che se l’acconto di novembre si rateizza in rate esattamente uguali nell’anno successivo, in realtà i proventi si possono inserire nel bilancio dello Stato nell’anno precedente e quindi il costo non è nove miliardi, ma zero: ecco perché siamo riusciti a farlo.

E quando ha ricevuto questa risposta?

Nel maggio del 2021, e quindi ci sono voluti altri due anni e mezzo per far inserire questa norma nella delega per la riforma fiscale, e successivamente nel provvedimento attuativo del collegato fiscale per cui, il 3 novembre scorso, quei tre milioni e mezzo di contribuenti hanno potuto risparmiare l’acconto di novembre.

Quali categorie sono state già beneficiate?

I contribuenti più piccoli, perché poi la decisione è stata di iniziare con quelli con ricavi o compensi fino a 170 mila euro. Ma l’anno prossimo la norma riguarderà tutti.

Una mossa razionale e conveniente, finalmente attuata. Dopo tanti disinganni: penso all’Iva per cassa, cioè da pagare non sul fatturato ma sull’incassato, che sarebbe un gran sollievo per milioni di contribuenti e che Berlusconi aveva promesso ma non ha mai realizzato!

In realtà è stata parzialmente realizzata, ma in un modo talmente complicato che non se ne avvale nessuno!

Ma parliamo della nuova iniziativa che lei sta portando avanti: cioè un sistema di incentivi per chi compra i grandi elettrodomestici sostenibili. Ci spiega meglio?

È un’iniziativa che avrebbe dovuto entrare nella manovra di bilancio, ma poi purtroppo il Ministero dell’Economia non ha trovato i soldi, e quindi questo progetto di legge del sottoscritto l’ho incardinato nella mia commissione, in modo di avviare l’iter. I soldi li cercheremo nei prossimi mesi.

In che consiste l’incentivo?

È molto semplice. Il parco elettrodomestici in Italia è vetusto, cioè mediamente nelle famiglie italiane abbiamo elettrodomestici che hanno tra i 10 e i 15 anni. Sono elettrodomestici che consumano circa il 25/30% in più di energia elettrica. Quindi, dare un incentivo pari al 30%, quindi non una cifra enorme, con un massimo di 200 euro per ogni elettrodomestico, bilanciando il vantaggio tra chi ha redditi alti, e percepirebbe la metà, e chi ha redditi più bassi che lo percepirebbe per intero, otterremo sostanzialmente un forte risparmio di energia, che è poi il primo obiettivo della transizione energetica. Va bene spingere tutte le fonti di energia green, ma cominciano a consumare meno. Questo incentivo aiuterebbe le famiglie riducendo la bolletta, ma non solo: aiuterebbe anche l’industria italiana che ancora produce molti elettrodomestici, ma anche le componenti utilizzate dalle marche straniere. Inoltre, il riciclo dei vecchi elettrodomestici è un’industria in cui l’Italia è leader, e il 95% dei materiali dei vecchi elettrodomestici si recupera. quindi, con un incentivo del genere lavora di più l’industria italiana, risparmiano le famiglie, lavora l’industria del riciclo e si decarbonizza l’ambiente. Credo siano un sacco di motivi per approvare questo nostro progetto di legge!

Quanti contribuenti potrebbero essere interessati?

Stiamo parlando come minimo di due milioni e mezzo di famiglie, con un costo dell’incentivo intorno ai 400 milioni l’anno. Non un enorme carico delle casse dello Stato, e un risparmio costante per il sistema: quel 25-30% di energia che le famiglie risparmierebbero poi tutti gli anni.

Ancora un tema sulla sua scrivania di presidente della Commissione Attività Produttive: il Ddl made in Italy. Un’iniziativa del ministro Urso per portare un po’ di sollievo alle Pmi che, appunto, hanno produzioni made in Italy. Ce lo spiega meglio?

Le spiego: questo è il classico esempio per cui il Parlamento lavora in collaborazione col Governo. Cos’è successo? Tra gennaio e marzo del 2023, la Commissione Attività Produttive che presiedo ha fatto un’indagine conoscitiva per scrivere una legge sulla valorizzazione delle eccellenze del made in Italy, e contrastare la contraffazione che produce danni per decine di miliardi all’economia nazionale. Abbiamo consultato sul tema 160 associazioni di categoria, un’enormità. Dalla nostra relazione al Ministro Urso è nata questa legge sulla valorizzazione del made in Italy, che va dalla formazione dei giovani con i liveo al fondo in aiuto alle produzioni made in Italy, all’internalizzazione, alla digitalizzazione, al contrasto della contraffazione utilizzando l’intelligenza artificiale e alla blockchain, che mappa praticamente tutto il percorso di un prodotto made in Italy, dalla produzione sino alla commercializzazione; insomma, parliamo di una legge strutturale che aiuta quelle eccellenze italiane che sui mercati internazionali non sono seconde a nessuno.

Conta su un impatto concreto di queste nuove norme sull’economia?

Assolutamente sì. La legge prevede incentivi per le fiere, per l’export, per settori chiavi come l’agroalimentare con le eccellenze culinarie, l’industria tessile di alta qualità… Soo fronti sui quali l’Italia non è seconda a nessuno ma per affermare sempre meglio quest’evidenza anche sul piano del business bisogna lavorare di squadra, in sinergia tra pubblico e privato. È questo che può fare la differenza.